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10 gennaio 49 a.C – Il dado è tratto!

“Alea iacta est!” è la frase attribuita da Svetonio  a Gaio Giulio Cesare, che l’avrebbe proferita dopo aver varcato, nella notte del 10 gennaio del 49 a.C., il fiume Rubicone alla testa di un esercito, violando apertamente la legge che proibiva l’ingresso armato dentro i confini dell’Italia e dando il via alla seconda guerra civile.

Busto di Gaio Giulio Cesare dei Musei vaticani

Busto di Gaio Giulio Cesare dei Musei Vaticani

Cesare era alla guida di una sola legione, la XIII Gemina, appena 5.000 uomini e 300 cavalieri. Un’unità formata appositamente per la vittoriosa campagna nelle Gallie transalpine, dove militavano molti che erano romani da poche generazioni, essendo anch’essi di origine celtica: abitanti della Gallia Cisalpina, la pianura padana, provincia romana il cui confine con la Repubblica vera e propria era segnato appunto dal Rubicone.

Nel tardo autunno del 50 a.C., dopo la pur trionfale campagna gallica, il Senato romano aveva ordinato a Cesare di congedare l’esercitorimettere il mandato di governo sulla provincia della Gallia Cisalpina e recarsi inerme a Roma per subire un’inchiesta.

Cesare si avvide che il Senato si stava orientando a mettere fuori legge il partito dei populares che egli rappresentava.  Temendo per la sua stessa vita, rifiutò, rimanendo accampato nella provincia che gli era stata assegnata, in una zona non distante dalla odierna Cervia.

Sempre secondo il racconto di Svetonio, prima di risolversi al gravissimo passo sembra che abbia esitato e infine abbia preso la sua decisione pronunciando in latino (e quindi, molto più probabilmente di quanto tramandato, alea iacta esto (“il dado sia tratto”) un antico proverbio greco.

Secondo altre fonti antiche, come rammenta lo storico Luciano Canfora, quella notte Giulio Cesare a un certo punto si smarrì nelle tenebre della campagna romagnola, perdendo il contato col il grosso delle truppe. Le ritrovò solo seguendo un contadino che conduceva un carretto tirato da un somaro.

Il passaggio del Rubicone nel serial tv "Rome" (2005-07)

Il passaggio del Rubicone nel serial tv “Rome” (2005-07)

Non si trattava “solo” di un golpe politico, ma di un autentico sacrilegio, perché sacri e garantiti dagli dei erano i confini della Repubblica romana.

Una volta compiuto il gesto, Ariminum gli aprì subito le porte: la città parteggiava per i populares fin dai tempi di Mario (cognato del padre di Cesare).  Era un fondamentale presidio militare e in tanti avevano militato o militavano nelle legioni cesariane. Qui fu raggiunto dai Tribuni delle Plebe fuggiti dalla Roma controllata da Pompeo e dal partito senatorio, ottenendo una parvenza di legittimazione per il suo atto fatale.

Nel foro di Ariminum, l’odierna piazza Tre Martiri, Giulio Cesare avrebbe arringato truppe e cittadini per spiegare le sue motivazioni e incitarli alla lotta. In realtà Cesare, nel De Bello Civili, non afferma di aver arringato i soldati a Rimini ma a Ravenna, prima di attraversare il Rubicone. In tal modo egli si presentava come un generale democratico che coinvolgeva le proprie truppe prima di importanti decisioni. Il che naturalmente non esclude che Cesare, dopo un atto tanto grave, abbia parlato al popolo e ai soldati anche nel foro di Ariminum; anzi la cosa appare assai probabile. La tradizione di questa arringa riminese è comunque molto antica ed è commemorata dal cippo cinquecentesco che ancora vediamo.

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Il Suggestum Caesaris in piazza Tre Martiri a Rimini

Qual’è il “vero” Rubicone? La controversia va avanti da secoli senza che si sia arrivati a una conclusione definitiva. I candidati tradizionali erano il Pisciatello e il Fiumicino, ciascuno sostenuto da argomenti plausibili, ma non risolutivi. Inoltre, non era solo una disputa erudita, ma conteneva implicazioni molto concrete. Se infatti il Rubicone con Augusto cessò di essere il confine della Repubblica romana (che avanzò con lui fino alle Alpi) era però atavica norma che segnasse quello fra i territori di Rimini e Cesena, con tutte le conseguenze giurisdizionali del caso.

Ecco quindi i Riminesi a tifare per il Pisciatello, più distante possibile alla loro città, ed i Cesenati schierarsi all’opposto per il Fiumicino. Alla confusione contribuirono sia l’incerto tracciato dei fiumi e fiumiciattoli di questa area, in origine paludosa e soggetta ad alluvioni disastrose, che le denominazioni spesso simili di corsi d’acqua differenti.

Alla fine, il 4 agosto 1933 Benito Mussolini decise d’imperio che il Rubicone era il Fiumicino e quindi il dado era stato tratto dove la via Emilia lo attraversa, ovvero a Savignano di Romagna, da allora Savignano sul Rubicone.

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Una recente, suggestiva ipotesi sostenuta soprattutto da Lorenzo Braccesi, individua però il Rubicone nell’attuale Uso e il punto del fatidico guado a San Vito. Ne sarebbe prova il maestoso ponte ad almeno otto arcate (tre in più del Ponte di Tiberio) di cui restano le vestigia (e puntazz) accanto all’antica Pieve, del tutto sproporzionato per quel piccolo corso d’acqua. Secondo questa tesi, il ponte, così come l’Arco e il Ponte di Rimini  avrebbero simboleggiato la rinnovata pace non solo fra i cittadini romani, ma anche fra essi e gli dei. Cancellando così il vulnus del sacrilegio cesariano. 

E puntazz di San Vito

E puntazz di San Vito

Curiosità da Wikipedia:

  • Nella canzone Streets Of Love dei Rolling Stones, un verso recita: “I think I’ve crossed the Rubicon”.
  • Nella canzone Orphans di Beck, si dice: “As we cross ten leagues from a Rubicon”.
  • Il Capitolo 37 del manga Bleach si intitola “Crossing the Rubicon” . Il fiume viene anche citato, all’interno dello stesso capitolo, da Uryū Ishida.
  • Nella sesta puntata della prima stagione della serie televisiva americana House of Cards,  Frank Underwood (Kevin Spacey), sostiene come non si possa fare marcia indietro nei confronti del sindacato degli insegnanti perché “we’ve already crossed the Rubicon”.
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