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14 maggio 1848 – I patrioti santarcangiolesi presi a fucilate dai clericali e anche la Valconca si ribella

Nei primi mesi del fatidico 1848, sembra che tutti gli stati italiani siano decisi a unirsi nella guerra contro l’Austria. Anche nello Stato della Chiesa, in seguito alle aperture di Pio IX, c’è un governo “liberale” che vuole l’alleanza con i Piemontesi. E sebbene il Papa sia contrario, quello pontificio è addirittura il primo esercito ad essere mobilitato.

Intanto arrivano gli altri alleati che vanno a combattere “lo straniero”. Il 15 maggio passano le truppe del Regno delle Due Sicilie, “bellissima e bene equipaggiata gente, a piedi e a cavallo”, annota Carlo Tonini. Il pomeriggio del medesimo giorno arriva la fotta napoletana, che per salutare festosamente i commilitoni e la città procura invece qualche patema: “in numero di otto legni, transitando in faccia a questo porto, e saputo del loro passaggio per la nostra città, li salutò con un cannoneggiamento, che da prima destò qualche timore nella popolazione, ignorandosene il motivo”.

Nelle città e nei centri principali l’entusiasmo prevale comunque sulle preoccupazioni, mentre gli “austriacanti” e i reazionari sembrano tacitati. Ma nelle campagne si respira un’altra aria.

Per esempio, il giorno prima della possente parata napoletana, come annota sempre  Tonini per il 14  maggio 1848, “essendo andati que’ di S.Arcangelo nella terra di Ciola con bandiera tricolorata, quegli abitanti fecero lor fuoco addosso dalla casa del parroco: in conseguenza di che i Santarcangiolesi arrestarono il parroco stesso, certo Don Legni, che erasi trovato in male acque anche nel 1831″. E cioè durante i moti che avevano portato all’effimera esistenza delle Province Italiane Unite: quelle di Bologna, Romagna, Marche e Umbria che avevano dichiarato decaduto il potere temporale dei Papi.

Ma i contadini più che con le ideologie patriottiche ce l’hanno con un fatto ben preciso: l’obbligo di partire per la guerra, qualsiasi essa sia. Infatti, “Il primo di giugno, i contadini di Morciano, Misano, Besanigo, Montefiore e Coriano levarono tumulto per la voce invalsa della coscrizione militare, sebbene volontaria, ordinata dal governo in ragione di due uomini per ogni mille abitanti. Que’ di Coriano disarmarono la Civica, abbruciarono i ruoli e la bandiera nazionale, a cui sostituirono quella del Papa. Laonde nel pomeriggio del dì seguente parti da Rimini una squadra di 22 carabinieri a quella volta. Ma già la sera innanzi i tumultuanti si erano sbandati, e tutto era tornato nella solita quiete. Il 4 un numero di finanzieri e di civici andarono a Morciano e ad altre terre vicine: ma tutto ivi pure trovarono già quieto e tranquillo, sicché null’altro fecero che condurre a Rimini alcuni capi della sommossa”.

(nell’immagine di apertura, le Cinque giornate di Milano, 18-22 marzo 1848)

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