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13 febbraio 1498 – La vendetta di Pandolfaccio

Il 13 febbraio 1498, tredici corpi pendono impiccati dai merli di Castel Sismondo. Fra loro ci sono due membri del consiglio del signore, Pandolfo IV Malatesta detto Pandolfaccio. E uno è quello di Adimario Adimari, accusato di essere a capo della congiura che aveva cercato di uccidere il signore.

Era successo il 20 gennaio, durante la funzione del vespro nella chiesa di S. Giovanni Evangelista, cioè S. Agostino. Un gruppo di uomini sguaina le armi e assale Pandolfaccio; appartengono ad alcune delle famiglie più in vista di Rimini: i Marcheselli, che guidano l’assalto, i Belmonti, i Cattani, i Clementini, i Magnani, i della Rosolaria, i Diotallevi, gli Schiavina, gli Agolanti, gli Arnolfi e altri ancora fra cui, appunto, gli Adimari.

adimari

Pandolfaccio però balza prima sull’organo e poi sull’altare maggiore, che si rompe sotto il suo peso. Quattro organisti ferraresi, che sono al suo fianco, lo difendono con le loro spade; grazie al loro intervento riesce a riparare in Castel Sismondo

In città è guerra civile, perché altri nobili, come gli Agli, restano fedeli al signore e anche molti del popolo sono dalla sua parte.

All’improvviso il ponte levatoio sulla piazza del Corso si abbassa. Pandolfo esce in sortita alla testa dei suoi armati. Fa uccidere Ludovico e Piero Belmonte, fa saccheggiare 15 case ed altre 4 sono date alle fiamme.

Ma la vendetta di Pandolfaccio non si ferma con le impiccagioni del 13 febbraio. Sospetta di tutti e perfino gli organisti che gli hanno salvato la vita vengono scacciati dalla città; uno di costoro, anzi, è trattenuto in carcere con il sospetto di essere stato complice o, quanto meno, consapevole del complotto, che sarà ricordato come “la congiura degli Adimari”.

Ricostruirne le motivazioni, le fasi e le conseguenze, non è facile, nel groviglio di odii e interessi che quel giorno fa esplodere il conflitto, peraltro non per la prima volta.

Cesare Clementini, che scrisse poco più di un secolo dopo gli avvenimenti, ne fa risalire le origini addirittura a trent’anni prima, quando dopo la morte di Sigismondo si innesca una serie di delitti più i meno misteriosi, le cui vittime più  illustri sono proprio i figli legittimi di Sigismondo e Isotta, Sallustio e Valerio.

Stemma degli Atti, signori di Sassoferrato, sulla porta del castello di Rotondo

Sono omicidi efferati o suicidi a cui non crede nessuno, quasi sempre ammantati dell’etichetta della passionalità. E coinvolgono i Malatesta, i loro rami collaterali come gli Almerici, la famiglia degli Atti cui apparteneva Isotta, e i clan che poi compariranno anche fra i congiurati del 1498. Ma in qualche modo c’entrano anche le dinastie imparentate con i signori di Rimini, come gli Aldobrandini e i Bentivoglio, da cui provengono rispettivamente la madre e la moglie di Pandolfaccio, e poi i vicini Montefeltro, gli Estensi, Venezia, il Papa.

I tradimenti coniugali, le mogli e le figlie prese a forza, gli oltraggi e gli stupri certo contano, eccome. Ma senza dubbio in gioco c’è prima di tutto il dominio della città.

Una Rimini che un anno prima, nel marzo 1497, il cronista veneziano Marin Sanudo descriveva sbrigativamente così: «A Rimano morivano di fame».

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