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Nadia Urbinati: “Siamo diventati una sinistra che difende se stessa. Rimini forse salva, paura per la Regione”

“Siamo diventati una sinistra che difende se stessa. Rimini forse potremo salvarla, per la Regione Emilia Romagna ho molta paura”. E’ l’analisi di Nadia Urbinati, riminese di 63 anni naturalizzata statunitense.

Nadia Urbinati ha conseguito la maturità all’istituto magistrale di Rimini, per poi laurearsi in filosofia a Bologna. Titolare della cattedra di scienze politiche alla Columbia University di New York, visiting professor in prestigiose istituzioni (per l’Italia la Scuola Superiore di Pisa e la Bocconi di Milano). Da ricercatrice si occupa del pensiero democratico e liberale contemporaneo e delle teorie della sovranità e della rappresentanza politica. Ha pubblicato saggi su liberalismo, John Stuart Mill, l’individualismo, i fondamenti della democrazia rappresentativa, su Carlo Rosselli. Numerose le pubblicazioni e le collaborazioni. E’ editorialista de La Repubblica.

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Nadia te ne stai già riandando negli Usa… toglimi una curiosità personale, ma tu ti consideri di Rimini?

«Certo, io sono nata a Rimini».

Dubitavo che ti piacesse ammetterlo perché di recente sul tuo profilo Facebook alle domande: “di dove sei?” hai risposto “di New York”; “”dove vivi?”, “a New York”.

«Ah no, allora è un errore che correggerò subito, non sono molto capace coi social, e non do loro grande attenzione. Io sono italo-americana, poiché ho la doppia nazionalità, e torno spesso a Rimini».

E ti piace tornare nella tua città di origine?

«Devo dire di sì. Ci torno volentieri più di una volta l’anno. Mia madre novantenne possiede ancora una casa a Cerasolo, ma ora ci siamo avvicinate al centro città. Ed è meglio di Bologna, dove si trasferisce insieme alle mie sorelle d’inverno. Mi sono goduta molto Rimini quest’estate: finalmente in pianura vedo la città a misura di bici. Dalle due strisce ciclabili ai lati nel verde dei parchi sui due fiumi, molto funzionali e piacevoli, è davvero bella. A Marina Centro si sta bene, con ancora visi che riconosci e alcune botteghe sotto casa: di ferramenta, il ciclista, piccoli supermercati. Certo qualcosa poteva essere fatto meglio, tipo intorno a Castelsismondo, ma Gnassi ha fatto davvero, e la città è indubbiamente migliorata».

La tua formazione politica è iniziata nel Pci di Rimini, poi?

«Di Bellaria per la verità. Lì a poco più di vent’anni sono diventata consigliere comunale. A Rimini nel partito conoscevo diverse persone che poi hanno fatto carriera nel Pci, per esempio Nando Piccari, che so collabora a Chiamamicitta.it per cui mi stai intervistando, e che usa toni un po’ acidi con me… mi spiace doverlo costatare, alcune persone non sono migliorate e fanno attacchi personali per le opinioni politiche che hai. Ma ho conservato alcuni buoni amici di gioventù, che a ogni ritorno rivedo molto volentieri».

Anche tu hai fatto il percorso comune a molti di loro… Pci-Pds-Ds-Pd? O eri e sei rimasta comunista?

«Dopo il Pci non mi sono più iscritta a nessun partito. E non tutti i miei amici di allora hanno aderito ai vari cambiamenti… Io non so esattamente cosa significhi essere comunista. Ho un forte senso di appartenenza democratica, di distribuzione dei beni e degli obblighi, per i diritti umani. Non liberista, ma profondamente liberale. Mi sono sempre richiamata a una tradizione di liberalismo sociale e non sono mai stata marxista: o meglio conosco e leggo Marx, del quale considero alcuni testi fondamentali, ma non nel senso di marxista-leninista. Ho sempre studiato e mi sono affezionata a una tradizione liberal-socialista. Poi sfociata in Rosselli, Bobbio. Le tre forme di economia: privata, pubblica e partecipata. Liberali e non liberiste».

Dunque i tempi sono particolarmente duri…

«I giochi non sono per niente fatti. E anche se il liberal-socialismo non ha vinto, anzi è in estrema difficoltà nel mondo, non significa che non sia una via giusta. Non sono i suoi tempi e abbiamo perso in Italia, io ho votato LeU credendo fosse più coerente ed efficace, invece… una delusione».

Tu hai lanciato una forte preoccupazione per il futuro della Regione Emilia-Romagna. Alla Festa dell’Unità di Rimini, recentemente il nostro comune amico Piero Ignazi, ha detto che siamo una regione già “padanizzata”.

