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Perché dico sì a un governo 5 Stelle – Pd

E’ ancora lontana la soluzione che darà un Governo all’Italia perché i tre grandi schieramenti si muovono ancora come fossero in campagna elettorale. Solo fra due o tre settimane si capirà qualcosa di più.

Prevalgono i tatticismi, le trappole, i messaggi cifrati, ecc. Ad esempio, il buon Martina lanciava troppi messaggi cifrati e il Giglio Magico si è subito riunito per mandargli un messaggio non cifrato, tipo quello famoso dello “stai sereno”.

Chi ha ascoltato la dichiarazione di Pietro Grasso, attorniato da De Petris, Bonino e Nencini, avrà almeno apprezzato la chiarezza: i nostri voti sono disponibili su un programma di cinque punti. Unica discriminante: mai con il centrodestra.

Una chiarezza, resa forse possibile dall’esiguità dei voti d’aula disponibili, che va però valutata con attenzione perché contiene un messaggio non minoritario.

Comunque questa situazione d’indeterminatezza durerà ancora, consente quindi di fare ipotesi che si basino però su ragionamenti fondati.

La domanda principale è questa: può l’Italia permettersi un’altra campagna elettorale, con la stessa legge elettorale, per votare a giugno o magari a settembre?

A questa domanda ogni persona di buon senso risponderebbe negativamente: non ce lo possiamo permettere, per i mesi di stallo che implicherebbe, per i costi materiali e, soprattutto, perché nulla garantisce che l’esito sia migliore dell’attuale.

Quindi bisogna applicarsi al presente e trovare il filo da tirare.

Azzardo allora una previsione: il PD sarà costretto dalla situazione a fare un accordo con i 5 Stelle.
Si dirà che le distanze sono enormi: forze di ispirazione e cultura diverse, programmi diversi, insulti reciproci, ricatti di Renzi, corsivi di Piccari su Chiamamicitta.it e chi più ne ha, più ne metta.

Ma, com’è noto, le distanze “soggettive”, in politica contano poco. Ciò che conta sono le oggettive necessità. Ci sono, secondo me, almeno cinque ragioni “oggettive” che spingono in quella direzione.
La prima: un partito nazionale, un grande partito di popolo anche se dimagrito, deve sempre rendere utili i voti ricevuti. Se si sottrae per timore o, peggio, per tatticismo (“lasciamoli governare, così gli italiani capiranno che sanno fare solo danni!”), la prossima volta di voti ne prenderà ancora meno, perché gli italiani di “danni” ne hanno già avuti abbastanza.

La seconda: per ovvie ragioni, non è praticabile per il PD un accordo con un Centrodestra ormai chiaramente a trazione Salvini.

La terza: un accordo PD/5Stelle, qualunque fosse la formula di governo, sarebbe un modo per dare “valore” al 18,5 del PD, altrimenti utilizzabile solo per una generica opposizione istituzionale. Sarebbe un fattore di rassicurazione dei mercati e restituirebbe al PD un peso contrattuale che l’esito elettorale gli ha tolto. I suoi voti d’aula potrebbero tornare “utili” per scelte che aiutino il Paese a uscire dalla sofferenza.

La quarta: bisogna essere consapevoli che un Governo Lega-5Stelle consegnerebbe l’Italia agli speculatori internazionali e ci troveremmo lo spread a 500 come qualche anno fa. Quel minimo di risorse che, con quel minimo di sviluppo realizzato dal centrosinistra, si sono appena materializzate, non basterebbero a pagare gli interessi sul debito. Può il PD ignorare questi rischi?

La quinta, forse la più importante: Mattarella, evocando ripetutamente la parola “responsabilità”, ci manda a dire che non intende tornare al voto con questa legge elettorale. Quindi, se i partiti non trovano un accordo, farà nascere un governo tecnico per fare la Legge di Bilancio e una legge elettorale di impianto maggioritario.

Giuseppe Chicchi

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