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Chi era Guglielmo Marconi, comandante partigiano a Rimini “grande nella sua umiltà”

L’1 giugno 1968, cinquant’anni fa, moriva per una grave malattia, dopo un anno di sofferenze, Guglielmo Marconi, bandiera dell’antifascismo riminese, indomito comandante partigiano nella Guerra di Liberazione sugli Appennini, vice-Sindaco di Rimini nel rimpasto della Giunta CLN del 30 giugno 1945 guidata dal Sindaco Arturo Clari.

Il suo funerale vide la partecipazione di una folla immensa, dopo due giorni di omaggio del popolo riminese alla camera ardente presso il Ridotto del Teatro Comunale. Il corteo funebre partì da Piazza Cavour alle 17.00, attraversò Corso d’Augusto, si fermò in Piazza Tre Martiri nel luogo dove il 16 agosto 1944 furono impiccati i tre giovani partigiani Mario Capelli, Luigi Nicolò e Adelio Pagliarani, scese lungo Via IV Novembre per imboccare poi Via Roma, Via dei Mille e Viale Matteotti verso il Cimitero. Ali di folla lungo tutto il percorso. Davanti al corteo funebre il Gonfalone del Comune di Rimini e la bandiera dell’ANPI. A seguire i gonfaloni di tutti i comuni del Circondario. E poi la bandiera della Federazione Comunista riminese e quella del Partito Comunista marxista-leninista. A fianco del carro funebre la scorta dei partigiani riminesi e dietro i familiari e poi tutti i Sindaci dei Comuni del Riminese e un lungo corteo di cittadini, militanti dell’ANPI, del PCI, dei partiti della sinistra. Sul piazzale del Cimitero presero la parola per commemorarlo il Sindaco Walter Ceccaroni e il Presidente Nazionale dell’ANPI Arrigo Boldrini, il ravennate Comandante Bulow.

3 giugno 1968. Rimini. Il corteo funebre di Guglielmo Marconi lungo il Corso d’Augusto (foto di Davide Minghini, per g.c. Archivio fotografico Biblioteca Gambalunga)

Il giorno dopo, il 4 giugno, nella seduta del Consiglio Comunale di Rimini, venne ricordato con l’intervento e l’espressione di cordoglio di tutti i gruppi consiliari. Il Sindaco Ceccaroni nel suo intervento lo definì “grande nella sua umiltà”.

3 giugno 1968. Orazione funebre per Guglielmo Marconi del Sindaco di Rimini Walter Ceccaroni

Il primo dopoguerra

Guglielmo nacque a Pedaso, in provincia di Ascoli Piceno, il 18 settembre 1903, da Luigi (1870-1958) e Lucia Guglielmi (1870-1962). Il padre, ferroviere dal 1895, militante anarchico, era solito portarsi dietro tutta la famiglia ad ogni cambio di luogo di lavoro. Guglielmo era il quarto di sei fratelli. La famiglia Marconi rientrò a Rimini il 26 dicembre 1903, pochi mesi dopo la nascita di Guglielmo.

Guglielmo frequentò per alcuni anni le scuole tecniche, senza però diplomarsi. A 17 anni svolse il servizio militare nel 3° Genio, 1. Compagnia telegrafista, a Firenze.
Al suo rientro a Rimini, alla fine del 1920, incominciò a frequentare i circoli dei giovani socialisti e quelli degli anarchici. Il 10 gennaio 1921 si recò a Trieste dove sostenne, e vinse, un concorso per impiegato ferroviario. Qui rimase per diversi mesi. Aveva 18 anni e un impiego. A Trieste, durante la sua permanenza, scoppiò uno sciopero delle maestranze ferroviarie che durò 21 giorni. Il padre, temendo che per la sua giovane età fosse influenzabile, gli scrisse: “Se fai il crumiro ricordati che in casa Marconi non entri più”.

