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18 luglio 390 (388?) a.C. – “Guai ai vinti!”: i Galli Senoni umiliano i Romani

Nei pressi del fiume Allia, il 18 luglio 390 a.C. (o 388, secondo altri) i Romani affrontarono i Galli Senoni e vennero disastrosamente sconfitti.

Lo stesso giorno, alla disfatta sul campo succedette il sacco di Roma ormai indifesa.  Un dramma che non si sarebbe più ripetuto se non oltre 800 anni dopo, nel 410 d.C., a opera dei Visigoti di Alarico.

Evariste Vital Luminais: "I Galli in vista di Roma"

Evariste Vital Luminais: “I Galli in vista di Roma”

È questa una delle poche certezze che riguardano la pagina più nera di Roma, quando per l’unica volta era stata violata dallo straniero. Quella data, infatti, verrà ricordata nel calendario  come “giorno nefasto” (contrassegnato con una N) in cui non era lecito per esempio sacrificare, iniziare imprese, trattare affari giudiziari, o alcuna azione che non fosse strettamente necessaria, né in pubblico né in privato. Quando fu istituito il «dies alliensis» –  probabilmente già nel 389 a.C. – le stesse proibizioni vennero estese a tutti i giorni dell’anno che seguivano le calende, le idi o le none. Tanto la Clades Gallica, la “sconfitta gallica”, si era incisa nella memoria dell’Urbe. E quasi a conferma di quei timori, il 18 luglio del 64 d.C. sarebbe scoppiato il grande incendio di Roma, quello “di Nerone”.

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Daga e fodero celtici in bronzo

Il resto è avvolto nell’incertezza e dal velo di reticenza, se non di mistificazione, degli storici romani. Mentre di quei fatti, per una volta, non conosciamo la versione dei vincitori, cioè i Senoni.

Non si sa nemmeno dove fosse esattamente questo fiume Allia. Per Tito Livio era un affluente di sinistra del Tevere e la battaglia si sarebbe svolta a circa 10 miglia (circa 25 km) da Roma, «là dove il fiume Allia, scendendo dai monti Crustumini in una gola profonda, si getta nel Tevere poco sotto la via Salaria»; per Diodoro Siculo, invece, l’Allia era un affluente di destra. Dando ragione a Livio, oggi si ritiene che l’Allia corrisponda al Fosso della Bettina che, dopo aver preso il nome di Fosso Maestro, si getta nel Tevere alla Marcigliana, al km 18 della via Salaria.

Il presunto luogo della battaglia dell'Allia

Il presunto luogo della battaglia dell’Allia

Fortemente sospetta è anche la ricostruzione degli altri fatti. Livio racconta che i Galli sarebbero penetrati in città solo perché i superstiti della battaglia, rientrati precipitosamente fra le mura, avrebbero dimenticato di chiudere le porte. Però il plebeo Lucio Albinio sarebbe riuscito a far fuggire le vergini Vestali a Cere, portando in salvo il sacro Palladio, il talismano magico che rappresentava la vera salvezza di una città e di un popolo, quella soprannaturale.

Sarebbe seguito il massacro dei senatori rimasti solennemente assisi sui loro scranni mentre i guerrieri celtici li facevano a pezzi. Ma soprattutto gli storici mettono in dubbio, se non la resistenza del Campidoglio (grazie o meno all’aiuto delle celebri oche), certamente una pesante sconfitta, che sempre secondo Livio, Furio Camillo avrebbe inflitto ai Galli con un’imboscata. Tanto più che la narrazione passa poi, piuttosto incongruamente, all’episodio successivo, quello dell’umiliazione totale dei Romani al grido di “Guai ai vinti!”.

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Brenno, il re dei Galli, pretese un riscatto di mille libbre d’oro puro per lasciare la città. Ma raggiunto il peso richiesto, avrebbe poi gettato anche la sua spada sul piatto della bilancia gridando «Vae victis!», guai ai vinti, che dai vincitori non possono aspettarsi alcuna equità.

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Paul Jamin: “Brenno e la sua parte di bottino”

Di fronte a ciò Camillo, al motto di  «Non auro, sed ferro, recuperanda est patria!» («Non con l’oro si recupera la patria, bensì col ferro delle armi!»), avrebbe risvegliato l’orgoglio dei Romani riuscendo a infliggere ai Galli ben due altre sconfitte e scacciandoli dalla città. Mentre il bottino sarebbe finito nelle mani degli Etruschi di Cere, alleati dei Romani, che avrebbero attaccato i Senoni in ritirata.

