11 maggio 1236 – A Burfagliaco Faenza stravince nonostante le 500 manarole di Rimini
11 Maggio 2026 / ALMANACCO QUOTIDIANO
L’11 maggio 1236, nei pressi della “Pianta di Burfagliaco”, un luogo nella campagna ravennate fra Godo e Piangipane, si combattè una sanguinosa battaglia tra l’esercito faentino, comandato dal Podestà milanese Rubaconte da Mandello, e quello ravennate composto da una confederazione di milizie guidate da Malvicino da Bagnacavallo e Paolo Traversari, mentre le milizie alleate dei ravennati, di Bertinoro, Forlimpopoli, Meldola, Rimini e Castelnuovo erano agli ordini di Buonconte di Montefeltro e Ugo di Carpegna. Sei anni prima i conti di Carpegna e quelli di Montefeltro avevano giurato fedeltà al Comune di Rimini ottendendone il cittadinatico.
Gli inizi del 1200 vedono i comuni romagnoli scontrarsi senza tregua fra di loro, con alleanze e che si fanno e disfano complicate anche dalle lotte interne in ciascuna città, con il seguito di fuoruscti e faide famigliari. Nel 1234 le guelfe truppe faentine, alleate dei cesenati, sono impegnate nella difesa di Urbino contro i conti Taddeo e Buonconte di Montefeltro alleati dei ghibellini riminesi. Ma a prevalere sono questi ultimi, con il paradosso che i Montefeltro si impadroniscono di quella Urbino che per due altri due secoli e più sarà l’implacabile nemica proprio di Rimini. A far pendere la bilancia dalla parte dei Feretrani, oltre alle armi dei Riminesi, era stato l’arbitrato del rettore imperiale e Conte di Romagna Carnelvare (o Carnevale) de’ Giorgi. Se non che oltre a vedersi dichiarati in torto, gli Urbinati non si videro restituiti gli ostaggi che venivano tenuti nel castello di Forlimpopoli. A liberarli con la forza ci pensarono di nuovo Cesenati e Faentini.

Faenza, il ponte sul Lamone visto da Borgo Durbecco (Romolo Liverani, 1823-42)
Ecco quindi il Conte di Romagna di nomina imperiale che raduna una “task force” di milizie ravennati, riminesi, bertinoresi e forlivesi con la quale devasta le campagne di Cesena. Pertanto Faenza parte alla conquista dei castelli ravennati di Cortina e Raffanara. E Ravenna allora che fa? Scrive nel ‘500 il faentino Gregorio Zuccolo nella sua “Cronaca Particolare”: “Ma Ravegnani, ch’erano già occupati con Cesenati, non potendo per se stessi difendersi da questa guerra, c’havean loro mossa a Faentini, per levarsi con la diversione questo peso da dosso, indussero i Forlivesi corrotti con seicento lire, che assaltarono il borgo di Faenza e vi attaccassero il foco, acciò tirassero Faentini a difendere le cose loro: eseguirono Forlivesi tutto ciò che domandato havean Ravegnani, e diedero al borgo di Durbecco l’assalto, dove combatterono con le donne solo, e co’ sacerdoti, che vi eran rimasti, e ne ammazzarono alcuni”.
Fatto sta che il 2 settembre 1234 il borgo fu quasi interamente dato alle fiamme. Ma i Faentini non per questo abbandonarono l’assedio del castello di Raffanara (probabilmente dove oggi sorge il Palazzo San Giacomo di Russi) e con l’aiuto di sessanta balestrieri e duecento cavalleggeri inviati dai bolognesi il 6 settembre 1234 ne ebbero ragione dopo dodici giorni per poi distruggerlo, portandosi via la campana come trofeo. Resterà a Faenza fino alla fine del ‘700, mentre il castello ravennate non fu più ricostruito.

