Home > Almanacco quotidiano > 6 giugno 1574 – Galea veneta cattura pirati turchi e li sbarca a Rimini

6 giugno 1574 – Galea veneta cattura pirati turchi e li sbarca a Rimini

Il 7 ottobre 1571 si era combattuta la battaglia di Lepanto, dove la flotta turca era stata distrutta da quella della Lega Santa (Venezia, Genova, Impero, Stato della Chiesa, Granducato di Toscana, Cavalieri di Malta, Repubblica di Lucca e i Ducati di Savoia, Urbino, Ferrara, Mantova). Ma come ebbe a dire il Sultano Selim II, “a Lepanto mi hanno tagliato la barba, ma io ho tagliato loro un braccio”, intendendo che nonostante la vittoria, Venezia non aveva potuto recuperare il suo dominio su Cipro. E soprattutto, che la potenza ottomana era intatta e la sua avanzata si poteva dire tutt’altro che arrestata; tant’è vero che già nel 1574 gli Ottomani ripresero Tunisi agli Spagnoli, per tenersela per sempre; e nel 1683, più di un secolo dopo Lepanto, i Turchi erano sotto le mura di Vienna.

A soli due anni dall’epico scontro, la situazione nelle acque del Mediterraneo, Adriatico compreso, è pertanto ancora quella di guerra endemica. Quindi Roma impone ai territori che governa, Rimini fra i primi in quanto città di mare, l’obbligo di fornire un numero fisso di “remiganti per le triremi pontificie”. E sempre nel 1573 arrivano anche tasse straordinarie per rinforzare gli armamenti del porto di Ancona, il più importante che il Papa possiede e in quel momento il più esposto.

In questo quadro, il 6 giugno 1574 si verifica a Rimini un episodio che almeno rinfranca il morale, anche se conferma che il pericolo è sempre in agguato.

Una fusta veneta, o "galeotta granda"

Fusta, o “galeotta grande”

Galea veneta

Galea veneta

Come racconta Carlo Tonini, «quel giorno fu lieto ai riminesi per la preda fattasi qui di una fusta turchesca, che essendo cacciata da una galera del Clarissimo Daniel Molino, venne a dare in terra a questo lido».

E cioè, durante la consueta attività di “polizia marittima” nel “Golfo di Venezia”, come allora era chiamato il mare Adriatico, una galea della Serenissima ha intercettato e catturato una “fusta”,  un tipo di naviglio più sottile e leggero della galea, preferito soprattutto dai corsari per le sue doti di velocità e agilità. Si dice che la fusta è “turchesca”, senza specificare altro. Data l’epoca, poteva trattarsi probabilmente di una nave “dulcignotta”, ovvero salpata da Dulcigno (Ulcinj in Montenegro), da sempre rinomato covo di pirati e conquistato dai Turchi proprio nell’anno di Lepanto, il 1571, anch’essa non ripresa dai Veneziani nonostante la vittoria della Lega Santa.

beauvau_1615_ulcinj_b

Dulcigno, ora Ulcinj in Montenegro

La pirateria esiste fin da quando l’uomo ha iniziato a navigare. Nel XVI secolo la praticano tutti e in tutte le sue varie forme: da quelle “legali” del corsaro, munito di regolare “patente” di uno Stato per il quale combatterà e razzierà, fino a quelle più selvagge del pirata vero e proprio, senza regole né padroni.

Nel Mediterraneo, sia i cristiani che i musulmani sulla guerra di corsa fonderanno non solo istituzioni (come il toscano Ordine dei Cavalieri di S.Stefano), ma veri e propri stati: tali sono stati quelli di “Barberia” (Tripoli, Tunisi, Algeri, formalmente sotto il Sultano ma con grande autonomia), ma anche Malta posseduta dai Cavalieri di S. Giovanni, dove il bottino del mare è la principale fonte di ricchezza.

Galea dei Cavalieri di Malta

Capitani e ciurme che si davano alla pirateria in Mediterraneo giungevano da ogni sua costa, ma non solo: oltre a italiani, provenzali, catalani, greci, croati, montenegrini, albanesi, anatolici, siriani, egiziani, “barbareschi” del Magreb, capoverdiani, non mancavano portoghesi, inglesi, irlandesi, olandesi e perfino baltici, scandinavi e russi.

acquisto di una schiava cristiana incisione del Mitelli, 17 sec.