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La celeberrima, splendida statua del “Galata morente” rappresenta un’altra scorreria celtica, l’invasione della Grecia e dell’Asia minore nel III sec. a.C. Sconfitti da Antioco I, i superstiti si stabilirono nella regione poi chiamata da loro Galazia, il cui capoluogo Ancyra è l’odierna Ankara, capitale della Turchia

Roma era però talmente malridotta dopo il saccheggio che gli abitanti pensavano seriamente di trasferirsi a Veio, ritenuta più sicura. Ma il veto di Furio Camillo avrebbe fatto sì che l’Urbe continuasse a vivere dove era sta fondata, fino all’eternità.

Ma tutte queste belle storie mostrano troppe falle, già evidenti fin dall’antichità. Gli storici greci, come Plutarco, specificavano che l’occupazione di Roma da parte dei Galli sarebbe durata ben sette mesi. Mentre non parlano di riscatti né di loro fortunosi recuperi, ma solo del “salvataggio metafisico” dell’Urbe, cioè quello del Palladio a opera del plebeo Lucio. Ma altre tradizioni sostengono che neppure il Palladio si salvò, perchè furono le stesse Vestali a distruggerlo per salvarlo dalla profanazione.

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Un guerriero celtico e la sua compagna

Inoltre esiste anche un’antica spiegazione del nome di Pesaro (Pisaurum) che si collega a queste vicende. I Romani lo attribuivano ad un’etimologia palesemente infondata, ma significativa: Pisaurum si sarebbe chiamata così non dal fiume che la attraversa (Pisaurus o Isaurus, oggi il Foglia; come Ariminum è la città dell’Arimnus, il Marecchia), bensì dal fatto che lì Camillo avrebbe “pesato l’oro” del bottino recuperato. Il quale evidentemente non si era fermato nella vicina Cere, ma sarebbe tornato intatto fino alle basi di partenza dei Galli. Questa storia presso i Romani valse per secoli a Pesaro una certa aura di iettatura.

Elmo celto-italico in bronzo dorato

Elmo celto-italico in bronzo dorato, ben diverso dalle fantasiose raffigurazioni ottocentesche con ali e corna

E qui siamo al punto che ci riguarda più da vicino. Da dove erano partiti i Galli per la loro vittoriosa scorreria?

I Senoni era l’ultima tribù di Celti scesa in Italia, verso la fine del IV secolo a.C. Secondo gli storici antichi, erano stati preceduti circa cent’anni prima da una confederazione di altri Galli guidati dal re Belloveso, che in una grande battaglia aveva sconfitto presso Ticinum (Pavia) gli Etruschi sottraendo loro il controllo della Val Padana.

Oggi si è portati a ritenere che le migrazioni furono graduali, ad ondate successive e forse a partire addirittura dal VII sec. a.C., prima con le tribù dei Salassi e dei Taurini, forse assieme ai Leponzi e gli Insubri fondatori di Medhelan (Mediolanum, Milano). Oppure questi ultimi sarebbero arrivati in seguito con “Belloveso” o chi per lui. Sarebbero seguiti Cenomani, Libui, Salluvi, Boi e Lingoni.

La medievale “scrofa semi-lanuta” scolpita nel Broletto Nuovo di Milano ricorda la mitica fondazione della città (o più probabilmente di un santuario) da parte di Belloveso laddove una cinghialessa coperta di bianca lana si era fermata

Come le altre tribù celtiche, forse in origine stanziate sulle rive del Mar Nero, i Senoni provenivano da un’area indeterminata che gli storici comprendono fra le attuali Svizzera, Austria e Boemia (che prende il nome dai Galli Boi, il cui insediamento presso l’etrusca Felsina si chiamò Bononia, Bologna). Ma al momento di migrare, una parte dei Senoni invece di scendere a sud, si sarebbe diretta a ovest, fino a occupare una zona fra le attuali Champagne meridionale e Borgogna settentrionale, con capitale Agedincum. Il fiume che la attraversa si chiama da loro Senna e la città è diventata Sens.

