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Dunkirk, capolavoro pavido e parziale

Se non altro possiamo partire da una prima certezza: Dunkirk è già uno dei casi cinematografici più discussi degli ultimi anni, come forse si auspicava il Nolan produttore (già 500 milioni di dollari al box office), prima ancora del Nolan regista. Ho preferito allora aspettare qualche giorno prima di esprimermi a riguardo, cercando di scongiurare quello che sarebbe stato un parere affrettato, dettato dai fervori della critica: avrei finito per schierarmi semplicemente per una delle due tifoserie rivali, concentrandomi più sui cori e sugli sfottò da urlare che sulla partita stessa.

Prima di parlare di Dunkirk occorre fare chiarezza su un punto fondamentale: cos’è cinema e cosa non lo è.
“Il cinema è il modo più diretto per entrare in competizione con Dio” sosteneva Fellini, che si sentiva però innanzi tutto un narratore, che ha il solo compito di mostrare, senza dover dimostrare nulla: “Sono solo un narratore, e il cinema sembra essere il mio mezzo. Mi piace perché ricrea la vita in movimento, la esalta. Per me è molto più vicino alla creazione miracolosa della vita che, per esempio, un libro, un quadro o la musica. Non è solo una forma d’arte, in realtà è una nuova forma di vita, con i suoi ritmi, cadenze, prospettive e trasparenze”.

Un altro grande regista, il giapponese Kurosawa, sosteneva invece che “Il cinema racchiude in sé molte altre arti; così come ha caratteristiche proprie della letteratura, ugualmente ha connotati propri del teatro, un aspetto filosofico e attributi improntati alla pittura, alla scultura, alla musica”.

Da questi due grandi maestri possiamo estrapolare almeno tre elementi caratterizzanti della settima arte: il cinema è narrativo, è dotato di vita propria, ed è il connubio di molte arti diverse fra loro. Ovviamente non avremo mai una definizione scientifica di cinema nel senso delle scienze esatte, ma penso che potremmo prendere per buoni questi tre aspetti fondamentali.

1. La narrazione
Dunkirk non è un film narrativo. E per narrativo non intendo lineare, cronologico, o canonico come lo poteva essere un romanzo dell’Ottocento. Intendo dire che Nolan non sembra voler mostrare alcunché allo spettatore (e da mostrare ce ne sarebbe, con una grande storia da raccontare come l’Operazione Dynamo), bensì si ostina a voler dimostrare di essere un grande regista, perdendosi spesso in manieristici virtuosismi fini a se stessi. E un grande registra, se è veramente tale, non avrebbe bisogno di tutta questa ostentazione: mostrarsi, prima ancora di mostrare, è un grande errore cinematografico.

2. Il cinema come “una nuova forma di vita”
Proprio qui forse sta il più grande merito, e la più grande intuizione di Nolan. Avendo a disposizione alcuni tra i più grandi attori britannici come Mark Ryalance e Kenneth Branagh, ci saremmo aspettati delle parti ad hoc per sfruttare al meglio il loro talento. E invece no: Nolan svuota da dentro i suoi attori, disumanizzandoli come la guerra disumanizza gli uomini. Nessun personaggio (o meglio, non-personaggio) emerge rispetto agli altri, e nessuno dei protagonisti ha una propria psicologia delineata. Ho molto apprezzato questa trovata, originale ma allo stesso tempo così pertinente alla dimensione bellica, e alle schiere di uomini che la guerra ha reso uguali fra loro.

3. Il connubio fra le diverse arti
Se dal punto di vista della fotografia e del montaggio Dunkirk è di una perfezione che raramente si era vista prima, non possiamo dire altrettanto delle musiche spesso retoriche e scontate di Hans Zimmer. Un altro, però, è il dato più eclatante: la letteratura è del tutto assente. E per letteratura non intendo la trama, l’intreccio, o la profondità delle battute. Perché se lo spettatore va al cinema per cercare un messaggio, è meglio che vada all’ufficio postale, come giustamente sostiene David Lynch. Per letteratura intendo invece l’importanza della parola, che deve essere puntuale, precisa, ed invece qui appare così banale e sbiadita. Con una sceneggiatura così contingente ed impalpabile, scritta impietosamente dallo stesso Nolan, è ovvio che lo svolgimento della pellicola sia lasciato al solo testo visuale ed uditivo, e quindi non propriamente all’arte cinematografica.

Oltre a questi tre punti, relativi al cinema in generale, un film come Dunkirk presuppone un altro aspetto centrale: l’idea che il regista si è fatto della guerra. Ecco, uscito dalla sala, non sono riuscito a capire cosa ne pensi Nolan. Rimane nel mezzo, fra gli ignavi danteschi, raccontando per più di un’ora le efferatezze di una guerra disumana, per poi cavarsela con un discorso finale di Churchill che mette tutte le cose a posto.

Dunkirk non è né un film di propaganda, come è stato Salvate il soldato Ryan, né un film di denuncia, come ad esempio Orizzonti di gloria. Spielberg e Kubrick avevano una precisa idea della guerra – seppur antitetica – e non hanno esitato a schierarsi.

Nolan invece rimane schiacciato fra questi due poli, cercando di accontentare tutti e non deludere nessuno.
In ultima analisi direi che Dunkirk è un capolavoro cinematografico pavido e parziale. Quindi non è un capolavoro, e forse neanche cinematografico.

Edoardo Bassetti

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