Dunque non è a Rimini quando nacque nel gennaio 1921 il PCdI a seguito della scissione dell’ala sinistra del Partito Socialista guidata da Amedeo Bordiga e lo svolgimento del suo primo Congresso a Livorno il 21 gennaio. Però al suo rientro a Rimini, a fine anno, iniziò a frequentare la sede di questo nuovo Partito (in una memoria scrisse: “La maggioranza dei compagni erano tutti giovani”) e a fine 1921 si iscrisse. Da quel momento si gettò a capofitto nell’attività politica di quegli anni convulsi susseguenti la Prima Guerra Mondiale.

1942. Guglielmo Marconi. Foto segnaletica inserita nel fascicolo del Casellario Politico Centrale (CPC) (per g.c. di Ebe Lucia Marconi)

Sin da quegli anni emersero alcune caratteristiche che gli rimasero per tutta la vita e che non sempre lo fecero apprezzare dai suoi stessi compagni: impulsivo, irruento, coraggioso, temerario, settario, a volte violento. Da allora, sino alla morte, fu sempre armato.

Il 1922 lo vide tra i protagonisti dello scontro con le squadre fasciste. Il Pretore di Rimini lo condannò il 24 febbraio 1922 a 180 lire di multa (non poco per lui che ferroviere allora prendeva 60 lire al mese) per porto abusivo d’armi e lo assolse per intervenuta amnistia dall’accusa di minacce a mano armata. Ai primi di giugno, in occasione della morte di Libero Zanardi,  figlio di Francesco Sindaco socialista di Bologna dal 1914 al 1919, avvenuta a Rimini mentre tentava di rimettersi da una violenta bastonatura inflittagli dai fascisti a Bologna, è nella guardia d’onore, in divisa, dei giovani comunisti alla salma. Erano con lui Roberto Carrara e Bruno Busignani.

Il 28 giugno, secondo un rapporto dei Carabinieri, sparò tre colpi di rivoltella contro un gruppo di fascisti, mancandoli. Nell’estate 1922 guidò una delle tre squadre d’azione dei giovani comunisti riminesi (le altre due erano guidate da Carrara e Busignani), coordinate da Nullo Gatta. Questi gruppi operarono in accordo e, spesso, assieme con quelli degli arditi del popolo, in prevalenza di matrice anarchica. In una di queste occasioni venne occupata la Stazione di Rimini dove vennero perlustrati i treni in cerca di reduci di rientro da un congresso fascista. Questi furono costretti a gettarsi dai finestrini dei treni e a cercare scampo nelle campagne vicine. Come scrisse poi Marconi: “fu servita loro la lezione dovuta”.

Anni ’50. Guglielmo Marconi

Con la conquista dello Stato da parte dei fascisti nell’ottobre 1922, per i comunisti si pose il problema del passaggio della loro organizzazione alla clandestinità. Di fronte a questo compito le organizzazioni periferiche si trovarono quasi del tutto impreparate. Anche perché il fascismo aveva ora a sua disposizione gli strumenti dello Stato: la polizia, la magistratura.

Nei primi anni del fascismo

Per gli antifascisti riminesi (comunisti, socialisti, anarchici) il primo duro colpo i fascisti lo misero a segno nel maggio 1923: in quaranta vennero arrestati con l’accusa di “complotto per mutare violentemente la costituzione dello Stato e forme del Governo e a tale scopo formato squadre armate, raccolte armi e munizioni, compiuto ogni attività di propaganda orale e scritta idonea allo scopo”. Fra gli arrestati c’è anche Guglielmo che rimarrà in carcere fino al 1 luglio 1924, giorno in cui lui ed altri vennero liberati con proscioglimento dalla imputazione di cospirazione e amnistiato da quella di costituzione di banda armata. I giudici, seppur aiutati dai fascisti, non riuscirono a raccogliere alcuna prova concreta a sostegno delle accuse mosse. Tutto ciò comunque costò agli imputati 14 mesi di galera.
Ma intanto Guglielmo sin dai primi mesi del 1923 aveva perso il lavoro presso le ferrovie.