Acquisto di una schiava cristiana (incisione del Mitelli, XVII sec.)

La ricchezza cui davano la caccia, più che dai leggendari forzieri ricolmi d’oro, era fatta di carne e di ossa: ragazzi, donne e bambini che venivano avviati al traffico da sempre più redditizio, quello di esseri umani. Razziati sulle coste meno difese, meglio ancora sulle piccole isole e poi venduti come schiavi nei mercati come il Bagno di Algeri o il porto franco di Livorno, per essere avviati agli usi più diversi; i più poveri e sfortunati al remo e le giovani donne (ma anche ragazzi) alla prostituzione, i più abbienti trattenuti in attesa di adeguato riscatto, i più colti contesi e trattenuti quanto possibile, gli altri impiegati in tutti i lavori servili. Ma anche per loro c’era speranza di riscatto e quindi di rado venivano uccisi senza motivo. Sia fra i cristiani che fra i musulmani era sorta una fittissima rete di confraternite che mettevano insieme le offerte dei fedeli per liberare dalle catene i rispettivi correligionari. In Italia la più celebre e organizzata era la romana Arciconfraternita del Gonfalone, che trattò la liberazione anche di molti schiavi romagnoli.

Le incursioni dei cacciatori di schiavi non erano infatti insolite dalle nostre parti e si verificarono più volte soprattutto dalle parti di Bellaria e Cattolica. Quando finalmente nel 1673 le coste riminesi furono protette da una catena di torri di avvistamento (uniche oggi superstiti, la Torre Saracena di Bellaria e quella, molto rimaneggiata, di Torre Pedrera) la minaccia turca stava scemando, mentre il pericolo principale era rappresentato dagli Uscocchi, pirati cristiani e protetti dall’Austria che facevano base a Segna nel Golfo del Quarnaro.

Nave inglese in combattimento contro una flottiglia turchesca (dipinto di Wilhem Van De Velde)

Come si può desumere dai documenti dei porti franchi come quello di Livorno, dove a chiunque era concesso vendere qualsiasi cosa senza fare troppe domande sulla provenienza, i bottini più comuni delle razzie a noi paiono incredibilmente “poveri”: paglia, biade, cenere, sabbia, cera, legname, umili utensili, oltre a viveri di ogni tipo. Ma anche questi carichi tanto prosaici generavano profitti se trasportati in luoghi dove ve ne era penuria e in quelle epoche l’unico modo per raggiungere in tempi ragionevoli anche mercati distanti era il mare, nonostante i rischi che comportava.

E comunque per i pirati spesso non era nemmeno necessario dover raggiungere scali sicuri per smerciare la refurtiva. Non di rado capitava che i pirati attraccassero in pieno territorio nemico e facessero mercato sul porto, senza particolari reazioni.  Annota alla fine del Cinquecento Ludovico Agostini, testimone oculare di una scena del genere a Pesaro: “Ci fu di gran trastullo vedere molti nostri cittadini mercantare con que’ ladri, che per denari gran cose davano per vilissimo prezzo, per poi scarichi potere attendere ai loro principali misfatti”.

Sforzato

Ma la merce più lucrosa restava l’essere umano. Prosegue infatti il Tonini:  «Furono salvati quarantotto schiavi, con la morte di dodici turchi e con la prigionia di quattordici compreso il Rais loro; i quali poi furono mandati a Roma».

Si onorano poi le leggi della tradizione: il bottino va al capitano, ma le bandiere del nemico spettano al luogo sacro più prossimo: «La preda, che fu molta, restò in mano del Clarissimo, e lo stendardo, presentato da uno schiavo, fu collocato nella chiesa di S. Giuliano».

Stendardo catturato ai Turchi conservato nel duomo di Osimo

Stendardo catturato ai Turchi conservato nel duomo di Osimo

(Nell’immagine di apertura, un episodio della battaglia di Lepanto)

Scroll Up