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Rimini: Massimiliano Filippini nel ricordo di Gianfranco Angelucci, Giuseppe Chicchi e del Comune

Gianfranco Angelucci ricorda l’amico Massimiliano Filippini:

Mi ha telefonato ieri Valentina: “Massimo è in fin di vita, se vuole venire a salutarlo qui in ospedale, è nel padiglione di via Ovidio, stanza 111…” Chi era Valentina? E perché non sapevo nulla di Filippini? Lo avevo visto sei mesi fa, non stava così male; dimagrito nel suo cappottone, il basco in testa, sembrava un intellettuale francese di Blvd Saint Michelle, al Quartiere Latino. Il sorriso identico, identici quei suoi occhi vellutati e luminosi, da rondone, che contenevano soltanto intelligenza e bontà. Era stato male ma ora le cose andavano meglio, e comunque andavano meglio perché ci vedevamo ancora, con lo stesso affetto, con l’identica intesa. Insieme abbiamo vissuto l’avventura della Fondazione Fellini agli inizi, quando il sindaco Giuseppe Chicchi e Maddalena, la sorella di Federico, mi avevano chiamato a dirigere l’Istituto che avrebbe dovuto celebrare a Rimini e nel mondo la memoria del più grande artista cinematografico – e non solo – del Novecento.

Il segretario dell’Associazione era Massimiliano Filippini, già preside, già assessore alla cultura della città, già allievo prediletto all’Università di Bologna del grande Ezio Raimondi, il docente di letteratura, amatissimo, con cui era restato in contatto anche dopo la laurea. Aveva esattamente dieci anni più di me, aveva un aspetto carducciano, con la barba, il sigaro, un portamento da professore bonario. Originario di Ferrara ma ormai da tempo immemore cittadino acquisito di Rimini avrebbe dovuto farmi da guida nella città del Malatesta, non facile da scoprire sotto l’affabile apparenza. Eppure, il tempo di stringerci la mano, ed eravamo già compagni di banco, se non altro per la comune militanza studentesca nella dotta Bologna. Ci avevano sistemato in una specie di dependance della vecchia sede universitaria di via Angherà, adiacente alla biblioteca in cui erano stati radunati i libri di Fellini, un’aula spaziosa e protettiva, con un vasto tavolo al centro in cui si tenevano i consigli di amministrazione. Ma noi stavamo sempre nelle nostre due stanzette; non avevo voluto che Massimo si spostasse dalla scrivania dietro cui era stato fino a quel momento, mi piaceva che fosse lui, per chi arrivava, l’immagine e la memoria di quel poco che era stato realizzato fino a quel momento.

Ci siamo messi sotto, a testa bassa, con l’aiuto di Chicchi e di Maddalena, per disegnare un’architettura della Fondazione, dotarla di materiale prezioso, avviarla a una attività permanente di archiviazione, convegni, mostre, pubblicazioni. E soprattutto fornire una risposta convincente alle tante richieste, anche internazionali, di approfondimento della conoscenza felliniana. Era stato tutto molto facile, spontaneo, avvincente; per lui e per me non si trattava di lavoro ma di realizzazione di una missione, forse di un destino. Per tre anni siamo stati quasi inseparabili, e anche quando il percorso è mutato siamo rimasti in stretto contatto di amicizia. Adesso Pietroneno Capitani, che ha fiancheggiato da editore la nostra avventura, mi chiede di scrivere un ricordo estemporaneo per il suo giornale. Mentre mi porta con la sua macchina in redazione, mi confida con insopprimibile commozione ciò che gli aveva detto Massimo in uno degli ultimi incontri: “Ho compiuto ottant’anni, ho dato molto alla vita ma la vita mi ha dato molto in cambio, e dunque sono pronto ad andarmene con serenità”.