Ritornò, una volta in libertà, a militare a tempo pieno a favore del suo partito: raccolse fondi per il Soccorso rosso, ritirava e diffondeva ogni mattina 50 copie de “L’Unità”. Nei suoi appunti c’è scritto che alla fine del 1924 “a Rimini sono rinnovate e distribuite 60 tessere del partito e 70 del Soccorso rosso internazionale”.
Ancora una volta l’1 novembre 1924, nella ricorrenza dei defunti, fu protagonista di un episodio clamoroso: con Roberto Carrara e il socialista Gomberto Bordoni deposero al Cimitero di Rimini, affollato di gente, una corona di fiori rossi in memoria del deputato socialista Giacomo Matteotti (ucciso dai fascisti il 10 giugno 1924) e di Olga Bondi, una giovane comunista uccisa dai fascisti il 25 luglio 1922 a Rimini nel Borgo XX Settembre. I fascisti cercarono a lungo gli autori del gesto e non si sa, se per caso o perché sulle sue tracce, beccarono Guglielmo l’11 novembre 1924. Egli subì in questa occasione un pestaggio violento e selvaggio. I fascisti avevano più conti da saldare con lui e ne approfittarono. Non riportò lesioni gravi, ma ne ebbe per diverse settimane. Interrogato dalla polizia, rifiutò di sporgere denuncia.

Anni ’60. Guglielmo Marconi

L’aria per lui a Rimini però incominciava a diventare irrespirabile. Nei primi giorni del nuovo anno, 1925, andò a Roma. Ufficialmente per cercare lavoro, in realtà a disposizione del partito o meglio della Federazione Giovanile Comunista.

Contemporaneamente a Roma la polizia aprì il fascicolo del Casellario Politico Centrale (CPC) a lui intestato (2 gennaio 1925). Questo verrà chiuso solo ai primi di settembre del 1943 quando lo Stato fascista crollò. In questo fascicolo saranno raccontati e raccolti i fatti di quasi vent’anni di militanza antifascista e comunista di Guglielmo Marconi, in Italia e in giro per l’Europa. Guglielmo vi è descritto come “di carattere violento, estremamente pericoloso. Dedito all’ozio e al gioco”. E prosegue descrivendone la figura: “andatura svelta, espressione fisionomica vivace, abbigliamento abituale ricercato, segni particolari tatuaggio sul braccio sinistro a forma di cuore”. La polizia fascista non ebbe mai una sua foto. La prima ed unica foto contenuta nel suo fascicolo gliela fecero nel 1942, quando i tedeschi lo consegnarono agli italiani al Brennero.

A Roma lavorò con Giuseppe Dozza, allora responsabile dei giovani comunisti, e con Luigi Amadesi che lo incaricarono di fare l’interregionale dell’Abruzzo. A fine maggio rientrò a Rimini, ma venne sottoposto immediatamente a stretta vigilanza da parte della polizia.

A quel punto decise di emigrare. Il 20 giugno 1925 partì per la Francia, con regolare passaporto, diretto a Homencourt con contratto di lavoro in un’acciaieria. Marconi rientrerà in Italia 17 anni dopo scortato dalla Gestapo tedesca.

All’estero

La scelta, per molti, fra il rimanere e il partire non ci fu. Anzi la partenza divenne una scelta obbligata per sopravvivere. E’ difficilmente quantificabile per quanti questa scelta divenne obbligata (anche se qualcuno si è arrischiato a dire circa 200 mila).

L’emigrazione politica in quegli anni di avvento del fascismo (1921-1926) si mischiava in realtà strettamente a quella economica. La necessità di trovare lavoro si univa a quella di chi doveva fuggire alle violenze e alle minacce delle squadre fasciste. In questo arco di tempo uscirono dall’Italia quasi due milioni di persone. Centomila erano emiliano-romagnoli. Circa 15 mila forlivesi.

Guglielmo divenne uno di questo flusso, svolgendo all’estero attività politiche cercando contemporaneamente di trarre i sostentamenti per lui e per la sua famiglia. Cosa non sempre facile tra decreti di espulsione da vari paesi, ricerche della polizia, iniziative politiche, cambio continuo di città. In questi anni all’estero svolse innumerevoli attività lavorative: bracciante, autista, minatore, verniciatore, cartellonista, negoziante. Tutti sempre per brevi periodi e in località diverse.

