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È ufficiale: la povertà è una malattia

Si stanno svolgendo in questo periodo le Primarie per la scelta del segretario del Partito Democratico, che avverrà il 30 aprile.
Abbiamo letto dei programmi di entrambi i tre candidati: in tutti troviamo affermazioni chiare che mettono al centro, nei prossimi anni, la lotta contro il degrado di molte città registriamo, in particolare nelle periferie, e il contrasto alla povertà.

Probabilmente nessuno dei tre candidati lo sa, ma questi encomiabili propositi non riguardano solo l’economia, ma anche e direttamente la salute dei cittadini.

Mi spiego. Nelle società occidentali e in particolare europee, con lo sviluppo dei servizi sanitari, il miglioramento nella speranza di vita dei cittadini è stato netto. In Italia, poi, siamo i più longevi. Essendo il nostro un sistema universalistico, e quindi con una sanità eguale per tutti i cittadini, non ci dovrebbero essere fra noi differenze nello stato di salute che dipendano dalla posizione sociale.

Un bel articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista Lancet* (in italiano sarebbe “Bisturi) ha però inserito le condizioni socio-economiche meno favorevoli fra i fattori di rischio di minore quantità di vita, al pari di fumo, obesità, abuso di alcool, carenza di moto, ipertensione, diabete.

Uno studio ne ha riepilogati numerosi altri ed ha preso in considerazione circa un milione e ottocentomila individui, di cui il 54% donne, seguiti per 14 anni.
Cosa ne esce?

Il maggiore fattore di rischio per una minore speranza di vita rimane ancora il fumo, con un rischio di morte di due volte e mezzo superiore rispetto alla popolazione normale che non fuma; il secondo fattore negativo è la mancanza di attività fisica.
Al terzo posto troviamo però, in modo sorprendente, proprio le condizioni economiche meno favorevoli.

Se calcoliamo gli anni di vita persi nella media della popolazione in generale, e quindi della speranza di vita totale, vediamo che il fumo ci fa perdere 5 anni di vita in media rispetto ai non fumatori, 2.4 l’inattività fisica, 2.1 le basse condizioni socio-economiche, 1.6 l’ipertensione, 3.9 il diabete, 0.7 l’obesità, e 0.5 una alta assunzione di alcol.

Questi valori sono presi come riferimento ai singoli fattori di rischio, ma molto spesso si sommano fra di loro nello stesso individuo.
Soprattutto non è raro anche trovare nelle condizioni socio-economiche più basse un maggior tasso di abitudine al fumo o,nelle società sviluppate, una percentuale di obesi maggiore.
Concludono gli autori del lavoro, che il basso stato socio-economico deve essere inserito fra i fattori di rischio per il miglioramento dello stato di salute della popolazione, così come si fa con la lotta contro il fumo, la riduzione dell’obesità e il controllo di ipertensione e diabete.

Ecco perché quando discutiamo di quelle mozioni parliamo anche, molto concretamente, di salute.
Mettere al centro la lotta al degrado delle periferie delle città o la lotta alla povertà, è come parlare in altri termini della tutela della salute al pari del mantenimento e miglioramento del servizio sanitario nazionale.

Si potrebbe obiettare che l’articolo di Lancet scopre l’acqua calda. Certo, lo sapevamo anche noi che la povertà non fa bene la salute.
Lo vediamo nelle differenze fra Paesi poveri e ricchi, o in quelle presenti all’interno di Paesi in cui non esiste un sistema sanitario universalistico, come gli Stati Uniti.

Oggi lo sappiamo anche per le società occidentali che hanno sistemi sanitari più equi: non bastano, perché anche le cattive condizioni economiche sono un fattore di rischio per la salute e dunque vanno combattute allo stesso modo di fumo, obesità, ipertensione e diabete.
Non ci sono scuse, i dati lo dimostrano.

Alberto Ravaioli

* The LANCET , Gennaio 2017, 389, pp1229-1237.

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