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1 febbraio 1365 – Si fonde a Venezia la nuova campana dell’Arengo di Rimini

Il 1 febbraio 1365 si “getta” a Venezia la nuova campana per la torre dell’Arengo di Rimini. Pesa 2889 libbre e reca incise le immagini dei due maggiori patroni della città, San Gaudenzo e San Giuliano, oltre all’emblema dei Malatesta.

Ci sono buone probabilità che la campana di Rimini sia stata fusa nell’isola che poi diverrà il Ghetto ebraico; che nel XIV secolo ancora non esisteva, ma il luogo era già chiamato così per la presenza delle fonderie pubbliche che fabbricavano le bombarde (dal verbo ghettare, cioè “affinare il metallo con la ghetta”, ovvero con il diossido di piombo).

Questa campana serviva innanzi tutto per convocare le pubbliche assemblee, ma anche per dare allarmi o comunque segnali in circostanze eccezionali, come le occasioni di giubilo. Svolse la sua funzione ininterrottamente fino al 1759, quando alla fine decise di spezzarsi. Si decise allora di rifonderla in un’altra, da collocarsi però nella nuova torre dell’orologio di Piazza S. Antonio (oggi Tre Martiri)  appena ricostruita dal Buonamici.

La torre dell’Arengo, come usava in quei tempi, serviva per l’avvistamento ma soprattutto da prigione: non per scontarvi lunghe reclusioni, che nel medio evo non erano usuali, ma per brevi detenzioni in attesa del processo o delle pene corporali, o fino all’esecuzione capitale.

Nel 1365 la figura più in vista dei Malatesti e signore di Rimini era Malatesta Galeotto, figlio del Guastafamiglia e detto “l’Ungaro”, perché a vent’anni, nel 1347, fu armato cavaliere dal re Luigi I d’Ungheria. Condottiero di valore, fu anche un appassionato viaggiatore: si recò fra l’altro in Terra Santa, in Francia, nelle Fiandre, in Inghilterra, fino a raggiungere l’Irlanda (nell’autunno del 1358) appositamente per vistare il “pozzo di San Patrizio” (una caverna molto profonda che si trovava su un isolotto del Lough Derg, nell’Irlanda nord-occidentale).

pozzo-sanpatrizio

Lough Derg

Dice in proposito il Dizionario biografico Treccani:

A spingerlo non era solo la fede, ma una motivazione personale: desiderava incontrare l’anima della donna amata, l’aristocratica riminese Viola Novella, da poco assassinata dal marito geloso, Caccia Battaglia (che aveva scoperto la loro relazione adulterina), trattenerla in un ultimo intimo colloquio in merito ai particolari della sua tragica fine e del suo destino oltre la morte, per accomiatarsi da lei finalmente rappacificato”

“Certo, questa alta e avventurosa impresa religioso-cavalleresca, richiamando alla mente il viaggio della Commedia dantesca e gli ideali dell’amor cortese, testimonia del vento di cambiamento che stava attraversando la corte malatestiana, ingentilendone l’aspetto e nobilitandone l’essenza. È l’embrione della corte umanistica che si sarebbe affermata con la signoria di Sigismondo Pandolfo Malatesta, ma che ebbe i propri fondatori in Pandolfo (II), cultore delle lettere e intimo amico di Petrarca, e nel M. (Ungaro, ndr), sincero amante delle arti figurative, come dimostra il ciclo di affreschi a soggetto epico e venatorio del pittore Iacopo Avanzi nel castello di Montefiore (1370 circa) da lui direttamente commissionato. Non a caso il M. volle, come compagno di viaggio, Niccolò Beccari, fratello del famoso rimatore Antonio (Antonio da Ferrara), e l’eco del suo tragico amore per Viola Novella risuonò in componimenti letterari e poetici di Gambino d’Arezzo, Benedetto da Cesena, Antonio da Cornazzano e Basinio da Parma”.

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