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PD. L’intervento di Giannini al Congresso Provinciale. “Basta litigi”

Pubblichiamo la relazione politica al congresso provinciale del Partito Democratico di Rimini del segretario Stefano Giannini il 23 ottobre 2017

“Il nostro Partito ha compiuto in questi giorni 10 ANNI. Il PD è un partito che non è nato dal volere di un leader bensì dall’incontro delle tradizioni politiche che hanno fatto grande l’Italia e l’Europa; radici di cui dobbiamo essere fieri e che avevano già sperimentato nella coalizione dell’Ulivo la possibilità di fare il bene dell’Italia e dell’Europa. Si tratta però di radici, di tradizioni mentre Il PD è nato per essere un partito nuovo, con radici in un grande passato che però guarda alla sfide del nuovo millennio.

Possiamo anche dire che il PD è l’ unico partito superstite in Italia del modello immaginato e normato dalla Costituzione e contestualmente prendere atto dell’esaurimento delle categorie, dell’organizzazione sociale, dell’assetto democratico che hanno caratterizzato il novecento, un’epoca storica in cui i blocchi sociali ed i partiti che li rappresentavano erano ben individuabili, poiché connessi a doppio filo con lo status lavorativo che accompagnava la persona nelle fasi della vita; un’epoca in cui le ideologie o anche solo gli ideali o addirittura la confessione religiosa segnavano un segno di appartenenza politica e soprattutto partitica.

Siamo ora nell’epoca della frantumazione dei cosiddetti gruppi intermedi e di una atomizzazione delle appartenenze che riguarda tutti i soggetti collettivi e porta con sé la messa in discussione delle certezze politiche e del senso di appartenenza ai partiti che era inimmaginabile fino a dieci anni fa.
Siamo poi, dal punto di vista socio economico, nel periodo in cui per la prima volta dal dopoguerra la generazione che segue non ha più la certezza di vivere meglio di quella che l’ha preceduta e siamo nel periodo in cui grandi masse di uomini, spinti da eventi traumatici, si spostano dal sud e dall’est verso l’Europa, creando preoccupazione e insicurezza ed alimentando pericolo di rigurgiti di totalitarismo o semplicemente la discussione sulla limitazione del trattato di Schengen, con la rinascita delle frontiere che costituirebbe comunque la grande sconfitta del sogno europeo .

In questo periodo complesso che stiamo attraversando, che io definirei  di transizione, sentimenti diffusi di disillusione e sfiducia rischiano di lasciare il campo aperto ad idee di semplificazione autoritaria che trovano terreno fertile per espandersi.
In questo contesto il compito del Partito Democratico è quello di restituire credibilità e respiro alla democrazia rappresentativa, quella disegnata dalla nostra carta costituzionale e contrastare con fermezza le scorciatoie che soggetti diversi presentano come desiderabili: la soluzione autoritaria, sempre presente nelle fasi, come questa, di transizione, o l’idea demagogica ed illusoria che si nasconde dentro l’evocazione della cosiddetta democrazia diretta. Il Partito democratico deve essere il punto di riferimento per i milioni di italiani di buon senso, e sono la maggioranza, che rifiutano queste scorciatoie.
Del resto siamo l’unico partito che mette in pratica in modo letterale la Costituzione, la quale all’articolo 49 sancisce che “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Siamo infatti l’unico partito che porta milioni di persona a concorrere nella scelta del proprio leader e della sua proposta politica e quando è necessario a scegliere i propri rappresentanti alla guida dei Comuni.

Per questo non si può non evidenziare come sia necessario fare crescere il Partito Democratico il quale, altrimenti, se perde vitalità, adesioni e partecipazione, non sarà in grado di rappresentare quel canale democratico in grado di intercettare le energie diffuse e migliori del nostro paese e delle nostre città. Siccome è evidente la perdita di vitalità del nostro partito anche a Rimini sarà compito di cui mi prendo la responsabilità rivitalizzarlo nelle sue sezioni periferiche, cioè i circoli. Abbiamo Comuni dove non siamo più quasi più presenti; eppure, girando in questi mesi prima per le primarie per il segretario e ora per questo congresso, so che ci sono fili da poter riprendere e a volte da riannodare dove personalismi superabili li hanno rotti.
La storia locale ci dimostra che quando si ha chiarezza di idee, capacità di non rinchiudersi nel proprio orticello e nelle sicurezze passate, coraggio e capacità di interpretare la propria comunità, il partito democratico è vincente.

Quello che occorre mettere in campo è un partito vivo, aperto, attrattivo, che sappia tornare ad essere fino in fondo una risorsa per i cittadini, che produca soluzioni. E che sia orgoglioso di quanto ha fatto per il Paese e di quanto ha fatto di positivo per le nostre comunità locali.
Ma oltre all’orgoglio del passato, che rivendichiamo, dobbiamo essere il partito che sa offrire una prospettiva a quell’Italia del buon senso, che è maggioranza, con la quale dobbiamo metterci in sintonia, senza basarsi solo sulle certezze del passato o su una spocchiosa autoreferenzialità.