Stava già male, era stato operato, non se ne lamentava. Massimo Filippini era un credente di grande cuore, impegnato nel sociale come i cattolici che sanno ruminare la lezione del Vangelo, in contatto con il mistero come sanno spesso fare i poeti. Alle falde del mistero, alla sua soglia, ci siamo spesso incontrati, riconosciuti, voluto bene. Adesso mi rimane un tormento, sapere cosa mi voleva dire quando ha incaricato Valentina di chiamarmi al suo capezzale. Caro Massimiliano, non ho fatto in tempo ad ascoltare la tua voce, il treno è troppo lento in confronto alle nostre urgenze. Ma la risposta credo che sia in Valentina, una ragazza a cui insegnavi latino e letteratura ed è appassionata di cinema. E adesso, me ne ricordo, me ne avevi accennato qualche tempo fa in una telefonata, mi avevi chiesto di parlarle, di indirizzarla. E lei ha svolto il compito di inaspettata  messaggera. In pieno stile Filippini.

Fammi sapere, Massimo, mandami notizie di te, so che puoi farlo.

Ciao amico caro, sei stato per me un incomparabile, leggero, fantasioso compagno di strada. Il bene che hai fatto nella tua gioiosa esistenza lastrica ora la tua strada. Fai buon viaggio.

Gianfranco Angelucci

 

Il ricordo di Giuseppe Chicchi:

Questa notte ci ha lasciato Massimiliano Filippini dopo una lunga malattia che ha affrontato con forza e lucidità. E’ stato assistente universitario, insegnante, sindacalista della scuola, poi Preside nelle Scuole superiori di Rimini. Ed ha lasciato in politica un’impronta particolare di cattolico schierato a sinistra (amava dichiararsi “dossettiano”), nel PCI negli anni ottanta, poi nelle varie evoluzioni della sinistra italiana fin dentro al PD.

Fu Assessore alla Cultura del Comune di Rimini in quella giunta “ulivista”, prima dell’Ulivo, che caratterizzò la scena politica riminese negli anni Novanta. Con lui la Sagra Malatestiana fece il salto di qualità che ne fa oggi una delle più antiche e prestigiose manifestazioni musicali italiane. Fu lui a dare il via a quel lungo processo di acquisizioni di disegni di Fellini, acquistando dalla vedova Flaiano, su suggerimento di Benedetto Benedetti, la collezione “a penna biro” raccolta dal primo sceneggiatore di Fellini. Processo che, attraverso l’attività della ormai scomparsa Fondazione, portò al Comune di Rimini un vasto patrimonio iconografico felliniano, con  al centro lo strepitoso “Libro dei Sogni”. 

Negli ultimi mesi di vita, forse percependo l’acuirsi della malattia, si dedicò alla scrittura di un delizioso e profondo libretto dedicato ad un teologo del Seicento italiano, il Cardinale Sforza Pallavicino, un gesuita che guardava con curiosità e attitudine al dialogo a quello sviluppo scientifico che attraverso Galilei pose alla Chiesa grandi interrogativi. La stessa curiosità e attitudine al dialogo che gli amici hanno sempre trovato in Massimiliano e nella sua presenza nel sociale. Ai figli, alla famiglia tutta, vada il mio senso di vicinanza.

Il cordoglio dell’Amministrazione Comunale:

L’Amministrazione comunale si associa al dolore dei famigliari per la scomparsa di Massimiliano Filippini, che ricoprì la carica di assessore all’Istruzione nelle Giunte Conti e Chicchi.

Proveniente e rappresentante del mondo della scuola, Filippini fu per lungo tempo preside dell’Istituto professionale per il commercio “Luigi Einaudi”. All’indomani dell’esperienza amministrativa ricoprì anche l’incarico di Segretario dell’associazione Fondazione Federico Fellini.

Consigliere comunale già nel 1983 fu confermato alle elezioni del 1985 quando venne chiamato a partecipare alla prima Giunta del Sindaco Massimo Conti, per poi tornare in Consiglio comunale con le elezioni del 1990. Ricoprì la carica di assessore nella prima Giunta Chicchi del giugno 1992.

Alla famiglia di Massimiliano Filippini il cordoglio dell’Amministrazione comunale“.

In copertina l’immagine di Massimiliano Filippini con Magalie Noël, la Gradisca protagonista di Amarcord.

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