26-28 febbraio 1954. Rimini, Ridotto del Teatro Comunale Galli. Terzo Congresso della Federazione Comunista Riminese. Guglielmo Marconi interviene. A sin. l’on. Giuliano Pajetta, dietro Elda Codeluppi (per g.c. di Ebe Lucia Marconi)

Arrivò in Francia alla fine di giugno 1925. Ma qui si trattenne solo poche settimane. Ad agosto veniva segnalato ad Esch sur Alzette in Lussemburgo. Qui vi rimase sino alla fine di giugno del 1926, quando venne colpito da un decreto di espulsione per la sua intensa attività antifascista (fra cui numerosi atti violenti, per alcuni dei quali era stato anche spiccato mandato d’arresto).

Riparò in Francia nel Comune di Knuttange, dove l’amministrazione comunale era a direzione comunista. Qui il 6 ottobre 1926 sposò Isola Fabbrini (1907-1985), riminese, venti anni, che lo aveva raggiunto dall’Italia. Il Consolato italiano comunicava che a Knuttange è in atto “una propaganda violentissima contro le organizzazioni locali fasciste” e che Guglielmo “in quell’ambiente è diventato un temutissimo capo”. Nel settembre 1928, a seguito di un’aggressione a mano armata nei confronti di un fascista italiano, venne espulso anche dalla Francia.

Dovette riparare questa volta prima nella Saar tedesca, dalla fine della guerra ancora sotto amministrazione della Società delle Nazioni, e poi nei primi mesi del 1929 in Belgio, a Couillet, dove trovò lavoro nelle miniere di carbone.
Intanto il suo nome e i suoi dati venivano iscritti nella Rubrica di Frontiera italiana con l’ordine d’arresto nel caso di un suo rientro in patria. Nel marzo 1931 venne inserito anche nel bollettino delle ricerche della polizia.

Il 27 marzo 1930 verrà espulso anche dal Belgio “per attiva propaganda comunista”. Il 10 settembre 1930 intanto gli era nato il suo primo figlio, Ascanio. Nel 1931 rientrò in Francia e si stabilì a Fontenay sur Bois, nei pressi di Parigi. Il 18 luglio 1931 la moglie e il figlio rientrarono in Italia. Ascanio venne lasciato ai nonni a Rimini. Isola tornò a Parigi nel gennaio 1932 e andò a vivere presso uno zio, gestore di un ristorante. Interrogata dalla polizia, nel gennaio 1933, su dove fosse Guglielmo rispose che poteva essere in Germania e che viveva “separato da lei e dal figlio da oltre un anno, senza aver dato notizie di sé”. Bugie alla polizia, del resto il Consolato italiano di lei scriveva: “Sembra che la di lui moglie Fabbrini Isola ne condivida pienamente le idee”. Il 24 gennaio 1934 divennero nuovamente genitori delle gemelle Vera e Maria.

21 settembre 1957. Rimini, Consiglio Comunale. Consegna della Medaglia d’Oro alla memoria ai Tre Martiri da parte del Sindaco Veniero Accreman ai familiari. Da sin. in piedi Guglielmo Marconi, Rosina Donini, Decio Mercanti. Dietro, 1° a sin. Giuseppe Gemmani, 1° a destra Giordano Gentilini. Sul tavolo, nelle teche di vetro, le corde con cui i giovani partigiani vennero impiccati, conservate a tutt’oggi presso la Biblioteca Gambalunga

