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Donne della Resistenza troppo a lungo ignorate

Laura Carboni Prelati: “Nome di battaglia Sonia” – NdA Press.

Già alla 1.a Conferenza Nazionale delle donne comuniste nel giugno 1945 Palmiro Togliatti rendeva omaggio alle donne partigiane: “Ciò che esse hanno fatto, e soprattutto il grande numero di queste combattenti è cosa così nuova che perfino sorprende. Quando l’energia nuova della dona entra con così grande impeto nella vita di un popolo vuol dire che per questo popolo è veramente spuntata l’aurora di un grande rinnovamento”. E sull’importanza delle donne nella guerra di Liberazione tornava anche Luigi Longo alla 4.a Conferenza Nazionale delle donne comuniste nel giugno 1965: “Si può ben dire che esse sono state l’anima ed il cuore della Resistenza, perché senza la loro ampia partecipazione, senza la loro affettuosa solidarietà, il movimento partigiano non avrebbe potuto avere l’ampiezza, lo slancio, la solidarietà che ebbe”.

Furono, a livello nazionale, 70.000 le donne appartenenti ai Gruppi di Difesa della Donna, 35.000 le donne partigiane combattenti, 4.653 le donne arrestate, condannate, torturate, 2.750 quelle deportate nei campi di concentramento in Germania, 623 le donne fucilate e cadute in combattimento. 16 le medaglie d’oro a loro assegnate, e 17 quelle d’argento.

Nonostante questi importanti riconoscimenti il ruolo delle donne nella Resistenza per lungo tempo è stato trascurato e ben poco riconosciuto fino a qualche anno fa dalla storiografia italiana. Le stesse donne protagoniste di quella epopea per la libertà del popolo italiano sono state silenti per decenni. Si deve a una nuova generazione di donne, in questo affiancate dall’ANPI e dagli Istituti Storici della Resistenza, la riscoperta e la valorizzazione di quanto fatto da tante donne nel corso della guerra di Liberazione in Italia fra il 1943 e il 1945.

E questo è avvenuto anche a Rimini grazie alla mostra, al filmato, alle testimonianze raccolte dal Coordinamento Donne di Rimini, dall’ANPI e dall’Istituto Storico della Resistenza. Così i nomi delle staffette e partigiane riminesi sono stati recuperati alla memoria collettiva: per citarne alcune delle diverse decine che hanno preso parte alle attività delle squadre partigiane Rosina Donini, Adria Neri, Sara Croce, Julitta Dellamotta, Carla Zanuccoli.

Il libro di Laura Carboni Prelati, nata a Faenza, ma trasferitasi con la madre a Rimini sin da bambina, giornalista per varie testate riminesi, raccoglie le memorie della madre Elda (nome di battaglia “Sonia”), giovane staffetta partigiana a Faenza.

La famiglia di Elda era composta dal padre Ettore, Maresciallo dei Carabinieri, dalla madre Luisa Piani e da tre figli: Giuseppe, nato nel 1922, Elda nata nel 1925, Alberto, nato nel 1927. I tre fratelli Carboni furono tutti attivisti del gruppo SAP (Squadre di Azione Patriottica) di Faenza.

Ha ragione Vittorio Rino Visani quando scrive nell’Introduzione che questo volume di Laura Carboni Prelati è “un po’ memoriale e un po’ efficace ricomposizione storico-letteraria di frammenti di documenti, racconti, confidenze, ricordi”. Prosegue Visani: “A Faenza, fin dall’agosto 1943, si costituì un gruppo di giovani e giovanissimi di età compresa tra 15 e 18 anni, di diverse provenienze sociali, culturali e politiche che, accomunati da una forte repulsione per il fascismo e per l’alleanza con la Germania nazista, erano desiderosi di partecipare attivamente al processo di rinnovamento democratico e sociale dell’Italia liberata”.

“Sul piano politico generale, con particolare riferimento alla condizione femminile, l’impegno nella Guerra di Liberazione di moltissime donne, ha rappresentato un elemento di grandissima novità e ha creato le premesse di una vera e propria rivoluzione culturale. La martellante propaganda fascista metteva al vertice dei vari gradini della catena di comando l’uomo muscolare e volitivo. La donna era al suo fianco in ruolo rigidamente ancillare e decorativo, regina della casa, brava massaia, sempre madre molto prolifica. Il pregiudizio antifemminile apparteneva anche a molti uomini, compresi non pochi leader del Comitato di Liberazione, dei partiti della sinistra, delle formazioni partigiane. C’era diffidenza sull’opportunità di coinvolgere le donne in ruoli di comando e di protagonismo perché ritenuto un pericoloso sovvertimento dell’’ordine naturale’”.

L’Assessore regionale alle Pari Opportunità Emma Petitti nel suo saluto scrive: “Tra i tanti compiti delle donne durante la lotta di Liberazione, quello di staffetta è stato uno dei più diffusi: si spostava percorrendo chilometri a piedi o in bicicletta e curava i collegamenti tra le varie formazioni impegnate nella lotta armata, permettendo la trasmissione di ordini, informazioni, cibo, medicine, armi, munizioni, stampa clandestina. Molte di loro hanno pagato con le torture e la vita il loro impegno. Per troppo tempo questo ruolo è rimasto nell’ombra: la lotta per la Liberazione è stata declinata principalmente al maschile e a pochissime è stata riconosciuta la qualifica di ‘Partigiana Combattente’. Il ruolo delle donne partigiane va oltre la lotta per la libertà. E’ stata anche una battaglia per la parità. Parità che anche oggi, pur con tutti i traguardi raggiunti, dobbiamo continuare a difendere con forza”.

Laura Carboni Prelati ricostruisce in forma narrativa, sulla base dei racconti della madre, la sua storia di staffetta partigiana: il coraggio ma anche la paura, la gioia di vivere ma anche il dolore per la uccisione dell’amico più caro. “Dovevo stare all’erta, dovevo gestire molti contatti, ma dalla mia bocca non doveva uscire una parola, non dovevo rivelare né emozioni, né paure, né dolore, né panico o spavalderia, anche se le avessi intimamente provate. Dovevo essere blindata nei sentimenti e soprattutto non dovevo dar a vedere nulla di strano nel mio abituale comportamento, anche con i familiari e gli amici di sempre”.

Il racconto si dipana tra gli episodi dei bombardamenti aerei, lo sfollamento, il passaggio del fronte, la disfatta del regime, la città distrutta. “Ho vissuto questo periodo particolare della mia vita con grande coraggio e molte emozioni, ma mai con incoscienza o superficialità. Con molto entusiasmo ho partecipato ad ogni azione che mi veniva assegnata perché pensavo al bene della Patria. Oggi io vorrei essere considerata una ex combattente, soprattutto pensando a tutti coloro che sbandierano di essere stati dei veri patrioti e di aver partecipato ad azioni spettacolari, mentre non hanno mai pensato o saputo cosa volesse dire esserlo veramente”.

Mi auguro che l’ANPI riminese e l’Istituto per la storia della Resistenza presentino alla Città questo volume, proseguendo in quella operazione di recupero della presenza femminile nella Guerra di Liberazione già avviata da qualche tempo.

Paolo Zaghini

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