Ma prima ancora di addentrarmi sulle prospettive voglio sottolineare che è necessario un partito che non si divida. Certe divisioni, che diventano quasi inimicizie, le comprendiamo, forse, solo noi, addetti ai lavori: sono incomprensibili per il nostro popolo. Siamo un partito complesso, che viene da tradizioni di diverse, plurale, con forti personalità al suo interno; ma una cosa dobbiamo metterci chiaro in testa tutti quanti: l’avversario non è qui dentro questa stanza. Questa è la ragione dello sforzo unitario che ho fatto, assieme a tutti voi, per giungere ad una candidatura condivisa e a candidature condivise in quasi tutti i circoli. Soprattutto questa unità è necessaria in questo momento in cui ci avviciniamo a una sfida elettorale decisiva e difficilissima in cui, più di ogni altro paese, i populismi di vario tipo possono mettere in crisi questo paese e l’intera struttura europea. Matteo Renzi, proprio perché consapevole della sfida che c’è in gioco, ha detto una frase a Imola alla recente festa nazionale che ha avuto l’ovazione più grande: “In questo momento dobbiamo metterci in modalità basta litigi”. Ed anche la nuova legge elettorale, che auspichiamo riesca a passare anche al Senato, può aiutarci, nell’ambito di una coalizione più ampia del solo perimetro del PD, con altre forze moderate e di sinistra che come noi intendono prendersi le responsabilità di governo contro le scorciatoie populiste, a vincere la sfida elettorale.

La oggettiva maggiore complessità della partita deve rappresentare uno stimolo, farci moltiplicare le energie e non costituire un alibi.
E’ indubbio che l’onda lunga della globalizzazione ci ha lasciato in consegna una società dove la diseguaglianza è cresciuta in maniera esponenziale (e dove ad essere fuori controllo è la ricchezza finanziaria che si autoalimenta e impoverisce la società) e divisa tra inclusi ed esclusi: tra chi ha un lavoro dignitoso e chi subisce forme di precariato ancora troppo lunghe, nonostante gli indubbi enormi passi avanti sul tema dell’occupazione operati grazie alle misure governative; tra chi gode di una solida protezione sociale e chi, i giovani di oggi, ne vive le incognite.
E questo chiama il Partito Democratico a contrastare il potere incontrollato della finanza in un mondo in cui somme enormi di denaro possono essere trasferite con un click da una parte all’altra del globo, generando una ricchezza slegata dall’economia reale. E chiama il Partito Democratico a proporre politiche ancora più incisive nel welfare previdenziale per le nuove generazioni e incentivi al lavoro giovanile.

E chiama il partito democratico a praticare politiche sostenibili per l’accoglienza ai migranti, quelle, per intenderci, praticate dal ministro Minniti.
Certo siamo consapevoli che di fronte a problemi complicati che incidono sulla qualità della vita delle persone è diffusa la tentazione di dare risposte facili, semplificate ed illusorie.
Il cosiddetto sovranismo e le parole d’ordine che lo accompagnano ovunque (“padroni a casa nostra”, “prima gli italiani”) appare la soluzione a chi vede la difficoltà a trovare lavoro e vedersi contendere le prestazioni sociali dalle persone che fuggono dalla guerra, dalla violenza o dalla miseria. L’uscita dall’euro è l’illusione coltivata da chi pensa sia una soluzione magica per risolvere il problema del debito che ci affligge e magari possa consentirci, come ai tempi della svalutazione della lira, di tornare ad esportare più facilmente i nostri prodotti. Poi basta ascoltare qualsiasi esponente grillino per sentirsi dire che tagliando le spese dei parlamentari si può garantire il reddito di cittadinanza a tutti e ogni altra necessità del Paese Allo stesso modo viene trattata la scienza e – mentre la medicina ci ha consentito di fare enormi passi in avanti- proliferano le soluzioni magiche nel campo della salute (in un incessante escursus storico che va dal siero Bonifacio, al metodo di Bella, alle staminali di Vannoni. alle esagerazioni Novax, tutte bufale inseguite dai populismi nostrani di turno)
E’ quello che chiamiamo populismo: ci sono soluzioni facili e contro c’è una élite diabolica (i politici, le banche, Big pharma ecc.) che difende i propri privilegi contro il popolo.

Il populismo ( che non è un’ideologia ma uno stile politico che può caratterizzare la destra, la sinistra o il centro) è pericoloso perché da risposte sbagliate e impraticabili a problemi veri.
Ma noi possiamo sconfiggerlo solo ad una condizione: che troviamo il coraggio, la forza e l’intelligenza di individuare soluzioni vere ai problemi veri e mettendoci in sintonia con i tanti mondi del fare: del fare economico cioè dei lavoratori dipendenti, degli artigiani, degli imprenditori; del fare volontario, quello delle tante associazioni di cui è ricca l’Italia.
E soprattutto dobbiamo essere capaci di tenere assieme valori e riforme; rendere evidente l’interesse generale che sta dietro al tentativo di modernizzare la scuola, le politiche per il lavoro, la pubblica amministrazione, la giustizia
Anche il Partito Democratico che è necessario rivitalizzare nella provincia di Rimini deve essere questo: un soggetto che non scansa i problemi complessi, che non ha timore di confrontarsi con nessuno ma che sa mettere in campo un progetto riformatore radicale sul welfare, l’ambiente, la sicurezza, la cultura, l’accoglienza.