Nel maggio 1936 Isola scrisse ai genitori che Guglielmo era ricercato da due mesi dalla polizia francese, e per questo era costretto a nascondersi.
Nell’ottobre 1936 Guglielmo partì per la Spagna ed entrò a far parte delle Brigate Internazionali. Inserito nella Batteria Gramsci, col secondo gruppo di artiglieria, di cui era Commissario Politico, partecipò fra il dicembre 1936 e il gennaio 1937 all’assalto di Teruel (nella regione dell’Aragona). Alla fine di marzo 1937 venne inviato da Teresa Noce (la compagna Estella, moglie di Luigi Longo) in missione a Parigi per consegnare delle lettere a Dozza. Ammalatosi, si fermò a Parigi, in una situazione di semiclandestinità, per tutto il secondo semestre del 1937. Per anni, questo suo “rientro anticipato” fu per lungo tempo oggetto di critiche e sospetti nel partito. In una sua lettera del 28 febbraio 1962 a Luigi Longo, Marconi riassumeva la sua attività e i motivi della sua uscita dalla Spagna chiedendo di confermargli quanto accaduto per smentire “strane voci” che circolavano a Rimini su una sua fuga dalla Spagna. E Longo lo fece con una sua lettera il 2 maggio 1962 confermando i fatti descritti da Marconi.

Allo scoppio della guerra rifiutò di arruolarsi nell’esercito francese. Dopo la dichiarazione di guerra fra Italia e Francia il 10 giugno 1940 venne arrestato e condotto al campo di concentramento di St. Cyprien, dove rimase sino al 22 luglio. Liberato lavorò al forte di Charanton (a Parigi), adibito a deposito di armi, per i tedeschi, poi accettò di lavorare in Germania con un contratto di sei mesi, dal 21 aprile al 27 novembre 1941, presso la fabbrica di aerei AGO nella zona di Berlino. Ritornato a Parigi lavorò ancora per i tedeschi come pittore di tabelle segnaletiche. Venne arrestato dalla Gestapo il 21 aprile 1942, su richiesta partita dall’Italia nel dicembre 1941. Nel carcere parigino della Santè venne messo in fila con i prigionieri avviati alla fucilazione. E’ con lui il forlivese Adamo Zanelli (il futuro segretario del PCI di Forlì). Ne videro fucilare, prima del loro turno, uno ad uno, venticinque. Quando ormai toccava a loro, le esecuzioni vennero sospese.

Il 28 maggio 1942 fu avviato verso l’Italia, attraverso la Germania, e consegnato alle autorità di polizia italiane al Brennero il 9 giugno 1942. Il 2 luglio venne sottoposto ad interrogatorio alla Questura di Forlì. Il 5 agosto la Commissione provinciale per i provvedimenti di polizia lo condannò al confino per la durata di cinque anni presso la colonia penale di Ventotene.
Nel giugno 1942 rientrò definitivamente a Rimini anche la moglie Isola, proveniente da Parigi.

La guerra partigiana

Guglielmo arrivò a Rimini da Ventotene nei primi giorni di settembre del 1943. Vi ritornò dopo un’assenza di 18 anni. Guglielmo riallacciò subito i rapporti con i vecchi compagni, in particolare con Attilio Venturi. Ma visse questi primi mesi un po’ in disparte. Stava male, e ad ottobre si dovette operare. Inoltre, a complicare le cose, arrivò anche la rottura con la moglie. Ma del resto non si può certamente dire che il loro, per la sua vita tumultuosa, sia stato un matrimonio facile e felice.

Rimessosi dall’intervento chirurgico, abbandonati i propri problemi familiari irrisolti, attraverso la rete dei GAP riminesi raggiunse i partigiani in montagna verso il 20 gennaio 1944. La formazione allora era composta da quasi 200 uomini, tutti giovanissimi. Il comando era affidato a Libero (nome di battaglia di Riccardo Fedel), ex ufficiale dell’esercito.

