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Ivo Gigli: due poesie per chiamamicitta.it

Il deserto.

In questa lirica del poeta Ivo Gigli c’è una dichiarata eco leopardiana per rappresentare sotto forma di “deserto solitario”, “piatto”, “senza senso” il rapporto che ciascuno di noi ha con il nulla. Il nulla che ci aspetta, che incontriamo negli “attimi di silenzio della vita”.

Se poi ci chiedessimo quali siano gli attimi di silenzio della vita, potremmo rispondere che sono gli attimi in cui la nostra mente è tanto lucida da porsi domande che non hanno risposta, come  nel “Canto notturno” del poeta di Recanati: “ove tende questo vagar mio breve?”; ”…che vuol dir questa/solitudine immensa?”.

E’ proprio lo spessore di queste domande, il punto estremo della mente in cui esse vengono poste, che per Gigli produce meraviglia, forse speranza (“m’incanta e mi spaura”).

In Leopardi quelle stesse domande producono invece la visione del nulla (“…infin ch’arriva/colà dove…il tanto affaticar fu volto: abisso orrido, immenso,/ov’ei precipitando, il tutto obblia”).

(G.C.)

Il deserto

Perché m’incanta

vasto infinito

piatto come il nulla

il deserto

che a volte incontro

negli attimi di silenzio

della vita,

il deserto solitario

senza possibile confine

e senso

sotto un cielo purissimo?

M’incanta

E mi spaura.

Spleen

Versi taglienti, uno sguardo drammatico sul presente. Una poesia “politica” che ci parla del percorso involutivo di una generazione (“Ti sei ridotto/ad amare il frammento”) che voleva cambiare il mondo e non è riuscita a farlo se non marginalmente. Certo ha cambiato il senso comune, ha aumentato i margini di libertà individuale, ma “il grande sipario/ più non s’apre”, sembra che ormai resti spazio solo per piccoli cambiamenti, per lotte difensive se non corporative. “Il Tutto/non è più in tournèe”, “la platea è deserta”, la democrazia rischia.

Ma se il teatro è ormai vuoto, bisogna stare attenti, ammonisce il poeta, perché vuol dire che è arrivato il momento in cui “Un pazzo” (uno dei tanti “uomini soli” al comando) potrà ingannarci facendo credere nel miracolo di un orizzonte che si apre dal nulla, dall’assenza di protagonisti e spettatori, cioè dall’assenza di partecipazione.

(G.C.)

Spleen

Ti sei ridotto

ad amare il frammento

l’alta fronda

d’ippocastano nervoso,

del vetro il riflesso

oltre il muro,

il murmure ignoto

di una voce

che cammina nell’ombra

perché il grande sipario

più non s’apre

e la platea è deserta

i biglietti invenduti

e il Tutto

non è più in tournèe.

Un pazzo ci dice

che un giorno

da un grumo di fango

s’aprirà un orizzonte.

ivo gigli

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