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Il romanzo del giocatore adottato da un cane

Stefano Lunedei: “Due tiri” – Bookstones.

A distanza di tre anni Stefano Lunedei, nel suo primo romanzo, ci racconta la storia di Due Tiri e Meg, personaggi già presenti nel suo volume di racconti “Come cinque stagioni” (Italic Pequod, 2015). Dopo quattro volumi di poesie, un volume di racconti, Lunedei, professore d’inglese riminese, si è deciso ad affrontare l’avventura dello scrivere un romanzo. E lo fa con grande maestria narrativa e linguistica. Con una costante ironia presente nel testo che mira a levigare le vicende drammatiche dei due personaggi.

Patrizio, Due Tiri (soprannome derivante dalla richiesta continua agli altri di una sigaretta o di un mi “lascerebbe due tiri?”), trascorre indenne l’adolescenza fra competizioni sportive e rivalità nella compagnia di amici: “In seguito venne a sapere che uno di loro era morto giovane, per colpa di uno strano morbo, uno era finito dentro una storia di droga ed era scappato in Africa, mentre il terzo era entrato in Comunione e Liberazione, diventando un palazzinaro di successo”.

“Ama le carte e sfidare il gioco, fino a quando il gioco gli ruberà l’anima e lo porterà al mutamento. Durante gli anni dell’Università, in una città diversa, cambia soprannome e pelle, diventando ciò che non è. Negli anni ’90 tutto è possibile, e perdersi in notti sbagliate farà esplodere il suo primo universo”.

Ovvero quella vita caotica vissuta tra partite di poker, droghe, donne facili, birre e whiskey. “Era rovinato. Anzi, peggio che rovinato: era morto. Aveva perso una cifra che non avrebbe potuto ripagare. Decise di sparire”.

“Scappa per non morire” inseguito da creditori che vogliono riscuotere vincite da lui perse ai tavoli da gioco, “ritrovandosi sopra una panchina a leggere i quotidiani del giorno prima, vicino al negozio di Meg e all’edicola di Mario. E sarà adottato da un cane, che lo accompagnerà nella nuova vita di senzatetto-filosofo”.

Nella sua nuova vita da barbone in questa piccola città dove Due Tiri si è rifugiato, deve imparare ad esserlo: “All’inizio lo avevano guardato come un pericoloso barbone, per via dell’onnipresente bottiglia di birra, ma poi avevano capito che era inoffensivo, non chiedeva l’elemosina ed era gentile con le persone. Divenne benvoluto da tutti e lo consideravano un giovane di cultura che stava attraversando un brutto periodo, forse un po’ bizzarro – dava del lei anche ai bambini. Cominciarono ad aiutarlo (…) Dopo neanche nove mesi Due Tiri era diventato un’istituzione”.

Solo Meg lo odiava. La sua orologeria-gioielleria era di fronte alla sua panchina. Margherita, detta Meg, era l’unica vegetariana del paese, “una mini donna che aveva varcato i quaranta”. Ma con il passare del tempo due solitudini s’incontrano e nasce un’amicizia profonda fra loro, con qualche desiderio sessuale mai chiaramente enunciato da parte di Meg. “Da quando Meg aveva lasciato il suo ultimo uomo, tornando a vivere in paese, era sempre stata irrequieta e si sentiva fuori posto, sbagliata. ‘Niente sguardi pietosi, non sono sempre stata così male in arnese, ho avuto tre fidanzati e due convivenze’”.

E poi si arriva alla tragedia finale quando un vecchio uccide il suo amato cane Fredastè: “Quel vigliacco ha ucciso Fred e non meritava di vivere un secondo di più. Sarò un mostro, ma quel povero cane non faceva male a nessuno e faceva tanto bene a me”. E Meg gli fornirà aiuto e sostegno accogliendolo nel suo letto: “Margherita? Patrizio. Dormiamo a cucchiaio? Dormiamo a cucchiaio”.

Una battuta tratta dal taccuino di Due Tiri: “Un prof va a casa dei colleghi, guarda e studia attentamente le loro librerie e quando trova libri disposti in orizzontale – cosa che già lo innervosisce – con il dorso rovesciato e il titolo capovolto, perde la testa e uccide i padroni di casa”. Tralasciando l’esito ferale, mi sono immedesimato in questa situazione quando alla sera, prima di chiudere la biblioteca, faccio il giro delle sale e trovo libri sottosopra, fuori posto così lasciati da utenti incapaci di capire che l’ordine è fondamentale per ritrovare i libri negli scaffali di una biblioteca.

Un commento invece di Meg quando sorprende Due Tiri a leggere libri: “Sai, non credo che imparerai molto da quei libri. Un mio prof diceva che è l’esempio umano ciò che importa e ci spiegava la differenza tra un professore e un insegnante: ‘Dalla radice delle parole si capisce già tutto. Un professore professa ciò che sa, e chiunque può parlare di qualcosa che ha studiato per anni. Un insegnante suscita curiosità per la conoscenza e ti mostra la passione e il senso di giustizia, lasciandoti un sogno che ti porterai nel cuore per la vita’”. Un buon programma pedagogico espresso in poche righe, che mi auguro possa essere il modo di rapportarsi con i suoi studenti a scuola.

Paolo Zaghini

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