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“Operazione Titano”, in 18 rischiano rinvio a giudizio per spaccio di coca fra Rimini e San Marino

Diciotto persone, indagate nell’ambito della cosiddetta operazione “Titano”, rischiano di finire a processo per il loro presunto coinvolgimento in una ampia rete di spaccio di sostanze stupefacenti tra Rimini e San Marino, sgominata dalla Squadra mobile della questura e relativa a una serie di episodi risalenti principalmente al 2013. Si è svolta, infatti ieri, martedì 10 luglio, l’udienza preliminare presso il tribunale di Rimini sulle richieste di rinvio a giudizio da parte della Procura di Rimini. L’udienza è stata aggiornata ad ottobre per valutare le richieste di riti alternativi e di patteggiamento chieste da parte di alcuni indagati.

Durante l’operazione “Titano” era stato sequestrato un chilo di cocaina ed erano venuti alla luce un canale di approvvigionamento con l’Olanda e uno smercio di banconote false con il coinvolgimento di due ristoratori di San Marino. Uno dei luoghi scelti per lo spaccio era, secondo gli investigatori, il Coconuts, locale della movida riminese. Secondo gli investigatori i titolari (Lucio e Fabio Paesani, amministratore e gestore di fatto, fratelli tra loro) avrebbero tollerato che alcuni “pusher” albanesi vendessero la droga tra i tavoli e consentito ai clienti di consumare cocaina all’interno (nell’inchiesta era coinvolto anche un barista).

L’impostazione accusatoria sulle “responsabilità” del locale non era stata condivisa dal Gip che aveva rigettato la richiesta di sequestro del locale avanzata dalla procura e ritenuto non sufficientemente grave il quadro indiziario. Fabio Paesani è sospettato di avere spacciato in più occasioni imprecisati quantitativi di cocaina, mentre Lucio Paesani, presidente del Consorzio del Porto, organizzatore della Molo Street parade, deve rispondere assieme al fratello dell’accusa di aver consentito al proprio locale «che venisse adibito a luogo di convegno di persone che ivi si davano allo spaccio o consumo di cocaina».

Accuse che i due imprenditori, difesi dall’avvocato Paolo Righi, respingono. «Ci sono tutti gli elementi – spiega il legale – per arrivare a una piena assoluzione dei miei assistiti». I capi d’imputazione si riferiscono agli ultimi mesi del 2013, mentre la chiusura temporanea scattò nell’estate 2015 «a tutela della sicurezza e della salute», senza una attinenza diretta con l’inchiesta.

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