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10 febbraio – La Beata Cera ad Remin

Dal Martirologio Romano alla data del 10 febbraio: “A Rimini, beata Chiara, vedova, che espiò con la penitenza, la mortificazione della carne e i digiuni la precedente vita dissoluta e, radunate delle compagne in un monastero, servì il Signore in spirito di umiltà.”

Chiara apparteneva a una delle famiglia più in vista del riminese, gli Agolanti originari di Firenze. “Le fonti più antiche della sua biografia – annota l’Enciclopedia Italiana Treccanisono due leggende, che concordano nel dirla di Rimini e nata da Chiarello di Pietro di Zacheo; sono incerti gli anni della nascita e della morte (per alcuni, 1262-1338). Le leggende ci narrano che negli anni giovanili fu donna di rara bellezza, ma di costumi corrotti, ebbe due mariti, entrambi premorti a lei, dovette fuggire dalla patria per le competizioni di parte, e si rifugiò a Urbino, iniziando poco dopo la sua penitenza, a 34 anni”.

“Comincia allora una vita tutta di preghiere e umiliazioni: si dedica anche al soccorso dei miseri, e viene eletta badessa delle “Povere Sore” dette da lei di S. Chiara, seguendo, come pare, la regola di S. Benedetto. Pio VI approvò il culto e la festa della beata Chiara, per la diocesi e la città di Rimini, nel 1785. Il corpo di lei, dal monastero di S. Maria degli Angeli, fu poi trasportato nella chiesa di S. Francesco, il tempio Malatestiano”.

Lo stemma originario degli Agolanti

Una delle leggende racconta che il padre e il fratello morirono lo stesso giorno, in guerra contro i Malatesta, così che tutte le ricchezze della famiglia Agolanti si accentrarono nelle mani della giovane vedova. A 34 anni sarebbe avvenuto un fatto insolito: mentre stava assistendo alla Messa in S. Maria in Trivio, la chiesa dei Frati Francescani e futuro Tempio Malatestiano, le parve di udire una voce misteriosa che le ordinò di dire un “Padre Nostro” e un’“Ave Maria”, almeno una volta con fervore e attenzione.

Chiara obbedì al comando, non sapendo da dove proveniva, e poi cominciò a riflettere sulla sua vita. Prese la decisione di entrare nel Terzo Ordine di San Francesco, allo scopo di espiare i suoi peccati con una vita di penitenza. Ben presto divenne un modello di ogni virtù, ma soprattutto di carità verso i poveri e gli afflitti. Quando le Clarisse furono costrette a lasciare la città a causa della guerra, fu principalmente attraverso gli sforzi di Chiara che furono in grado di ottenere un convento e mezzi di sostentamento a Rimini.

Più tardi, Chiara entrò lei stessa nell’ordine delle Clarisse, insieme a diverse altre donne pie; ottenne la benedizione del vescovo di Rimini Guido Abasio e divenne superiora del convento di Nostra Signora degli Angeli di Rimini. Oggi il convento è scomparso; sorgeva sull’attuale piazzale Gramsci e forse alcuni cipressi sono l’ultimo segno della sua presenza.

Chiara avrebbe operato numerosi miracoli e verso la fine della sua vita il Signore le avrebbe fatto dono di elevatissime grazie spirituali.

Il suo corpo riposa ora nella chiesa intitolata a Santa Maria, parrocchiale di Corpolò, dove era stato trasferito per proteggerla all’inizio della seconda guerra mondiale.

La chiesa di S. Maria a Corpolò

La chiesa di S. Maria a Corpolò

La devozione popolare intorno alla sua sepoltura in San Francesco si sviluppò spontaneamente e immediatamente dopo la morte. Ma solo nel 1782 il culto della beata Chiara fu approvato da Papa Pio VI, che fissò la sua festa nella città e diocesi di Rimini per il 10 febbraio.

Le reliquie della Beata Chiara a Corpolò

Il culto della Beata Cera contribuì senza dubbio a rafforzare in Rimini quello di Senta Cera, S. Chiara d’Assisi la cui chiesa conventuale è da sempre meta della più fervida devozione popolare.

Senta Cera – spiega Gianni Quandamatteo – Santa Chiara, nome di una chiesa riminese, nell’omonimo vicolo, che va dall’Arco a via Garibaldi. Per la presenza, qui, dei frati (notoriamente di manica più larga), si invitava a recarsi a Santa Chiara la persona che aveva sulla coscienza peccati piuttosto robusti: ma te ut tâca andè ma Senta Cera, te ti tocca andare a Santa Chiara, anche perché vi si venerava la Madonna della Misericordia che perdonava tutto e tutti”. 

Minore venerazione era osservata per Santa Chiara quando in metafora passava a significare l’acqua: cantava il poeta contadino Giustiniano Villa nel 1884: “Dop chi crepa a fe sta stenta, a vli chi magna dla pulenta, dl’erba cruda, dla purchera, e che beva senta cera?”: dopo che crepano di stenti, volete che mangino della polenta, dell’erba cruda, della porcheria, e che bevano la santa chiara?

(nell’immagine in apertura, “Visione della Beata Chiara Agolanti da Rimini”,tempera e oro su tavola di Francesco da Rimini, 1333-1340 ca. – Londra, National Gallery).

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