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Vaccini, non chiamatela libertà di scelta

Si fa sempre più rovente la polemica sull’obbligo di alcune vaccinazioni relativamente alla scolarità e più in generale sul tema delle vaccinazioni in quanto provvedimento sanitario. Una volta presa la strada dell’obbligo per legge, era facilmente prevedibile lo strascico di contenziosi che ciò avrebbe comportato, fino al ricorso ai organi supremi di giudizio, cioè la Corte Costituzionale. Restava solo il dubbio su chi sarebbe stato il primo a portare la questione di fronte alla Consulta: ci ha pensato il governatore del Veneto, Luca Zaia, guarda caso subito dopo che molte piazze italiane si erano riempite di manifestanti contrari all’obbligo. Subito seguito a ruota da altri presidenti di Regione.

Ma è di questi giorni, anche se coperta da un silenzio assordante, anche la pubblicazione da parte dell’AIFA (Agenzia Italiana del farmaco) delle segnalazioni degli avventi avversi , gravi e non gravi, e delle morti sospette, relative alle vaccinazioni  in Italia negli anni 2014-15 e 2015-16.

E’ proprio sugli avventi avversi che si basa molta parte del movimento antivaccinale: sono tanti i rischi derivanti dalle vaccinazioni – dicono- che il beneficio delle stesse può risultare trascurabile o quanto meno discutibile, per cui va lasciata la libertà di scelta.

La seconda motivazione sostanziale del movimento anti-vaccini è che le vaccinazioni, detto in soldoni, facciano più che altro comodo alle multinazionali del farmaco:, quindi gli obblighi aiuterebbero solo i loro rilevanti interessi economici e non quelli della popolazione e della sua salute.

Partirò dal secondo argomento e, come sempre, in base alla mia esperienza personale. Durante l’attività professionale ho sempre avuto un rapporto di collaborazione, ma anche di competizione con le aziende farmaceutiche. Guai, per un medico, farsi catturare culturalmente e materialmente: è ovvio che le aziende per loro natura tendono a piegare al loro interesse commerciale l’utilizzo di un farmaco. Ma lo sappiamo benissimo e da sempre. Magari non si sa, o si finge di non sapere, che però al mondo esistono medici, gruppi di ricerca, organismi nazionali e internazionali indipendenti. Sono loro a fare la dovuta tara all’utilizzo dei farmaci e a eventuali abusi del loro utilizzo dei farmaci.

Checché ne pensi il complottista  – e continuerà a pensarlo, perché non ci sarà mai nessuna realtà al mondo capace di cambiare quella che ci costruiamo nella nostra testa – le aziende farmaceutiche e il resto del mondo sanitario non vanno sempre d’amore e d’accordo, ma spesso e volentieri militano su sponde differenti: e anche questo è nella natura della cose. Le stesse multinazionali – quell’entità che viene battezzata Big Pharma – non sono mai potute sfuggire a una semplice regola di mercato, che nella medicina si fonda sui risultati terapeutici.  Risultati che ogni singolo medico può verificare nella sua pratica quotidiana e ancor più vengono misurati dagli organismi sanitari di tutte le nazioni del mondo.

Puoi incentivare in modo più o meno lecito qualunque cosa, ma se poi non funziona o peggio fa male, alla lunga il problema salta fuori e quel farmaco diventa semplicemente invendibile, per non parlare del danno di immagine. È già successo e succederà ancora.

Per cui alle aziende conviene investire in ricerca e farmaci seri: non perché siano diventate filantrope, ma per la semplice ragione che agendo diversamente scomparirebbero dal mercato.
E questo taglia la testa al toro, perché, almeno nei paesi Occidentali, il mercato non lo controlla nessuno e la concorrenza è talmente feroce che ogni passo falso viene severamente punito. Questa è la realtà, a meno che non vogliamo credere alla Spectre che domina il mondo tramando nell’ombra.

Non deve essere dimenticato poi cosa succede, sempre nella realtà, in quei luoghi dove i farmaci prodotti da quelle aziende non arrivano, o non sono facilmente disponibili perché troppo cari. Nei Paesi più poveri vediamo sopravvivere e dilagare patologie infettive che da noi sono addirittura dimenticate. Tanto da non spaventarci nemmeno più, poiché colpiscono sì, ma lontano da casa nostra. Eppure sono malattie che nella storia hanno provocato milioni di morti e handicappati fisici e psichici. E che sono state combattute proprio con i vaccini: vaiolo, poliomielite, morbillo, meningiti ed encefaliti, tubercolosi, tetano.

Ma il vaccino, come ogni farmaco, presenta delle controindicazioni. E passiamo al primo argomento: i rischi che corriamo quando ci vacciniamo.

Rischi mai nascosti, come qualcuno sostiene, ma al contrario dichiarati e misurati, con strumenti scientifici come appunto il periodico rapporto Aifa. L’ultimo è di 173 pagine e me lo sono letto con più attenzione del solito.

Ebbene, il rapporto Aifa per l’anno 2014 in Italia rileva questo:  48.9 casi di effetti collaterali ogni 100.000 dosi vaccinali. Per il 2015,  18,8 casi ogni 100.000 dosi vaccinali.
Inoltre, la maggior parte di tali segnalazioni sono di natura lieve: arrossamenti, dolore in sede di iniezione, febbre per alcuni giorni, una certa irrequietezza come durante gli episodi febbrili dei bambino. Tutti episodi che si risolvono nell’arco di qualche giorno al massimo. In percentuale, le reazioni lievi rispetto al totale sono 87.9% nel 2014 e 84.1% nel 2015.
Resta quel 10, 15% di segnalazioni gravi: sono state 871 nel 2014 e 526 nel 2015; e sono registrati  69 decessi nel 2014 e 9 nel 2015.

