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25 giugno 1869 – La “petra oçiosa” viene messa al sicuro nei musei riminesi

Il 25 giugno 1869 la “petra oçiosa”, rimossa dal muro esterno della spezieria Tacchi, viene trasferita nella Biblioteca Gambalunga, dove Rimini custodisce le sue altre antiche epigrafi. L’operazione viene effettuata sia perché l’iscrizione non è agevole da leggersi nella posizione in cui si trova, sia per i lavori che stanno per iniziare in casa Tacchi. La pietra finisce poi nei Musei comunali.

L'epigrafe della "petra ocio nel rilievo di Luigi Tonini

L’epigrafe della “petra oçiosa” nel rilievo di Luigi Tonini

Il seguito della storia lo racconta, fra gli altri, Arnaldo Pedrazzi (in “Ariminum”, marzo – aprile 2012): «Proprietà del Museo comunale, nel 1979, in occasione dello spostamento del materiale lapideo dal Castel Sismondo, dove era stato depositato, all’attuale museo della Città, dell’epigrafe non si trovò più traccia. Il fatto poi che la denuncia del prelevamento fosse stata presentata solo nel 1995, secondo la stampa locale rese di per sé abbondante testimonianza di quale fu, o non fu, il reale sforzo compiuto per recuperare il reperto. Inevitabili quindi le considerazioni apparse a proposito delle “grottesche circostanze in cui si è materializzata la sottrazione della pietra, le altrettanto grottesche circostanze dei quindici anni di inerzia e di omissioni, le ancor più grottesche dichiarazioni balbettate dai responsabili”; non a caso, poi, il Museo riminese fu definito “buco nero in cui scompaiono oggetti di antichità, luogo deplorevole, ecc.”».

Ma cos’era la “petra oçiosa”? E cosa c’era scritto?

In realtà, la “pietra oziosa” non era l’epigrafe vergognosamente scomparsa, ma il motivo per cui essa fu scolpita e collocata proprio in quel luogo. Che appariva un po’ diverso da oggi nella topografia, ma non nelle abitudini dei riminesi.

Scrive Luigi Tonini: «In uno degli angoli dell’incrociamento della strada del rigagnolo della fontana colla strada maestra (via Gambalunga col corso d’Augusto) era la così detta “pietra oziosa”, così detta perché convegno di oziosi, come si può appurare nel Breviarium Ecclesiae Ravennatis, o Codice Bavaro (sec. VII – X), dove i coniugi Gusberto e Petronia fanno domanda all’arcivescovo Pietro …de mansione pedeplana, cum modica curticella retro se atque andronella iuxta se, constituta infra civitatem Ariminensis, supra platea publica prope petra que vocatur ociosa …latere iuris Monansterii Sancti Silvestri».

Questo monastero di San Silvestro faceva parte di un isolato che fu eliminato fra la fine del ‘500 e l’inizio del secolo successivo, quando l’assetto della piazza della Fontana fu completamente mutato.

Piazza Cavour e piazza Malatesta come apparivano nella seconda metà del '400: in chiaro gli edifici posteriori

Piazza Cavour e piazza Malatesta come apparivano nella seconda metà del ‘400: in chiaro gli edifici posteriori

Sempre il Tonini: «Ignoto è l’aneddoto, pel quale in quell’angolo di Piazza fontana che fin dal Secolo IX era segnalato per la “petra ociosa” che dovea essere il concorso degli scioperati e de’ maldicenti, fu posta quella epigrafe, con lettere, parte a rilievo e parte incise in marmo alto m. 0,73, largo 0,31, contornato dalla sega malatestiana. (…) Non ostante le reticenze, l’intenzione di chi la fé porre è ben manifesta; e non crediam d’ingannarci la fosse posta d’ordine del Signore (si riferisce a un avviso di Carlo Malatesta “pe’ ciarloni che dovevano mormorare del suo governo”)».

E ancora Pedrazzi: «Parlando del vescovo di Rimini Vincenzo, il Villani scrisse che nel 1588 “passando per la prima volta innanzi il Cantone della Piazza della Fontana, ove era la famosa Pietra oziosa dei maldicenti, con sopra l’epigrafe, e venendo motteggiato da quelli che allora vi sedevano, egli stesso il Vescovo con vocabolo Bolognese chiamò quel luogo il Cantone de’ Pontiroli”, ossia delle persone pungenti».

Dunque è chiaro che l’epigrafe era stata apposta sopra la “pietra oziosa dei maldicenti”, che consisteva in un qualche sedile, come arguisce Antonio Bianchi: «Questa iscrizione esiste sulla cantonata della spezieria Tacchi, ove c’è un muricciolo da sedere e dove prima vi era un sedile di legno ove si faceva conversazione le sere d’estate e dove quel sedile poteva essere di pietra e poteva pure essere chiamato “petra ociosa”, sembrando dal Codice Bavaro fosse la stessa località».

Da parte sua, Oreste Delucca (“L’abitazione riminese nel Quattrocento. La casa cittadina”) annota che un bando del 1587 rinnovava il divieto di tenere legne, assi, banche o altro impedimento nelle strade «tollerando solamente, per reputazione della città, li doi banconi sul cantone del oriolo della fontana dove si trattengono li gentilhomini a diporto per antiqua consuetudine».

L’iscrizione diceva:
MCCCLXXXXV / II adì XIIII d’a / gosto. Xpo (= Cristo) aita / Iacomo / Chi in questo Tre / bo cum tale e quale / patientia e forte / za averà virtu / de 7 da commendar / ei sarà: nota e / taxie se voi viv / ere in pace ch’el / Ben pure se taxie / el male pure se / dice. A bon inten / didor. 7. et. ecet. / ra.

Fra l’altro, questa iscrizione rappresenta (a questo punto, rappresentava) la più antica testimonianza epigrafica della parlata riminese del ‘300, dove si notano inattese influenze venete.

L’angolo degli sfaccendati e dei maldicenti è stato a lungo anche il ritrovo dei mediatori. E siccome non c’era sensale senza sigaro e non c’è sigaro senza eccesso di salivazione, il popolino aveva battezzato il luogo “e’ canton di spud”, il cantone degli sputi.

E oggi? Oziosi, maldicenti, “pontiroli” e “ciarloni”  ci sono ancora più o meno tutti e ancora si ritrovano volentieri da quelle parti, come mille e più anni fa. Manca solo la pietra. Ma non è certo l’unica cosa che i Riminesi hanno saputo far svanire, dopo che Rimini gliel’aveva affidata.

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