Ottobre 1957. Rovereta, sul confine italo-sammarinese. Fra il 19 settembre e il 14 ottobre 1957 la polizia italiana agli ordini del Ministro dell’Interno Scelba contribuì al ribaltamento del governo di sinistra della Repubblica Sammarinese. Contemporaneamente ex-partigiani costituirono gruppi armati che fronteggiarono la polizia italiana. La crisi terminò il 14 ottobre con l’insediamento del nuovo governo a guida democristiana. Nella foto uno dei gruppi armati partigiani. Al centro in piedi Decio Mercanti, davanti a lui accosciato Guglielmo Marconi

“Paolo” (il nome di battaglia che assunse Marconi) ha 40 anni. E’ nel pieno delle forze ed ha un’esperienza politica quasi unica fra i comunisti della provincia. Praticamente conosce tutti i responsabili regionali e provinciali alla direzione della lotta di resistenza, con i quali ha condiviso l’esperienza spagnola e la prigionia a Ventotene.

Da gennaio ad aprile Paolo guidò le azioni militari (gli attacchi a Premilcuore e a Galeata, l’occupazione di Corniolo). Agli inizi di aprile “Pietro” (Ilario Tabarri) e “Paolo” sostituiscono “Libero” alla guida della Brigata (di questa vicenda e della tragica fine di Libero parlerò in un prossimo articolo).

Il 12 aprile la Brigata era composta da oltre mille uomini, di cui però la metà priva di armamento. Era in piena fase di ristrutturazione quando il 12 aprile 15.000 uomini fra truppe tedesche e militi repubblichini iniziarono una grande operazione di rastrellamento dell’Appennino che durò sino al 25 aprile. Alla fine del rastrellamento non rimasero che alcune centinaia di uomini, su oltre mille, raggruppati in maniera organizzata. Gli altri erano stati dispersi, fuggiti, caduti prigionieri o morti. Pietro e Paolo si misero al lavoro per ricostituire le formazioni e assunsero il comando politico e militare della Brigata, che a maggio assunse la denominazione di 8.a Brigata Garibaldi. Pietro divenne il comandante e Paolo ne divenne il vice, oltre che il responsabile della 2. Zona (delimitata dal triangolo Meldola, Santa Sofia e Campigna), alla testa di ca. 350 uomini. Per tutta l’estate e l’autunno le forze partigiane combatterono duramente sull’Appennino, superando due nuovi rastrellamenti il 17 luglio e dal 16 al 23 agosto. Nel corso del secondo rastrellamento per la prima volta la Brigata costringerà i tedeschi a battere in ritirata, infliggendo loro notevoli perdite.

Nel mese di settembre gli Alleati sfondarono la Linea Gotica. Il 21 liberarono Rimini. Il 26 Paolo li incontrò con le sue formazioni partigiane sull’Appennino, a San Piero in Bagno. Gli inglesi provenivano dalla Toscana. Paolo rimase per tutto il mese di ottobre a disposizione degli Inglesi organizzando un reparto di guide, intervenendo nella formazione dei nuovi organismi civili nei paesi liberati, facendo da tramite fra gli Inglesi e le forze partigiane.

L’avanzata alleata fu lenta, sia in montagna che in pianura. Il 20 ottobre venne liberata Cesena, il 21 Meldola, il 28 Predappio. Il 9 novembre venne raggiunta Forlì, ma alle forze partigiane fu proibito di parteciparvi. Vennero costrette a rimanere a Meldola. Gli Inglesi imposero poi il disarmo dei partigiani, che avvenne il 30 novembre 1944 a Forlì con la sfilata attraverso le vie principali dei reparti, davanti alle brigate GAP e SAP pure loro smobilitate.

Scrisse Pietro: “Paolo, uno dei migliori uomini che militarmente potessero prendere delle buone iniziative ed affrontare situazioni anche critiche”. Paolo sarebbe poi stato insignito della Medaglia d’Argento al Valor Militare (dieci anni dopo la morte, con decreto del Presidente della Repubblica Sandro Pertini datato 18 agosto 1978). La motivazione che accompagnava la Medaglia recitava: “Partigiano di sicura fede e d’intrepido coraggio, si prodigava intensamente per la costituzione delle prime formazioni partigiane nel riminese, divenendone ben presto uno dei maggiori animatori ed organizzatori. Instancabile ed indomito Comandante di Battaglione, sempre presente nelle più audaci azioni contro truppe nemiche, animava e guidava con rara perizia i suoi uomini in numerosi combattimenti infliggendo al nemico ingenti perdite di materiale e personale. Nobile figura di combattente e sagace organizzatore. Zona di Forlì, 15 gennaio 1944-30 novembre 1944”.