Cavaliere in una miniatura italiana XII sec. in “Annali genovesi”. (Parigi Bibliotheque Nazionale)
E così i reciproci rancori si accumulano. E se una contesa fra Ravenna e il vescovo di Cervia – riguardante ovviamente il preziosissmo sale – si riesce ad accomodarla con le trattative (sebbene i Riminesi volessero la guerra, non tanto contro Cervia ma contro le solite Faenza e Cesena che la appoggiavano), la volta successiva la diplomazia non ha nessuna speranza.
Reduci dell’ennesima spedizione a sostegno degli alleati bolognesi sconfiggendo la cavalleria modenese al fiume Secchia, i Faentini ritengono sia venuto il momento di regolare i conti: innanzi tutto con Forlì per l’incendio del Borgo Durbecco, ma anche tutti gli altri Comuni filo-imperiali che li minacciano. Si costituisce dunque un’alleanza che comprende Bologna, Dozza, Borgo Tossignano e Modigliana e si dà il via a una serie di saccheggi e devastazioni. A farne le spese per tutto il 1235 sono le campagne di Ravenna edi Forlì. Sono date alle fiamme le ville di Roncatello (oggi Roncadello), San Pietro in Trentula (San Pietro in Trento), Giovanni sopra il Fiume, Munamizola, Brandisona, Boario, Poggio, Barisano. Poi sul fiume Ronco sconfiggono delle truppe ravennati. O almeno così rivendicano le cronache faentine. Che raccontano anche di un tentato assedio alla stessa Forlì dove erano convenuti il Conte di Romagna che ora è Corrado d’Hollenstein, il suo vicario Giovanni di Worms e Buonconte di Montefeltro con i rappresentanti delle città di Ravenna, Rimini, Forlimpopoli e Bertinoro.

Orlando morente. Miniatura del XIII secolo (Tubinga, Biblioteca Universitaria)
Orlando morente. Miniatura del XIII secolo. Tubinga, Biblioteca Universitaria.Dopo un’altra pausa delle operazioni in Romagna perchè bisogna di nuovo aiutare Bologna contro Modena, Faenza ricomincia con le scorribande nel forlivese, vengono saccheggiate Forlimpopoli e la pianura di Ravenna fino a tre miglia dalla città. E ancora, nel settembre 1235 bruciano i castelli di Meldola e delle Caminate. Il 12 di ottobre è depredata tutta la campagna di Ravenna, dai alle fiamme i villaggi di Fiume Novo, Pradello, San Pietro in Vincoli e Longana. Le truppe faentine guidate dal Podestà Rubaconte da Mandello giungono di nuovo sotto le mura della città imperiale.
Il 1236 inizia con una nuova scorreria nel contado di Forlì, le scole di San Pietro e San Agostino vengono incendiate. Il 23 marzo un piccolo esercito di arcieri e balestrieri con baliste e macchine da assedio guidate da Rubaconte rinforzato da militi bolognesi, di Dozza e Modigliana assaltano il castello di Laureta. In aprile le truppe faentine distruggono i vigneti del Remondeto e di Vecchiazzano. Sulla via del ritorno vengono avvistati dalle truppe di Forlì, Ravenna, Forlimpopoli e Bertinoro guidate dal Conte Giovanni di Worms, vicario del Conte di Romagna, di ritorno da una scorribanda contro Cesena compiuta il 15 marzo nella quale “soffersero una tremenda sconfitta”, ma la battaglia non di accenďe. Però ormai la resa dei conti non è più rinviabile.
Lasciata Faenza custodita da truppe di Modigliana e di Dozza, la cavalleria faentina parte per una nuova scorreria nel ravennate e raggiunge il 7 maggio la Pianta di Burfagliaco e vi fissa l’accampamento; il giorno seguente raggiunge San Michele Arcangelo di Ravenna, il 9 sono ai Ponticelli di San Vitale, ove distruggono alcune case facendo molti prigionieri. Nella serata arrivano a Lanzimaco (oggi San Michele in Lancimaco) ove si accampano. Il 10 “si disposero a rimpatriare mandando innanzi le salmerie ricolme di ricchissimo bottino”. L’11 maggio i faentini raggiungono nuovamente la Pianta di Burfagliaco e smontano l’accampamento principale. Questa volta però a Godo c’è un esercito composto dalle milizie di Ravenna, Forlì, Forlimpopoli, Bertinoro, Meldola, Castelnuovo e Rimini, con le truppe del Conte di Romagna.

Stemmi di Rubaconte da Mandello
Alcuni carri faentini rimasti isolati vengono assaltati e depredati dalla cavalleria forlivese, che poi va a cercare lo scontro con il grosso dei nemici. Sotto le le insegne del Podestà Rubaconte da Mandello – tre leoni “illeopardati” e artigliati d’oro su fondo rosso – la cavalleria faentina respinge quella forlivese. Ma ecco che nella Pianta di Burfagliaco compare l’esercito ravennate appoggiato da cinquecento fanti riminesi muniti di “manarolas”.