«Mi preoccupa particolarmente l’Emilia-Romagna, un territorio complicato con tendenze di chiusure. Da noi il rischio non è 5 Stelle, è Lega. L’Emilia, è molto diversa dalla Romagna e specialmente quella sul mare, molto più aperta ed elastica. La pianura padana, diffidente, tende a conservare, mentre la tradizione socialista radicata di Prampolini, Massarenti, dei sindacati e le cooperative sociali avevano l’ambizione e la forza di includere in nome del lavoro. Una terra per la quale il lavoro era un vero volano di integrazione che accoglieva i diversi da sé. E anche oggi come nel passato l’Emilia-Romagna ha e dà lavoro, qui non c’è disoccupazione, il turismo è un volano di forte espansione. L’Emilia-Romagna non è in difficoltà. Noi produciamo sviluppo, allora perché questa chiusura, mi chiedo? L’attacco che fa la Lega è tutto ideologico, non basato sulle reali difficoltà, intende incutere il timore che gli altri arrivino per guastarci questa nostra bella realtà».

Le città di mare, coi porti, sono da sempre più aperte. E tu dici che noi a Rimini lo siamo, tra i primi sono arrivati gli extracomunitari come turisti e lavoratori, ma anche non regolarizzati. E sai anche che qui il lavoro nero…

«Ho chiesto, mi sono informata in queste settimane che ho passato in Italia, della questione migranti in Puglia e nel Meridione. Anche qui è terrificante. Stipendi bassissimi, orari altissimi. Segno che la nostra è un’economia marginale, se ancora abbiamo bisogno di questo lavoro semi-servo. Un tempo dal Sud venivano nelle zone turistiche a “fare la stagione” per poi tornare nelle proprie terre, allora si mercanteggiava per diminuire i costi, affinché i singoli lavoratori prendessero più soldi. Non è più “ti do tot in cambio di”, ma piuttosto “tu lavori tanto e prendi poco”. Ciò che preoccupa è che lo fanno ancora soprattutto i piccoli imprenditori, le pensioncine; come si dice, “per cavarci le penne”. Non c’è più scelta, contrattazione, sindacato. Quando ero giovane mio padre aveva un panificio a Bellaria con un ventina di dipendenti, lavorava 24 ore al giorno, alcuni di loro erano in nero… Per tre anni lui ha dovuto subire cause sindacali a causa mia. Io sono fatta così. La mano d’opera di oggi è perlopiù d’immigrati stanziali, esposti e vulnerabili, per loro non c’è nessun sindacato, solo sfruttamento e schiavitù».

Luglio 2017 dibattito promosso da Fausto Anderlini a Bologna tra LeU e Pd, con Piero Ignazi.

Le disuguaglianze continueranno ad aumentare? Ed è quindi vera l’accusa alla sinistra di non interessarsi più ai bisogni delle persone più fragili?

«Il problema serio da noi è che non sappiamo espanderci con l’innovazione, migliorarci nella crescita. Il nostro sistema in Emilia-Romagna, col suo bisogno di lavoro semilibero, punta di diamante del capitalismo, genera queste differenze. E’ molto complicato governarlo con la nostra idea di diritti e la tradizione di costi e benefici. Non c’è più alcun potere contrattuale corretto, non contano neppure i rapporti individuali, tra padrone e operai. Sembra di essere ritornati all’800. Col mutualismo, l’associazionismo. Siamo noi individui, persone di sinistra, ad essere diversi. L’espansione del dopoguerra ha creato molto benessere, trasformando gli indigenti, le masse popolari, in ceto medio. E si chiudono le paratie. Chi ha fatto la scalata sociale e ora gode di una situazione di benessere con qualche privilegio, chiude. Si difende. Il nostro è un rischio sociale e culturale. Siamo diventati una sinistra che difende se stessa. A noi piace la vita che abbiamo e vogliamo conservarla».

Hai firmato il manifesto di Cacciari, in cui lui ritiene sia il Pd al centro della ricostruzione della sinistra… e tu che sei sempre molto critica col Pd?