Il dopoguerra

Il rientro a Rimini di Marconi nei primi mesi del 1945 non fu facile. Forse non era preparato ad affrontare, dopo vent’anni di “avventure”, la normalità. Trovò un partito guidato da giovani ed impegnato a porre le basi per la ricostruzione della città distrutta, mentre ancora al Nord infuriava la guerra.

Venne inserito nel Comitato per l’epurazione, presieduto dal socialista Ezio Cerlini per poi entrare, in occasione di un rimpasto, il 30 giugno 1945 nella Giunta Comunale CLN diretta dal Sindaco socialista Arturo Clari. Fu nominato vice-Sindaco assieme al democristiano Giuseppe Babbi.

Ma Guglielmo ricoprì questo incarico solo per poche settimane. Il 14 luglio rimase coinvolto in un grave incidente mentre era alla guida della sua motocicletta di rientro da San Marino. Dovette trascorrere diversi mesi immobile nel letto ed altro tempo in convalescenza. Nel mese di agosto venne sostituito in Giunta da Cesare Bianchini, che l’anno successivo, dopo le elezioni del 6 ottobre, divenne Sindaco. Dall’estate 1945 aveva inoltre una nuova compagna, Arthes Ghinelli (1924-2008), in quel momento responsabile dell’UDI (Unione Donne Italiane), da cui ebbe il 14 luglio 1946 una figlia, Ebe Lucia.

A settembre 1945, nonostante i postumi dell’incidente, fu presente al funerale di tutti i caduti dell’8.a Brigata, svoltisi a Forlì alla presenza di Pietro Nenni.
Il 7 marzo 1946 rientrò in Giunta come Assessore alla polizia urbana e vi rimase sino alle elezioni di ottobre in cui non fu inserito nella lista dei candidati del PCI per il Consiglio Comunale.

3 giugno 1968. Santino funebre di Guglielmo Marconi

Marconi si stava scontrando duramente con i nuovi dirigenti comunisti riminesi e per questo venne tagliato fuori da tutti gli organismi dirigenti, politici e amministrativi. Per molti aspetti Guglielmo Marconi fu la “bandiera” più illustre del PCI riminese nel dopoguerra. Ma lo fu in maniera contraddittoria: molto più per quello che rappresentava per la storia del partito che per le sue capacità di direzione politica, che non ci furono. Il suo essere uomo d’azione gli impedì di essere pienamente uomo politico sino in fondo.

Visse le elezioni del 1948 in prima linea, come il comunista “mangiapreti” (espressione di un anticlericalismo ben presente nella società riminese) e del “dopo salderemo i conti”. In quegli anni il suo punto di riferimento politico fu Pietro Secchia, che aveva conosciuto a Parigi alla fine degli anni Venti e che aveva nuovamente incontrato al confino di Ventotene. Secchia è uno dei protagonisti della lotta di resistenza, responsabile dell’organizzazione e vice-segretario del PCI, antagonista politico per molti versi del segretario Palmiro Togliatti.

Per Marconi, come per tutti gli altri protagonisti della resistenza a Rimini, vale del resto il duro giudizio che espressi nel saggio su “La nascita della Federazione Comunista Riminese (1946-1949)” (in “Storie e Storia n. 14-15/1986): “A Forlì il gruppo dirigente partigiano (in particolare gli esponenti cesenati dell’8.a Brigata Garibaldi) aveva assunto la direzione del Partito e la manterrà per lunghi anni. A Rimini invece il gruppo proveniente dalla resistenza armata ai nazi-fascisti sarà ben presto emarginato, o meglio questo non riuscirà a diventare nuova classe dirigente. La direzione politica viene invece assunta da una leva di giovani quadri tecnici e intellettuali, arrivati al partito negli ultimi tempi del fascismo. E questi si faranno ben presto interpreti di esigenze nuove, politiche e culturali, per la rinascita di Rimini dalle macerie della seconda guerra mondiale”.

