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15 maggio 1348 – Arriva a Rimini la Peste Nera

“Ditto anno et die XV de Maggio cominzioe in Arimino una grandissima mortalità, et poi per lo contado. Et durò fino adì primo decembre; et morì de tre persone le doe. Et prima morì la poveraglia. e poi gli altri grandi; fora che tiranni e signori non morì nessuno. Et questa mortalitade fo generale in ogni paese”. Così l’anonimo cronista “malatestiano” di quell’anno, il 1348. È la Peste Nera che ghermisce anche Rimini.

La peste che sarà detta “del Decamerone”, descritta nei sui effetti a Firenze da Giovanni Boccaccio nel suo capolavoro, fuuna delle peggiori epidemie nella storia dell’umanità. 

peste

Si calcola che fra il 1347 e il 1352 in Europa morirono di peste tra i venti e i venticinque milioni di persone, un terzo della popolazione continentale dell’epoca. Ma la somma totale delle vittime fu certamente di gran lunga superiore, anche se difficile da calcolare per mancanza di fonti certe. Perché se il morbo non risparmiò neppure l’angolo più remoto del suolo europeo, arrivando perfino in Groenlandia, sappiamo che prima aveva devastato l‘Asia e in seguito avrebbe invaso anche l’Africa.

L’area di origine sembra esser stata nella regione dell‘Asia centrale a cavallo del Pamir, dell’Altaj e del Tuva. Da lì, per la via della Seta, raggiunge l’odierno Kirghizistan. Nel 1345 si segnalano i primi casi sul Volga meridionale e in Crimea. Poi tocca ad Astrakhan. Ed ecco la morìa affacciarsi a Caffa  di Crimea, dove l”Orda d’Oro del Khan Ganī Bek  sta assediando la città, ricca colonia genovese. Si dice che gli assedianti gettino con le catapulte i cadaveri degli appestati entro le mura della città. Sia come sia, la peste penetra in Caffa per poi imbarcarsi sulle navi genovesi in fuga. Una approda a Messina, ed è il turno dell’Italia.

Il regno di Napoli è il primo a essere falciato, Roma subito dopo; ma poi pare che l’epidemia si affievolisca. Invece la strage scoppia nella stessa Genova e di lì in Piemonte e in Svizzera. Solo la Lombardia sembra quasi immune, ma a un certo punto si trova circondata, perché un terzo contagio sbarca a Venezia e poi dilaga in tutto il Veneto e quindi in Emilia, Romagna, Toscana, Istria e Dalmazia.

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A Rimini, come scrive Luigi Tonini, sono rimaste tracce materiali di quella strage. «Dico la pietra, infissa oggi nel Chiostro che fu de’ conventuali di San Francesco ora Cattedrale, alta m. 0,45 larga 1,38 la quale in caratteri gotici conserva le seguenti parole:

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In nostre lettere dice:

† MCCCXLVIII a Kal. Junii usque ad Kal. Novemb. in Loco Fratrum Minorum de Armino, ut notatus est a fide dognis, sepulta sunt circa viginti quator centenaria hominum defunctorum naturaliter utriusque etatis et sexus, pro quorum animabus facrum est hoc opus ad honorem Sancti Antoni Abatis

Dunque solo lì erano sepolti 2.400 morti di peste, di ogni età e di ogni sesso. E solo quelli deceduti in un lasso di tempo più breve rispetto a quello indicato nella Cronaca Malatestiana, dal primo giugno al primo novembre.

«Il Clementini – prosegue Tonini – Vol. II p. 49, scrisse che questa pietra fu nel cimitero di Sant’Antonio Abbate “ora chiesa della Confraternita della Croce” ed aggiunge, che “in ricordata memoria della liberazione furono dipinte nel muro di quella chiesa la Vergine Santissima con S. Giorgio e Sant’Antonio Abbate, innanzi ai quali sta a render grazie in ginocchio armato Galeotto fratello di Malatesta, di cui traversano l’armatura tre sbarre con le scacchiere, vera e antica insegna della casa”».

«Questa pittura a buon fresco, coperta poi da intonaco dato alla parete, è tornata alla luce nel 1866 in una camera a pian terreno nel chiostro del detto Convento, la quale camera ultimamente ai Frati servì di cucina ed ora è ad uso di granajo». 

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