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1 luglio 1873 – Si inaugura a Rimini il “grandioso Stabilimento Balneare”

A Rimini il 1 luglio 1873 si inaugura il “grandioso Stabilimento Balneare, incontrastabilmente il primo di tutta Italia. Comprende il Kursaal, la Piattaforma e la Capanna Svizzera. Costo totale: un milione di lire.

Kursaal alla lettera significherebbe “sala per cura”; in realtà, sul modello delle spiagge nel nord Europa (poiché il turismo balneare nacque sul mare del Nord, sull’Atlantico e sul Baltico) ci si va soprattutto per le grandiose feste danzanti.  Il progetto è di Gaetano Urbani in stile neoclassico, «che riprese chiaramente le linee del teatro Galli di quattordici anni prima. Diretto dall’igienista Paolo Mantegazza, nell’edificio per diversi anni si consumarono svaghi, giochi, balli e piaceri, divenendo il luogo della mondanità riminese per eccellenza le feste che vi si svolgevano erano circondate da un alone di leggenda. Duravano spasso fino all’alba, fra le reprimenda dei benpensanti. Vi si viveva l’atmosfera ben descritta da Fellini nei suoi film, anche se i suoi “amarcord” fanno un tutt’uno di Kursaal e Grand Hotel». (Luca Vici, “Chiamami Città”).

Il Kursaal. a sinistra, affiancato dal 1 luglio 1908 dal Grand Hotel

Il Kursaal. a sinistra, affiancato dal 1 luglio 1908 dal Grand Hotel

Non è questa le sede per approfondire la vicenda della demolizione del Kursaal, ancora fonte di tante polemiche. Andrebbe però almeno ricordato che il progetto di demolizione dell’edificio e la nuova sistemazione dell’attuale Piazzale Fellini facevano parte del “piano regolatore della Marina” promosso dalla Cassa di Risparmio di Rimini e firmato dagli architetti Vaccaro e Bega. Lo stesso piano prevedeva la costruzione di alberghi e pubblici esercizi per tutta la zona dall’ex pasticceria Zanarini al torrente Ausa, anche rimpiazzando i precedenti villini. La presentazione del piano avvenne nel febbraio 1947; nonostante il parere contrario degli esponenti dell’Azienda di Soggiorno, Luigi Silvestrini e Gino Pagliarani, il nuovo sindaco Ingegner Cesare Bianchini assicurò il suo appoggio; il Comune approvò infatti il piano e concesse anche alcune aree gratuitamente per le nuove costruzioni, oltre a offrire agevolazioni alle imprese.

La Capanna Svizzera era «una costruzione leziosa ed eclettica. Dapprima usata come ricovero per le carrozze, in seguito trasformata in caffé-ristorante (alla moda). Venne abbattuta agli inizi del ‘900 in concomitanza con i lavori di costruzione del Grand Hotel». (G. Conti / P.G. Pasini, “Rimini Città come Storia”).

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La Piattaforma, il 24 luglio 1872 viene definita dal  “Corriere dei Bagni”, uno dei primi periodici estivi riminesi, «un vasto piazzale che si inoltra per lungo tratto sul mare dove v’è una capanna “chinese”, all’ombra della quale le figlie di Eva aspettano l’ora del bagno». È piantata su palafitte e interamente di legno; il che darà un mucchio di grattacapi negli anni a venire, finché dovrà essere abbattuta perché fatiscente. Ma all’apice del suo splendore, l’«isola sul mare» con il suo lungo ponte che la collega all’arenile diventa subito la cartolina di Rimini. Ai lati dell’esotica «pagoda» centrale ci sono i camerini per il bagno: a destra quelli delle donne, a sinistra quelli degli uomini. Dai camerini si scende in acqua con le scalette. Qui il bagno, isolato da occhi indiscreti e protetto da scrupolosi bagnini, segue precise norme di immersione.

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In quale Rimini sta nascendo la “vocazione turistica” che segnerà tutti gli anni a venire? In quel 1873, Domenico Francolini scrive che «i poveri del Borgo San Giuliano combattono con tisi, scrofola e tifo». Le loro case sono prive di luce ed aria, ed avvelenano «per tutta la vita il sangue, massime ai bambini». Fra il 1855 e il 1884 ci sono ripetute epidemie di colera favorite dalle pessime condizioni igieniche delle case anche di persone agiate e anche in pieno centro: famigerata la zona attorno a Porta Marina (oggi l’incrocio di Corso Giovanni XIII e via Bastioni Settentrionali), dove il ristagno delle acque del lavatoio di Borgo Marina è fonte inesauribile di infezioni, anche malariche. Del resto, il primo acquedotto, e solo in poche strade del centro, è del 1908. Tutti gli altri si servono di pozzi artesiani, numerosissimi anche in città grazie alla ricchezza delle falde, ma vulnerabili all’inquinamento delle acque nere, visto che non esiste fognaria.

Nel luglio 1876 il “Corriere della Sera” scrive che a Rimini “regna la miseria”, c’è mancanza di investimenti sociali e il benessere della nuova industria turistica riguarda solo pochissimi.

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