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Emo ergo sum. Acquisto dunque sono!

Il centro storico di Rimini, nonostante le gravi ferite della guerra, ha conservato il suo fascino e lo ha aumentato con gli interventi degli ultimi anni. Sono ben leggibili il Cardo e il Decumano attorno ai quali la sapienza ingegneristica dei Romani costruiva le città. Strade rosse, vagamente allusive, conducono il viandante in angoli appartati, l’Arco e il Ponte sfidano le diverse chiavi di lettura della città che l’inquieto animo umano propone nel corso dei secoli, il Tempio continua ad emettere segnali di civiltà lontane nel tempo, come fosse un’astronave aliena.

Tuttavia ciò che negli ultimi anni caratterizza il Centro, sono i molti negozi vuoti (perché la rendita immobiliare è troppo alta) e le bancarelle degli ambulanti diffuse in ogni angolo della città nei due giorni settimanali di mercato.

Accade così che tu, con Rousseau, immagini una “réverie du promeneur solitaire” lungo i quieti vialetti dell’Anfiteatro Romano e incappi in un venditore di ciabatte o di padelle.

Ti inoltri nel cuore della città per cogliere il sapore del tempo nella piazza dove (forse) Giulio Cesare pronunciò il discordo del dado (non del dado knorr!) e per meditare davanti al cippo che lo ricorda. Vuoi emozionarti camminando sul fiammeggiante sole sigismondeo disegnato sul selciato di piazza Tre Martiri o vuoi dedicare un breve pensiero al sacro luogo ove i martiri furono impiccati. Diciamo che fatichi a trovarli fra tovaglie e mutande, camioncini scassati e venditori accaldati.

La calca dei compratori, è ovvio, attira altri venditori, quelli di suoni. I flauti andini si accavallano con il violino amplificato che cita Vivaldi insieme alla canzone della Tim; un sax stonato insegue la voce roca del nero che ripete all’infinito “no woman no cry”, perché ben esprime la sua solitudine ed anche perché conosce solo quell’accordo di chitarra.

Con il mercato in centro si è ricreato qualcosa di simile alla quieta vitalità delle città del nord Europa. Anche se lì le bancarelle hanno tutte la stessa foggia, i camioncini stanno nei parcheggi esterni, e l’ordine regna sovrano. Ma, come è noto, noi siamo anche geograficamente a metà strada fra il suk mediterraneo e l’albagia protestante. Un equilibrio instabile che caratterizza gli italiani, figuriamoci poi i riminesi che dell’ibridazione (anche in senso carnale) con i paesi del nord hanno fatto una fede, una speranza e una carità.

Non dico poi di Amazon e affini, giganteschi negozi planetari senza terra e senza muri, che dalle lontane Americhe inviano ogni giorno furgoni di ogni taglia a scorrazzare per le vie del centro, o dei Tir spropositati che alle prime luci dell’alba scaricano merci accompagnando l’operazione con i lamenti simil/infantili delle pedane idrauliche.

Ebbene, tutto ciò deve farci pensare.

Le merci si sono impossessate di noi, definiscono i nostri rapporti sociali, delineano un’antropologia basata essenzialmente sullo scambio di beni. Non siamo noi a dominare le merci secondo le nostre necessità, sono le merci e i loro ignari intermediari che dominano la nostra vita. Esisto in quanto acquisto, esisto in quanto vendo.

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