Dobbiamo mettere in campo un Partito Democratico che sia perno di un progetto radicalmente riformatore che sappia allargarsi ad una sinistra che non sia settaria e al civismo sociale e nel contempo sappia mettersi in sintonia, con coraggio, curiosità e lungimiranza, a un civismo dell’intraprendere. Questa capacità di non essere autoreferenziali deve essere centrato non su accordi immediatamente percepibili come ‘di plastica’ e dunque con scarsa o nessuna capacità espansiva ma su idee dichiarate di città e di Paese, affrontando con rigore e altrettanta chiarezza il tema degli esclusi e degli inclusi, dando il giusto tempo e l’esatto spazio affinché queste idee maturino e siano condivise, per essere patrimonio comune. Tornare all’idea di accordi esclusivamente elettorali o a un’offerta tradizionale che rispecchi una società che non è più quella, sarebbe la risposta sbagliata a una domanda giusta. Il PD nasce per stare e alimentare un campo largo che non è la società del Novecento ma quella di oggi.

La storia locale (a partire dalle recenti elezioni che hanno interessato il comune capoluogo ma si potrebbero usare anche altri esempi meno recenti) ci dimostra che quando si ha chiarezza di idee, capacità di non rinchiudersi nel proprio orticello, coraggio e capacità di interpretare la propria comunità, la risposta elettorale è positiva E che, al contrario, dove ci si rifugia nelle certezze del passato la sconfitta è dietro l’angolo. Le recenti elezioni comunali di Rimini, che hanno visto la netta affermazione del Sindaco Andrea Gnassi, hanno dimostrato quanto può essere vincente un’ alleanza imperniata su un programma ed un’idea di sviluppo chiari e su cui si è saputo aggregare una forza rappresentativa del mondo dell’impresa e del ceto medio e liste rappresentative delle esperienze di cittadinanza attiva e sociale e del mondo giovanile.

Il partito come laboratorio aperto, dove possano nascere, crescere e trovare consenso idee di città e di sistema territoriale di area vasta. Sotto questo profilo, oltre che raccogliere nelle linee che seguirà la mia segreteria le proposte emerse dalla conferenza programmatica delle settimane scorse, io ritengo opportuno che il patrimonio di partecipazione e di idee emerso dalla conferenza programmatica debba continuare attraverso circoli tematici di cui vorrei che i responsabili dei gruppi di lavoro, d’intesa con la segreteria, si facessero promotori.

Non autosufficienza ma valori forti incarnati in proposte riformatrici chiare, orientamento al cittadino e alla propria comunità, coraggio e chiarezza nelle scelte, vicinanza con i mondi del fare: sono questi gli ingredienti di un buon governo che il Partito Democratico deve promuovere; dove abbiamo saputo far questo, nel riminese, abbiamo avuto affermazioni nette ed importanti e questa deve essere la rotta che senza esitazioni e distinguo dobbiamo tenere ben ferma in vista della tornata amministrativa del 2019. Dobbiamo essere pronti a livello nazionale come a livello locale, ad accordi fondati sulla profonda condivisione sia di obiettivi strategici e programmi che di un’analisi della realtà, dove il denominatore comune sia quello di contrastare populismi e antipolitica, attraverso la serietà delle scelte e l’equità sociale.

E sono questi i principi che ci hanno visto realizzare le cosiddette politiche di Area Vasta Romagnola e che oggi ci consentono di rendere più efficiente la sanità, di integrare la rete dei trasporti e di governare al meglio la risorsa idrica, di salvaguardare la balneazione. Prassi che, solo leggendo per contrappeso le cronache grilline romane, rappresentano un esempio virtuoso per il Paese.
Il nostro territorio ha bisogno di un Partito Democratico forte, intelligente e radicato.
La buona tradizione non rappresenta un diritto acquisito a governare che va, invece, conquistato ogni giorno, dimostrando impegno, serietà e capacità di dedicarsi disinteressatamente alla cosa pubblica.

Per questo è necessario mettere in campo una classe dirigente che sappia guardare al futuro e sotto questo profilo sarà mio compito promuovere le migliori energie giovani di cui il partito dispone affinché, grazie all’impegno che richiederò, crescano in competenza. Lo sviluppo di un territorio è commisurabile alla competenza della classe dirigente che è in grado di mettere in campo.

Cercherò di svolgere al meglio, secondo queste linee, le responsabilità che mi avete affidato. Viva il Partito democratico.”

Stefano Giannini
Segretario provinciale del Partito Democratico di Rimini

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