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Per Rino Molari, anche lui sepolto nell’armadio della vergogna

Luciano Casali – Pier Gabriele Molari: “Per non dimenticare Rino Molari” – ANPI Santarcangelo di Romagna.

67 - Molari

L’ANPI santarcangiolese ha voluto, ancora una volta, dedicare le cerimonie dell’anniversario della Liberazione di quest’anno al prof. Rino Molari, membro del CLN locale, partigiano cattolico dell’8.a Brigata Garibaldi. Pensando così di dare risposte soprattutto alle domande dei giovani studenti dell’Istituto Tecnico Commerciale, scuola che è stata intitolata a questo protagonista della Resistenza riminese.

La pubblicazione curata da Luciano Casali, già Ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Bologna ed autore di numerosissime pubblicazioni dedicate alla Resistenza in Romagna, si avvale anche degli apporti e dei ricordi familiari del figlio di Rino, Pier Gabriele.

Rino Molari era nato a Santarcangelo di Romagna il 9 maggio 1911 e venne ucciso a Fossoli di Carpi (MO) il 12 luglio 1944, a soli 33 anni. Per studiare, come tanti figli di contadini, nel 1928 entrò nel Seminario regionale di Bologna. Ma ben presto capì che il sacerdozio non era la sua strada. Si laureò nel 1937 in Lettere all’Università di Bologna con una tesi sui dialetti santarcangiolesi.

Iniziò ad insegnare a Nuoro, poi a Mercatino Conca ed infine, dal 1942, alla Scuola Media di Riccione. Il 6 aprile 1942 sposò Eva Manenti ed il 17 marzo 1943 nacque il figlio Pier Gabriele. Riformato dal servizio militare per problemi alla vista, fu comunque inserito nei reparti sanitari.

Il suo antifascismo maturò per la sua fede religiosa, per la frequentazione del popolo santarcangiolese, per l’intensa relazione che ebbe con il parroco di San Lorenzino di Riccione don Giovanni Montali e con i numerosi contatti con Giuseppe Babbi, tra i fondatori della Democrazia Cristiana riminese.

Scrive Casali: “Rino fu fra gli iniziatori delle prime formazioni partigiane con le quali manteneva costanti contatti. Molari era molto utile in tutti questi collegamenti dal momento che non aveva necessità di giustificazioni o particolari lasciapassare per potersi muovere continuamente in quel territorio: insegnava a Riccione, era cittadino di Santarcangelo, aveva la moglie e un figlio a Novafeltria. Forse si muoveva anche troppo e probabilmente non sempre con la necessaria prudenza, a causa del suo carattere esuberante”.

Rino venne arrestato il 27 aprile 1944 a Riccione, a seguito di una delazione di Giuseppe Ascoli (alias Mario Rossi). Catturato dai fascisti riccionesi, il 28 venne richiuso nel carcere di San Giovanni in Monte a Bologna, a disposizione delle SS tedesche. Vi restò fino al 6 giugno, quando fu aggregato ad un gruppo di detenuti politici in trasferimento per ordine della Gestapo al campo di concentramento e di transito di Fossoli. Poco più di un mese dopo, con altri 66 detenuti politici (in gran parte esponenti dell’area cattolica milanese), fu trucidato dai nazifascisti nel poligono di tiro a segno di Ciberno. Con lui c’erano anche il comunista riminese Walter Ghelfi e il militare nato a Saludecio Renato Mancini.

I 67 fucilati vennero segretamente interrati in una fossa comune all’interno del poligono. Solo nel maggio 1945 si poté procedere alla esumazione, al riconoscimento degli uccisi e ai loro funerali.

Casali ricostruisce oltre alla biografia di Rino Molari, anche la storia dei Campi di Fossoli. Al plurale, perché qui nel luglio 1942 vennero rinchiusi oltre 2.000 militari prigionieri britannici, poi dal 5 dicembre 1943 esso divenne Campo di prigionia per gli ebrei (da qui transitarono 2.844 ebrei diretti ai Lager polacchi e tedeschi da cui non fecero mai più ritorno), ma anche luogo di raccolta per internati civili (oltre 4.000 quelli che qui furono rinchiusi) e dal 25 gennaio 1944 qui vennero incarcerati anche i prigionieri politici (dalle 2 mila alle 3 mila unità) sino ad agosto 1944. E poi ancora, dal 17 agosto al 29 novembre 1944 qui fu collocato il Centro di raccolta lavoratori per la Germania (in questo breve arco di tempo ne transitarono quasi 15.000).

Finita la guerra, la struttura ospitò, per periodi diversi, prigionieri fascisti, la prima sede di Nomadelfia di don Zeno Saltini, ed infine i profughi dell’Istria e della Dalmazia.

La ricerca di Casali si chiude con la ricerca dei responsabili dell’eccidio. Ma “nessuno pagò per la uccisione di Rino Molari e per la morte di altri 66 fucilati a Cibeno”. La spia Giuseppe Ascoli, condannato a 12 anni, usufruì dell’amnistia Togliatti nel 1946 e di lui si perse ogni traccia. Il comandante di Fossoli, il tedesco Karl Titho, fu condannato per i crimini commessi in Olanda, ma non per Fossoli, a 7 anni di carcere (nel 1953 tornò in Germania come libero cittadino). Il suo fascicolo italiano finì dentro “l’armadio della vergogna”, riaperto solo nel novembre 1994: “in quell’armadio rimasero per cinquant’anni 695 fascicoli. In 415 erano riportati i nomi dei colpevoli. Fu la ragion di Stato a imporre l’occultamento”. Fra questi fascicoli “dimenticati” anche quello della strage di Fragheto.

Per quanto riguarda Hans Haage, il vice-comandante di Fossoli, non fu mai arrestato né portato davanti alla giustizia.
Friedrich Bosshammer, responsabile tedesco delle SS di Verona (da cui dipendeva Fossoli), responsabile della deportazione degli ebrei in Italia, accusato di aver “assassinato personalmente almeno 3.336 persone”, fu processato in Germania solo nel 1971; l’11 aprile 1972 fu condannato in prima istanza all’ergastolo dal Tribunale di Berlino, ma non ci fu alcun verdetto finale, in quanto Bosshammer morì nel dicembre di quell’anno.

Ed infine l’austriaco Friedrich Kranebitter, capo del Reparto IV delle SS di Verona, fu arrestato nel 1945 e consegnato alle autorità austriache nel 1948 senza accuse specifiche. Rilasciato nel 1949, esso visse tranquillamente sino alla sua morte nel 1957.

Le mancate condanne dei responsabili delle stragi naziste in Italia, nascoste per cinquant’anni nell’”armadio della vergogna”, è una delle pagine più buie e vergognose della storia della Seconda Guerra Mondiale in Italia. Oggi quei carnefici sono tutti morti, ma non per questo noi dobbiamo dimenticare.

Paolo Zaghini

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