Statuette votive celtiche ritrovate alle sorgenti della Senna

Secondo gli storici romani, forse in cerca di giustificazioni per le imprese di Cesare, tuttavia anche una parte dei Senoni “francesi” si sarebbe poi unita all’orda che calava in Italia. Ma a questi ultimi arrivati non restavano alternative che invadere l’area appena meridionale a quella già occupata dalle tribù che li avevano preceduti: quella fra Romagna e Marche compresa fra i fiumi Montone (secondo alcuni, l’Uso) ed Esino. Qui scacciarono, o sottomisero, o trovarono un modus vivendi con le tribù degli Umbri (Sassinati, Sapinei, Piceni), con le saltuarie presenze greche (negli empori marittimi che costellavano la sterminata laguna che andava dalla foce delll’Isonzo a quelle dei fiumiciattoli romagnoli) e forse con le ultime vestigia etrusche.

Gallia_cisalpina

I Romani chiamarono il territorio dei Senoni Ager Gallicus, il cui centro maggiore con ogni probabilità era posto sul confine con il territorio dei Greci di Ancona, rappresentato dal fiume Sena (“l’antico”, attuale Misa) alla cui foce fondarono una “città” dallo stesso nome, che oggi si chiama Senigallia.

Rimini in qualche modo doveva già esistere, anche se Luigi Tonini, sulla scorta degli eruditi locali, presume troppo quando sostiene che per forza di cose doveva essere un insediamento più grande di Senigallia e Pesaro, Cesena e Ravenna, e quindi cosituire la “capitale” dei Senoni. Andando poi a dedurre che il re Brenno fosse… riminese.

Guerriero celtico con elmo e corvo

Che però anche da Rimini siano partiti dei clan di Celti per partecipare all’impresa sembra fuori di dubbio. Certo tutti erano guidati da un “Brenno” (non un nome proprio, ma il titolo che un capo celtico assumeva in tempo di guerra: Brennan (l’uomo-corvo, o “consacrato al dio-corvo Bran”). Non un re dunque, ma un condottiero provvisorio che non doveva avere neppure una sede fissa, tanto meno una “capitale”.

Elmo celtico ritrovato in Romania, sormontato da un corvo

Ma  anche sulle basi di partenza dei Senoni le fonti antiche forniscono indizi contraddittori. Secondo Livio, i Galli furono aiutati a valicare l’Appennino da un certo Arunte, etrusco rinnegato di Chiusi, che a sua volta sarebbe stata assediata e quindi (maldestramente) soccorsa dai Romani. Il che porrebbe davvero Rimini fra le candidate più probabili quale luogo di concentramento dei clan per dare inizio alla campagna, essendo già allora collegata a Chiusi dal cosiddetto iter arretinum che nel raggiungere Arezzo (Arretium in latino; Arretim in etrusco) risaliva la valle dell’Arimnum (Marecchia) per incontrare il Tevere alla giogaia del Fumaiolo.

Ma il greco Polibio afferma invece che subito prima di attaccare Roma i Senoni avevano assediato Camerino. Il successivo valico dell’Appennino sarebbe avvenuto quindi più a sud e fuori dalla portata dei Chiusini, lungo il percorso Sentinum, Gualdo Tadino, Foligno.

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Il torques, il collare caratteristico dei Celti

Sia come sia, il metus gallicus (“timore dei Galli”) perdurò a lungo nella memoria dei Romani, probabilmente alimentato anche a fini politici da chi (il partito dei “Populares” con in testa la Gens Flaminia) sosteneva che l’unico modo per liberarsi di quell’incubo era invadere l’Ager Gallicus e piazzarvi delle colonie romane.

Come poi infatti avvenne, dopo la tremenda sconfitta inflitta dai Romani e dai Piceni ai Galli (e agli Umbri, Sanniti ed Etruschi) nella battaglia di Sentinum (forse a Sassoferrato; la cosiddetta “battaglia delle nazioni”, 295 a.C.).  Le porte dell’Ager Gallicus si spalancano. Roma fonda le colonie di Sena Gallica (284 a.C), Ariminum (268 a.C.) e, purtroppo per i fedeli alleati Piceni, Firmum (264 a.C.).

l’Aes grave di Ariminum: l’ultima moneta dei Galli o la prima dei Romani?

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