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16 aprile 1832 – A Rimini contro i “bambini di strada” arriva anche la frusta

Il 16 aprile 1832, il Governatore di Rimini Giuseppe Antimi scrive a Ugo Pietro Spinola, Cardinal Legato di Bologna. Il messaggio, protocollato come n.189-Polizia, è classificato “riservato”.

Eminentissimo e Reverendissimo Principe

Convinto dall’esperienza, che il solo carcere non è sufficiente mezzo per raffrenare ne’ giovanetti il borseggio, poiché fino nel medesimo e prima anche di sortirne manifestano sentimenti pertinaci, mi vedo costretto, onde possibilmente, se non toglierlo, almeno reprimerlo, di supplicare l’Eminenza Vostra Reverendissima ad autorizzarmi a devenire sui rei di tal genere a più efficaci misure, quali a mio subordinato parere essere potrebbero od il carcere a solo pane e acqua oppure la minaccia di qualche sferzata da porsi anche in pratica nei modo però umani, e convenienti alla qualità del delitto, della persona. 

In attenzione delle superiori determinazioni dell’Eccellenza Vostra Reverendissima passo all’onore di rassegnarmi col più profondo rispetto e venerazione, dopo d’essermi inchinato al bacio della sacra porpora.

Ill .Dev. Obb. Servitore

Giuseppe Antimi Governatore

Dunque esisteva un problema di microcriminalità e per giunta praticata da minori, quelli che oggi diremmo “bambini di strada”. E non certo solo a Rimini: siamo nell’epoca di Dickens e Victor Hugo. La vita dei poveri nelle città è spaventosa in tutta Europa, sia nei paesi più sviluppati come l’Inghilterra che in quelli arretrati come lo Stato della Chiesa. A farne le spese per primi, tanto per cambiare, i più piccoli.

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Il “collegio dei biricchini” (famigerato quello di Bologna) non era una favola, ma una drammatica realtà e già da secoli: più lager che carcere minorile, dove gli orfani e i bambini abbandonati che cercavano di sopravvivere anche solo mendicando venivano relegati in situazioni abominevoli dopo essere stati rastrellati per le vie.

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Possediamo anche la risposta del Cardinal Legato Spinola al Governatore di Rimini, datata 23 aprile 1832:

Illustrissimo Signore

Convengo con Vostra Signoria che per i giovani avvizziati al borseggio la sola carcere non è mezzo sufficiente a correggerli, e perciò l’aggiungere per i recidivi la ulteriore punizione di porli qualche giorno a pane e acqua ed occorrendo ancora qualche battutina data con la debita moderazione, potrebbe certamente produrre un miglior effetto. Rimetto pertanto la cosa al di Lei prudente arbitrio a tenore delle persone, dei casi e delle circostanze. 

Per servirla

Spinola

Come sia stato applicato il giro di vite sui piccoli borseggiatori e con quale effetto, non è dato sapersi. Ma è facile da immaginarsi.

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