«Cacciari ha ragione, io non ho sempre criticato il Pd, solamente quello degli ultimi anni. E mi va di scuoterlo. Toglierlo dalla sonnolenza, il rifiuto della realtà dal 4 marzo. La sconfitta è di tutta la sinistra. Di noi che ci diciamo di aver ben governato e diamo la colpa a chi ha votato male perché non ha capito. Purtroppo temo che a non ascoltare Cacciari e i firmatari del suo manifesto sarà il Pd, perché è spaccato tra renziani e non renziani. La Festa dell’Unità di Bologna ne è una riprova, è ancora tutta chiaramente renziana e divisiva, siamo ancora al noi e loro. E i loro, coloro i quali stanno fuori, sono i più. Ma è vero che ritengo che il Partito Democratico sia nato male. Non si tratta di cambiare il nome, casomai basterebbe un ‘sociale’ in più. E’ lo statuto che va cambiato, ha interpretato molto male perfino il ruolo del leader. Pensa che la parola leadership non ha traduzione in italiano. Non è mai separata gerarchicamente, anzi è sempre esposta all’opinione e al controllo, poiché raramente è un’investitura individuale, ma di un insieme col quale deve continuamente connettersi. Mentre molti di loro sono soli. Sono stata attaccata per avere sconsigliato la ricandidatura di Bonaccini e della Gualmini, per non perdere. Non è questione di persone. Ma a chi si rivolgono? Qual è il committente? Si comportano come se ancora fosse il Pci, il centralismo democratico da cui partono le decisioni che tutto il gregge rispetta. E che decide se puoi candidarti oppure no. Ma non è così».

Le prospettive quindi, locali e nazionali, secondo te che ci vedi con lo sguardo lungo, da accademica e da NY?

«Io non ne so moltissimo delle dinamiche interne al Pd, soprattutto locale. Ma ho l’impressione che si pensi che non ri-candidare chi finora ha governato l’Emilia-Romagna significhi l’ammissione di non avere governato bene, invece non è così. Dobbiamo fare i conti con la realtà. Lo abbiamo visto come funziona. Ora è molto meno rilevante aver governato bene e male. La politica oggi va per audience, percezione. Dunque mi viene il dubbio che a molte di queste persone nella nostra regione interessi molto di più la propria collocazione anziché il benessere del partito e le idee della sinistra. Un patrimonio enorme, Per salvarlo occorre preoccuparsi del bene comune. Città per città e costruire una federazione di sigle di partiti, di liste civiche. Cambiare completamente il ceto politico. In molti la pensiamo così, tra cosiddetti intellettuali e opinionisti di sinistra, anche Ignazi so che è venuto a Rimini alla Festa dell’Unità e ve lo ha detto. Ognuno con la propria visione, ma solamente se l’establishment sa fare un passo indietro e il Pd unisce le sue forze con tanti, soprattutto il civismo, c’è una reale speranza di non perdere di nuovo ovunque. Tuttavia non si vede chi possa, voglia e sia in grado, di decidere il cambiamento, il dialogo, l’aggregazione. Martina è un’ottima persona, e forse anche per questo non resisterà a lungo».

2008 il Presidente Giorgio Napolitano la nomina Commendatore della Repubblica

E queste sono le tue ragioni di tensione col Partito Democratico?

«Per salvare il patrimonio enorme, comune alla sinistra, occorre ci sia un disegno comune. E allora io esprimo le mie opinioni. Lo faccio perché parlo della politica che mi interessa, anche se tra gli ortodossi vecchi e nuovi c’è chi mi dice di starmene zitta. Di recente sono stata attaccata violentemente, anche dai compagni di Bellaria, e la Pugliesi da Bologna che mi esorta a restare oltreoceano, per aver espresso le mie idee. Che ho precise. Non si può essere continuamente in contraddizione: da una parte fare ciò che si vuole (una parte dei dirigenti) e dall’altra credere che tutto possa venire imposto (come fosse ancora il Pci). Sulla leadership per esempio. Prendi il compromesso storico, al quale sono sempre stata contraria, e paragonalo al Referendum costituzionale del 4 dicembre. Enrico Berlinguer, anni prima, fin dal ‘73 cominciò a scrivere articoli importantissimi su ‘Rinascita’, e confrontalo al referendum costituzionale che viene da una decisione presa dall’alto e imposta. Mentre ogni circolo dovrebbe fare propria la proposta politica che deve interpretare… per non essere solamente un voto a chiamata: “tu vai a votare, poi al resto ci penso io”. Perché poi, com’è accaduto, quelli che consideri il tuo 40% si rivoltano contro. E siccome hai perso allora dovresti andare a casa. Invece da noi non succede niente. Altroché democrazia partecipata. Cameron ha perso e se ne è andato, non sappiamo neppure dove sia. Io rompo perché esprimo queste idee? Mi si aggredisce personalmente, per parentela di corrente e/o familistica. Anziché discutere a viso aperto come sia più proficuo comportarci. Perché non c’è un programma e una conferenza programmatica? In definitiva io penso che il modello che è passato nel Pd, veicolato dalla Margherita, sia quello che già era della Democrazia Cristiana, le correnti del resto lo dicono».

Ci dai la tua definizione sintetica di populismo e sovranismo, le cause e le conseguenze?