In alto a sinistra, un cavaliere raffigurato in un capitello del Palazzo del Podestà di Rimini
“Ariminenses cum quingentis peditibus electis manarolas habentibus” scrive il cronista faentino, ma cosa fossero queste armi non è ben chiaro. Secondo Miro Gamberini, da cui stiamo traendo gran parte della narrazione “manarola = sarrepicche: picca fatta a mo’ di sarissa (ascia)” e quindi “sarebbe la prima volta che su un campo di battaglia fa la sua apparizione la lanzalonga tredici anni prima di venire usata dai bolognesi nel 1249 nella battaglia di Fossalta sul Panaro”. Se non che la “lanzalonga” era una picca lunga fra i 3 e 4,5 metri con punta a foglia, mentre la mannaja e suoimderivati, come il manarino e il manarrese, erano appunto asce a punta quadrata. Comunque l’arma, qualsiasi fosse, parve approntata proprio per fronteggiare la temuta cavalleria faentina, che infatti si trovò in non piccola difficoltà.
Eppure anche questa volta fu essa ad avere la meglio. Trecento i morti sul terreno, più altri ammazzati a sangue freddo fra feriti e prigionieri dai Faentini accecati dall’ira dopo aver scoperto le catene pronte per loro sui carri dei nemici. L’esercito guelfo si era però ritirato dopo il primo urto sfavorevole e si intavolarono le trattative. I Podestà di Forlì, Ravenna, Rimini (che doveva essere Gerardo Rangoni da Modena), il conte Malvicino da Bagnacavallo, Buonconte di Montefeltro, Paolo Traversari e l’Arcivescovo di Ravenna Teoderico offrorono la resa, ma non alle condizioni di Rubaconte, il quale pretendeva di condurre tutti quanti prigionieri a Faenza e che Ravenna si dichiarasse sua vassalla. Alla fine si accontenta del potere di nominare il podestà di Forlì, di un enorme bottino in armi vettovaglie e macchine da guerra e di ben 3.600 prigionieri, sempre secondo le cronache di Faenza; cifra che fa meraviglia perfino a esse dato che la città contava al massimo 10 mila abitanti: “…a pena furono sufficienti le case de’ particolari della Città per distribuire tanta moltitudine in custodia”. Dei 500 fanti riminesi e delle loro manarole non si fa più cenno.
A quel punto il Podestà guelfo di Faenza spadroneggia senza freni in tutta la Romagna. Le sue scorrerie continuano nei territori di Ravenna, Forlì e Forlimpopoli. Il prestigio di Rubaconte da Mandello è tale che nel 1237 è Firenze a volerlo come Podestà. E Faenza invia 500 dei suoi ormai rinomati cavalieri (ma fonti più attendibili dicono 50) in soccorso “a Mantoa et a Brescia in aiuto de’ Lombardi lor colleghi della Lega Lombarda a difesa di Milano” minacciata da Federico II che sta arrivando in forze.

L’imperatore Federico II di Svevia rientra in Cremona con il Carroccio di Milano catturato nella battaglia di Cortenuova
Ma da allora in poi la gloria faentina non risplende più. Il 27 e 28 novembre 1237 l’imperatore sbaraglia la Lega Lombarda e tutti i suoi alleati guelfi a Cortenuova. Una disfatta epocale che provoca il disfacimento della Lega stessa. Il 26 agosto 1240 l’esercito di Federico II giunge a cingere d’assedio Faenza, che dopo otto mesi, il 14 aprile 1241, si deve arredendere.
E Rubaconte? A Cortenuova i suoi figli Uberto e Ruffino sono caduti origionieri; riuscirà a ottenere la loro libertà solo dopo alcuni anni e dietro il pagamento di un riscatto. Ma la battaglia ha mutato gli equiibri perfino nella ultra-guelfa Firenze, che dal 1239 inizia a considerare opportuno andar d’accordo con il trionfante imperatore. Nonostante i meriti di aver fatto edificare un nuovo ponte nel luogo ove oggi sorge il Ponte alle Grazie (e per questo citato da Dante nel Purgatorio) e addirittura di aver fatto battere la prima moneta cittadina, il fiorino d’argento, del Podestà ora si ricordano le origini ghibelline – in definitiva il suo stemma è una filiazione di quello svevo – che invece di tornare utili alla svolta filo-imperiale agli occhi di Federico II può ben risultare fellonia. Addirittura il Vescovo Ardengo Trotti lo accusa di eresia. Nel giugno del 1238 quando gli scade il mandato viene costretto a lasciare la città a Gerhard di Arnstein, funzionario dell’imperatore. Dopo di che dell’orgoglioso condottiero non si hanno più notizie.

L’arme di Svevia