3 giugno 1968. Rimini. Il corteo funebre di Guglielmo Marconi mentre attraversa Piazza Tre Martiri (foto di Davide Minghini, per g.c. Archivio fotografico Biblioteca Gambalunga)

Nel 1951 scrisse un lungo manoscritto contenente le dettagliate memorie della lotta partigiana condotta da lui ed i suoi compagni sull’Appennino romagnolo. Questo primo testo verrà da lui rivisto negli anni Sessanta, per essere infine pubblicato postumo nel 1984 con il titolo “Vita e ricordi sull’8ª brigata romagnola”.
Fece parte, sino alla fine, degli organismi dirigenti dell’ANPI, l’associazione dei partigiani. Politicamente militò nella sezione comunista “Cavaretta”, dove per anni si scontrò con il segretario Egidio Caldari, ferroviere, anche lui partigiano.

Guglielmo nel dopoguerra tornò a lavorare come cartellonista verniciatore.
Nonostante le critiche e i giudizi negativi che muoveva continuamente al Partito, per questo Guglielmo ebbe sempre un vero e proprio culto, che rivelava nell’accettazione spesso di decisioni che non condivideva. Nel corso di tanti anni e di tante esperienze vissute continuava a sostenere che il Partito doveva avere delle regole e che queste dovevano essere rispettate.

3 giugno 1968. Orazione funebre per Guglielmo Marconi del Presidente Nazionale dell’ANPI Arrigo Boldrini, il comandante Bulow. Il 1° a dx Adolfo Saponi (“Brasile”)

[Questo testo è redatto in maniera sintetica traendolo dalla biografia che scrissi nel 1984, in occasione del 40° della Liberazione di Rimini, per il volume di Guglielmo Marconi “Vita e ricordi sull’8.a brigata romagnola” (Maggioli, 1984) curato da Dino Mengozzi e con una introduzione di Lorenzo Bedeschi, a cui rinvio per un maggiore dettaglio delle vicende sopra descritte. Il testo è stato ampiamente utilizzato anche da Wikipedia per la voce “Guglielmo Marconi”, oltre che da Ivo Gigli per il capitolo dedicato a “Guglielmo Marconi” in “Riminesi contro” (Panozzo, 2008).
La fonte documentaria più importante per gli anni che vanno dal 1920 al 1943 sono i due fascicoli di Marconi presso il Casellario Politico Centrale (in copia presso l’Istituto Storico della Resistenza di Rimini), anche se non tutte le notizie, dopo verifica, si sono rilevate esatte. E poi, indispensabile per la storia dei primi anni dei comunisti riminesi, è il libro di Giorgio Giovagnoli “Storia del Partito comunista nel Riminese, 1921/1940. Origini, lotte e iniziative politiche” (Maggioli, 1981). Altri documenti, compresa la lettera di Marconi a Luigi Longo e la sua risposta, mi furono dati da Arthes Ghinelli, ed oggi sono in copia presso l’Istituto Storico della Resistenza di Rimini.
Per il periodo resistenziale fondamentale è stata la consultazione dei 2 volumi di documenti editi dall’Istituto Storico Provinciale della Resistenza di Forlì “L’8.a Brigata Garibaldi nella Resistenza” (La Pietra, 1981), in cui è riportato il rapporto di Pietro (Ilario Tabarri) del maggio 1944 intitolato “Rapporto generale sull’attività militare in Romagna (8 settembre 1943-15 maggio 1944)”, riedito in versione critica da Nicola Fedel e Rita Piccoli “Edizione critica del Rapporto Tabarri” (Fondazione Riccardo Fedel – Comandante Libero, 2014)].

3 giugno 1968. Rimini. Il corteo funebre di Guglielmo Marconi lungo il Corso d’Augusto (foto di Davide Minghini, per g.c. Archivio fotografico Biblioteca Gambalunga)

Paolo Zaghini

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