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1 aprile 1950 – Nasce a Riccione Paolo Conti, il “portiere per caso”

Il 1º aprile 1950 nasce a Riccione Paolo Conti. 

In un’intervista pubblicata su Storie di calcio, racconta di se: «I miei volevano che mi diplomassi, niente sport serio, che credi? Albergo di proprietà, mica mancavano i soldi, questione di cultura, di orizzonti: lo studio prima di tutto. Non tifavo per nessuna squadra, facevo una vita normale. Poi appena fatta la maturità, al campo dopo una partita tra amici si avvicina un dirigente del Riccione, che allora faceva la serie D, la C2 di oggi, e mi fa: Conti, vuoi tesserarti? Era il ’68, il ’69… Accettai, ero diplomato, potevo giocare centravanti per puro diletto. Una volta tesserato l’allenatore un giorno mi fa: oh, Paolo, dài prova in porta. Ecco, Paolo Conti portiere è nato così. Poi sono finito in nazionale e ho fatto da secondo i Mondiali in Argentina».

Paolo Conti nella Nazionale di Bearzot: la partita è Italia-Turchia (1-0, Firenze, 23_settembre 1978)

Dal Riccione, Conti approda al Modena e successivamente all’Arezzo in Serie B. La svolta nella sua carriera è il passaggio alla Roma, nella quale si alterna inizialmente ad Alberto Ginulfi per poi divenire stabilmente titolare. Durante tale permanenza, nella stagione 1974-1975 è il portiere meno battuto del campionato, concedendo solo 15 reti e precedendo Dino Zoff e Pietro Carmignani, battuti quell’anno 19 volte.

Durante il campionato 1979-1980, viene scalzato dall’emergente Franco Tancredi, e al termine della stagione lascia la squadra. Prosegue quindi la carriera in Serie B, dapprima con il Verona e poi con la Sampdoria, ottenendo con quest’ultima la promozione nella massima serie, per poi approdare al Bari in Serie C1.

Torna in Serie A nella stagione 1984-1985 con la Fiorentina quale riserva, prima di Giovanni Galli, poi di Marco Landucci, fino alla chiusura della carriera, nel 1988. Ha totalizzato 193 presenze in Serie A.

In Nazionale esordisce nel 1977, nella vittoria per 1-0 contro il Belgio, e viene convocato per il mondiale 1978, facendo da secondo a Dino Zoff. In maglia azzurra disputa complessivamente 7 partite, tutte amichevoli, scendendo in campo per l’ultima volta nel 1979.

Ritiratosi, è divenuto procuratore sportivo. Suo figlio Carlo è attualmente candidato a sindaco di per la lista Patto Civico Riccione.

«E se ti dico – continua l’intervista di Conti – che dal giorno in cui ho smesso di giocare in serie A, non ho più indossato i calzoncini per fare una partitella, neanche tra amici? Cioè: non ho più parato, mai più, mi credete? Non ho cassette con le mie partite, non ho foto, a mala pena qualche trofeo: non ho più una “immagine” di me calciatore, è un momento superato, la vita mi ha proposto di fare il calciatore, l’ho fatto, mi sono divertito, sono sceso, eccomi qua. Certo, faccio il procuratore di calciatori, ma la palla giocata è un’altra cosa».

«Dicevano che ero un portiere che comandava la difesa, che uscivo spesso dall’area perché avevo il fisico, con i piedi, sull’ avversario… Ma ero solo un autodidatta: io non avevo fatto il settore giovanile, venivo dalla strada, dai parchi, dalle partite con gli amici. Dovevo solo coprire i miei limiti. Eppoi fino ai 18 anni ho giocato solo praticamente da centravanti, mica da portiere».

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«Eh, sì, la decisione di fare il professionista l’ho dovuta prendere quando sono arrivato alla Roma. A 23 anni. Successe che Valcareggi che allenava la nazionale di serie B mi fa dopo una partita contro l’Irlanda: Beh, Paolo, hai davanti a te una bella carriera, sai?. E io: sa, mister, non so, posso anche smettere, io devo studiare, sto in serie B, che vuol dire…».

«La mia forza è stata proprio questa: a differenza dei miei colleghi nel calcio giocato sono stato in prestito, avrei potuto smettere quando volevo, senza nevrosi, senza l’angoscia del fallimento o delle alternative. Tra le tante cose non capivo, prima di venire a Roma, come si potesse impazzire per il calcio, mi sentivo lucido, capite? Ero distaccato, ma non freddo, questo mai. Roma m’è rimasta nel sangue, e io sono rimasto romanista. Non rinnego, anzi, mi vedo spesso con Santarini e Batistoni, lavoro nel calcio. I baffi? Sì, mi hanno aiutato, mai più tolti, Mi sentivo unico, tutti i portieri si sentono unici».

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Roma – Verona, 18 novembre 1973: oltre a Conti in basso a destra, il secondo in alto da destra è il riminese Sergio Santarini, non ancora capitano. Nel secondo tempo di quell’incontro entrò il lughese Valerio Spadoni, già goleador del Rimini

«Il calcio mi ha dato tanto, ma mi resta la curiosità di sapere che cosa avrei fatto senza il pallone, che tipo d’uomo sarei stato, che avrei fatto di Paolo Conti – ed ecco l’unico vero sospiro di una lunga chiacchierata – Perché io sì, lo so, io ero in anticipo sui tempi. I portieri si vestivano solo di grigio e nero, io shockai tutti vestendomi con maglioni di giallo brillante o arancio: ah, quello arancio rimane il mio preferito, sì. Facevo il rivoluzionario, lo so. E fui il primo a rimettere i parastinchi, perché uscivo dai pali, sui piedi degli avversari e i calci, si sa, fanno male. Dicevano: ooh, che portiere moderno, sembra olandese, esce con i piedi. Ma il segreto l’ho detto: giocavo da centravanti, mica ero male con la palla, dovevo coprire i miei limiti veri di aver fatto il portiere senza una scuola alle spalle».

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La parata della vita?
«Aaah, beh, sì, una parata me la ricordo. Eravamo all’Olimpico, c’era Roma-Inter, e quell’Inter era forte. Vincevamo noi 1-0. All’ultimo minuto Mazzola tira, all’incrocio dei pali. Come ho fatto a prendergliela non lo so proprio. Me la ricordo ancora, quella parata. Chissà, forse la più bella parata della mia vita. Uscendo dal campo Sandro mi fece i complimenti e mi disse: vieni all’Inter? Però, quella parata non l’ho mai sognata, io non ho mai più sognato Paolo Conti in porta che para, vola da palo a palo, non ho più regalato al sonno il mio passato di portiere della Roma».

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