Parliamo prima dei decessi.
Dei 69 morti del 2014, 67 sono riferiti a anziani (fra i 67 e i 95 anni) e 2 a bambini.
I 67 anziani sono deceduti dopo somministrazione del vaccino antifluenzale.
In questo anno si sono verificate delle morti all’inizio attribuite al vaccino antinfluenzale Fluad (per chi è oltre i 65 anni) e di cui due lotti furono temporaneamente sospesi. Verifiche fatte successivamente da OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ed EMA (Agenzia europea del farmaco) hanno escluso una correlazione con i decessi, mentre alle analisi i lotti incriminati di Fluad si sono rivelati perfettamente in conformità con quanto stabilito da norme e leggi circa la loro composizione e lo stato di conservazione e senza complicanze in molti Paesi come Austria, Spagna ecc..

Quelle morti, avvenute dopo una vaccinazione, sono poi state accertate come legate alle patologie correlate all’età del paziente;  l’evenienza successiva di vaccino e morte è stata puramente occasionale. 

Per quanto riguarda i due neonati deceduti nel 2014, si è trattato di due casi di Sindrome della morte improvvisa del lattante, di cui parleremo.

Dei casi 9 di decesso segnalati nel 2015 , quelli segnalati in occasione della vaccinazione antinfluenzale sono stati 6, mentre 3 sono stati i casi pediatrici.
Per i casi correlati al vaccino antifluenzale, le verifiche hanno avuto lo stesso esito del 2014: non sono state rilevate correlazioni con il vaccino.
E per i casi pediatrici, di nuovo alcune morti sono state attribuite alla Sindrome della morte improvvisa del lattante.

Questa Sindrome appare essere patologia rara, di cui conosciamo ancora poco le cause. Però sappiamo che si verifica con le stesse percentuali sia nei neonati vaccinati che in quelli non vaccinati.  Dunque la vaccinazione non ha nessuna influenza, né aumenta la frequenza di tali tali episodi.

Per altri due casi la morte è stata attribuita a Meningite da Meningococco B nonostante la vaccinazione. In un caso, perché la vaccinazione era troppo recente, con verosimile infezione già in corso; nell’altro, con morte avvenuta dopo qualche anno per una possibile mancata copertura anticorpale del vaccino per una singola dose somministrata a 8 anni di distanza dall’insorgenza dell’episodio meningitico che ha causato poi la morte. La distanza di 8 anni può essere troppa perchè il titolo anticorpale si mantenga alto e efficace.

Nell’ultimo caso pediatrico, la causa della morte era correlata alla grave patologia congenita del neonato stesso.

Per quanto si riferisce alle complicanze gravi  – convulsioni febbrili, iperpiressia, pianto inconsolabile, paralisi del VI nervo cranico, Neurite ottica, sindrome di Guillame Barre’ – la maggior parte di queste si sono risolte con guarigione completa e per alcune viene citato un “miglioramento”.
Si tratta di casi molto rari e il loro numero è così basso da non rendere facile il distinguere fra esiti post-vaccinali e episodi intercorrenti occasionali che sarebbero in ogni caso accaduti, indipendentemente dalla vaccinazione.
Questi episodi comunque sarebbero senza dubbio molto più frequenti nel caso di popolazione infantile non vaccinata in occasione delle infezioni che abbiamo citato. Non solo: a queste  si dovrebbero aggiungere i molti casi di patologie invalidanti e di morti.

Se si vuole stare ai dati, non c’è paragone e nemmeno discussione: i numeri parlano chiaro.

Poi si può non credere ai numeri, immaginare che siano tutti falsati e fidarsi solo delle proprie convinzioni. Anche questa è libertà. Ma non la si può chiamare “libertà di scelta”, perché dietro la richiesta sacrosanta di “più informazione sui vaccini” è evidente il rifiuto di qualsiasi informazione. O almeno di tutte quelle che che vanno a contraddire un convincimento ormai incrollabile, che non ammette contraddittorio. Senza poi nemmeno considerare l’effetto pratico di questa “scelta”: cioè, come tante volte ripetuto, l’abbassamento della soglia di sicurezza della copertura vaccinale, che riguarda l’intera popolazione: non solo chi rifiuta i vaccini, ma anche chi invece li fa ma la copertura anticorpale non è scattata (come nel caso di morte sopra citato) oppure davvero è intollerante al vaccino e non ha potuto praticarlo, anche se avesse voluto.

Ma al di là delle fredde statistiche,  ho voluto parlare con mia figlia, che è Pediatra e ora è dedita alle vaccinazioni. Mi ha riferito che nel nostro territorio di Rimini negli ultimi 10 anni i casi di effetti collaterali definiti come gravi si contano sulla dita di una mano e la loro relazione con il vaccino mai sicuramente dimostrata, a fronte di decine di migliaia di vaccinazioni che hanno protetto da esiti infettivi ( e morti ) la popolazione infantile.

Al di là degli aspetti giuridici della questione, dal punto di vista medico una discussione basata su dati scientifici semplicemente non esiste. Mentre le decisioni Regionali e Ministeriali trovano la loro giustificazione proprio in quei dati e nei rilievi scientifici.

È vero che anche nei dati AIFA ci sono alcune affermazioni, come quel generico “miglioramento” di cui sopra, andrebbero meglio precisate.

E soprattutto, come vado ripetendo, l’apertura al confronto ci deve sempre essere, perché questo prevede il metodo scientifico, sempre pronto a rimettere in discussione le proprie conclusioni in presenza di verifiche e sperimentazioni che aprono nuovi dubbi.

Alberto Ravaioli  

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