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13 ottobre 1786 – Condanna a morte per Masòn dla Blona e i suoi briganti

Musa, cantiam le memorande imprese
Di Rinaldin, dell’immortal Tremone,
ai quali Marte il cor d’ardire accese
di Rinaldo e d’Orlando al paragone.
E sempre invitti, e vincitor li rese
in ogni audace bellica tenzone,
onde la vil sbirraglia infame e sciocca
morde per rabbia ancor la lingua in bocca.

Sono i versi scritti da un frateMariano Minghetti, che Nevio Matteini ha riscoperto della Biblioteca Gambalunghiana di Rimini. Narrano le imprese di Masòn dla Blona, che Leandro Castellani nel suo libro “La ballata di un brigante” ha voluto ribattezzare “il Robin Hood di Montemaggiore“.

Il 13 ottobre 1786, a Ravenna, il Cardinal Legato Valenti-Gonzaga, condanna a morte Rinaldini Tommaso detto Masòn d’la Blona, Baldrati Giovanni da Castel Bolognese detto Tremone e Foschi Francesco da Cesenatico. Promulgatasi la sentenza e fatto venire da Mantova il carnefice, sono giustiziati per impiccagione il 21 di ottobre.

In ottemperanza alle disposizioni della sentenza, le teste di Masòn, di Tremone e del Franceschino, vengono trasportate a Cattolica, ai confini della legazione di Romagna. Sono esposte per ammonimento, «con ferrate e lapide», sul frontone della porta del paese, che da allora (sembra) assumerà il nome di “porta degli impiccati”.

E’ questa la fine di una delle bande di briganti fra le più famose dell’epoca, capace di imprese che saranno narrate per decenni.

Tommaso Rinaldini era originario di Montemaggiore al Metauro, fra Fano e Fossombrone. Masòn doveva il suo soprannome alla madre, Isabella, detta Isabellona, quindi in dialetto Blona. Era figlio illegittimo di un falegname, Michel Angelo Rinaldini. La prima traccia scritta delle sue gesta si hanno nel 1781 quando il Podestà di San Costanzo, quale giudice deputato di Pesaro, cita Masòn d’la Blona a rispondere «entro il termine di cinque giorni» per l’assassinio del tenente Trevisani, comandante una pattuglia di “birri” di campagna. Ma come si era giunti a quel delitto?

A quanto pare – come racconta Nevio Matteini in “Masôn dla Blona” (Ravenna 1984, ristampato da La Pieve nel 2008 con il titolo “Masôn dla blona. Il bandito amato e pianto dal popolo nella Romagna e nelle Marche del Settecento” a cura di A. M. e G. Matteini) Masòn era come tanti dedito al contrabbando di grano. Un’attività che il popolo non considerava affatto delittuosa. Al contrario, il contrabbandiere aiutava il contadino a spuntare guadagni più alti sfuggendo alle infinite dogane e gabelle, quelle sì odiatissime, che martoriavano il territorio e circondavano le città.

Ma un giorno del 1781, a Pesaro presso Porta Fano, un birro uccide un compagno di Masòn, che da quel momento matura un’avversione feroce contro ogni uomo dell’ordine. Perfino negli atti della sua condanna a morte si legge che il movente delle azioni del bandito non è tanto la cupidigia, ma «la causa di delinquere rimane sempre più avvalorata dall’odio intestino nutrito da simili persone contro li birri». Dunque un ribelle prima ancora che un ladro e un assassino.

E un ribelle «bello, aitante nella persona, dalla parola facile e convincente – scrive sempre Matteini – le sue gesta sempre generose anche se talora violente… ma dappertutto trovò il sostegno della gente che ne pianse la morte».

Montemaggiore al Metauro

Montemaggiore al Metauro

Dopo l’omicidio del tenente Trevisani, i birri vanno a cercare Masòn a Montemaggiore; ma lui e suoi compari li fanno addirittura prigionieri e poi se ne vanno consegnando le chiavi della cella ai paesani. E siccome è tempo di Carnevale il tutto assume anche il sapore di una beffa. Già il popolo applaude.

Nella banda di Masòn sono in 15. Si specializzano nelle estorsioni: compaiono nella piazza di un mercato, come per esempio a Morciano, e consegnano ai più benestanti una lettera: basta questo a convincerli a versare l’ammontare del “pizzo” scritto su quel foglio. Ma i birri restano ne loro mirino, come quando mettono praticamente sotto assedio il bargellato di Urbino (oggi diremmo il commissariato) a furia di archibugiate.

Non sempre va bene. Un compagno di Masòn, tal Fabbri di Coriano, viene catturato a Verucchio e decapitato. La banda scappa a San Marino; ormai il Legato ha mobilitato anche l’esercito e la Repubblica viene circondata. Però Masòn arriva lo stesso a Montebello e la fa sua. Sono gli ultimi giorni del 1785.

Montebello

Montebello

La banda resta a lungo nel castello, dove si è impadronita perfino dell’artiglieria; Masòn fa venire lì pure la moglie e suoi figli. E quando arrivano 300 soldati a prenderlo, dopo l’ennesima battaglia, lui scappa ancora, come se volasse. Prima di nuovo a San Marino, quindi riappare a Carpegna.

Qui irrompe con altri tre nel palazzo del cardinale, vi si installa e ne sequestra i proprietari. Quando arrivano i militari pontifici, i banditi si rifugiano nel sottotetto sparando all’impazzata. Per stanarli si dà fuoco a paglia e fascine. Altre sparatorie, vani tentativi di fuga dalle canne fumarie, poi calandosi dal tetto con una corda. Inutile, è finita.

Masòn tratta la resa: chiede di riabbracciare la moglie; di restare almeno altri tre giorni in Carpegna per riacquistare le forze; di non essere dileggiato né deriso dai soldati papalini; di non subire l’onta delle manette e delle catene. Se non va bene, allora preferisce ammazzarsi subito.

Quadro_Brigante_03

“Se vuoi ch’io ceda, gli rispose allora
l’invitto eroe, questi saranno i patti
se tu li accetti, e se mi giuri ancora,
che non sian violati, e non disfatti,
io l’armi deporrò senza dimora
e porrò fine a sanguinosi fatti,
ma se ricusi quanto ti propongo
a fuggire, o a morire, io mi dispongo”

Il Tenente Piccoli promette sul suo onore. I tre banditi cedono le armi nelle mani del loro capo, che a sua volta le consegna al militare. Sono le sette di sera del 21 maggio 1786.

Dopo quattro giorni Masòn è trasferito a Rimini, ma in catene, il volto coperto da un fazzoletto. Tutti accorrono a vederlo. Su di un muro compare una scritta che inneggia a colui “a nessuno secondo per umanità, intelligenza, eccellenza su altri”. La mattina del 9 giugno lo portano a Ravenna. Alla partenza tutta Rimini fa ala al suo passaggio. Masòn sorride alla folla. Che piange.

brigante

Un brigante italiano di metà Ottocento armato di trombone

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