«La rivolta di chi sta fuori contro chi sta dentro, i meccanismi considerati di potere. La Lega oggi è un partito nazional-populista con un elemento nuovo che non c’era in passato che è il sovranismo, non in relazione agli stati (che sarebbe nazionalismo) ma uniti contro l’Europa. Per questo sulle elezioni europee si giocherà molto. Solo la sinistra, insieme, può rafforzare questa Europa politica. Te la immagini cosa avrebbe fatto un’opposizione socialista e comunista ai tempi in cui eravamo giovani… una rivolta, di fronte a un Ministro dell’Interno italiano che blocca in un porto italiano una nave militare italiana con esseri umani salvati dalle guerre. E il sottosegretario Giorgetti che dice che il Parlamento non vale più. Come ho detto su Repubblica, a Genova avrebbero dovuto esserci la sinistra in massa con tutti i suoi rappresentanti nelle istituzioni dalla Camera al Senato, alle Regioni, i Sindaci… non lasciare Martina solo. Il fatto accaduto è gravissimo, perché lo Stato non ha esercitato il potere di controllo che deve avere sulle concessioni che destina ai privati, infatti giustamente l’Europa ci ammonisce, anche perché un bando senza gara ha attribuito quell’appalto. La destra sostiene che siamo il Paese in cui si pagano più tasse, ma non è così: siamo infestati semmai da pedaggi, prebende, accise, balzelli più ingiusti delle tasse. Se nell’altro mio paese, gli Stati Uniti, ci fosse il bollo sul passaporto, unico paese al mondo è l’Italia, stuoli di avvocati farebbero causa allo Stato».

Il ruolo del pubblico sulle concessioni, riguarda anche la gestione del bene comune, il territorio, l’ambiente?

«Polito ha scritto dopo il crollo del ponte Morandi di Genova che in Italia la passione e la capacità di progettare e innovare, di accettare sfide nuove, è venuta a cadere con la fine del Rinascimento Italiano, del boom economico. Pensa a come è stata umiliata la ricerca, l’università, cominciando dal nostro Ministro Berlinguer. Per questo anche il degrado del territorio. La disattenzione per ciò che è bene pubblico come salute, sicurezza. L’ambiente è una debolezza dell’Europa degli stati membri. Dopo il trattato di Kyoto, le promesse del 2020… non solamente per colpa di Trump. Anche in Italia l’ambiente è considerato ancora un ‘diritto di lusso’: fin da Marghera e arrivando all’Ilva. Bisogna che tutti capiamo che deve significare sviluppo economico, mettere la ricerca in termini di convenienza. Economia circolare, come si dice. Ma subito, ora, adesso».

Sui risultati ottenuti per chiudere gli scarichi fognari in mare sei stata testimonial nel docufilm che abbiamo girato a Rimini sostenendo l’utile ruolo del civismo spontaneo che sa far pressing sui decisori. Ora da Rimini con un gruppo aperto nato dal Pd, e un’associazione, ci battiamo contro la plastica in mare.

«Sì è importantissima questa vostra battaglia, farò ancora quel che posso. Sulla battigia durante questo mese a Rimini in cui potevo passeggiare in riva al mare ho visto moltissime di quelle retine di plastica, le calze per allevare le cozze. Allora io chiedo: se le concessioni sono pubbliche, essendo pezzi di mare in cui sorgono gli allevamenti di mitili, dunque demanio, chi ne è responsabile, lo Stato, la Regione? E la Capitaneria di Porto che fa? Perché viene permesso un tale scempio? Come è possibile vengano disperse in tale quantità, chiedo? Poiché si tratta di allevamenti privati che producono profitto, così come il pedaggio delle autostrade, perché si lascia che inquinino la catena alimentare di noi tutti? Anche se meno evidente in tragicità, il concetto è lo stesso del ponte di Genova che crolla: non viene esercitato il controllo sul bene pubblico. Che in questo caso è il mare, mica poco per tutti».

Cosa pensi di fare, darai all’Italia, alla Regione Emilia Romagna, a Rimini un tuo contributo, personale e politico?

«Sono sempre qua, ho un contratto di tre anni con la Bocconi, ma intendo continuare insegnare negli Stati Uniti, dove non c’è alcun obbligo di pensionamento, dato che oramai sono sopra i sessanta. Finché sto bene, intendo continuare il mio lavoro, ma non di impegnarmi personalmente in politica. Come sai non sono tagliata. Per carattere non sono portata ai compromessi. E non essendo qua stabilmente non conosco l’evoluzione della politica locale, il posizionamento delle persone, ma se posso essere d’aiuto con le mie idee, ci sono. Resterò informata leggendo da NY sul web Chiamamicitta.it, continuate a fare utile e buona informazione così resto aggiornata su Rimini e dintorni».

Buon viaggio e buon lavoro, grazie Nadia.

Manuela Fabbri

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