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15 febbraio 1799 – Scandalo inaudito: Ballo Angelico e tutti nudi davanti al vescovo di Rimini

Ancora scosso dall’indignazione, nel 1895 il bibliotecario Carlo Tonini annota nel suo “Compendio della storia di Rimini” per l’anno 1799: “Seguì poi nella città nostra un eccesso di pubblica disonestà, e di empietà cosi grande, che non mai erasi veduto l’uguale”.

E cosa era successo? “Il giorno 15 febbraio celebravasi nella chiesa  di S. Nicolò di questo porto una religiosa funzione. Ora  trovandosi su quella piazzetta la ciurma di numerosi corsari scesi poco prima sulla riva, ed essendosi accoppiati ad essi molti cisalpini e patrioti, presero tutti  costoro a gozzovigliare frastornando la devozione de’ fedeli”.  Va ricordato che quando si parlava di “corsari”, non si trattava di veri e propri pirati. Erano marinai che razziavano sì i mari e le coste, ma per conto di uno Stato in guerra e da esso muniti di debita “patente”. Nel documento la loro attività  era minuziosamente regolata: contro quali bandiere poteva esercitata e quali no, per quanto tempo e come andava suddiviso il bottino. E se catturati dal nemic,o non venivano impiccati al pennone come volgari prati, ma trattati da prigionieri di guerra. Evidentemente qui si trattava di corsari al servizio della Francia, che da due anni aveva instaurato la Repubblica Cisalpina di cui Rimini faceva parte. E i “cisalpini” sono dunque le truppe italiane di quella Repubblica e i civili riminesi loro simpatizzanti.

Ma prosegue il Tonini: “Poi tutti insieme, non ostante la stagione per anche rigida, si spogliarono de’ loro abiti, e affatto ignudi si posero a danzare innanzi al tempio con una procacia da non credersi e con indicibile scandalo del  popolo promiscuo che entrava ed usciva”.

 

Danza pagana in una miniatura fiamminga del XV secolo

“Non erasi mai veduto l’eguale”, ma tutti sanno di cosa si tratta: “Per tal modo fu dato un pubblico saggio del celebre ballo angelico, che soleasi fare con femmine egualmente ignude. Ma non pare che coloro avessero seco alcuna femmina”. Il pio Carlo Tonini a distanza di un secolo fa calare un velo di dubbio su questo dettaglio non da poco, forse tentando di insinuarne  uno ai suoi occhi ancora più infamante: i “giacobini” tutto sommato ballavano nudi solo fra maschi. Ma, il notato riminese Angelo Zanotti, che dei fatti fu testone oculare, non lascia dubbi in proposito: “E i nostri settari l’avevano introdotto ne’ paesi e cominciato a praticare con femmine egualmente denudate. Può udirsi un eccesso di pubblica disonestà e di mal costume più empio e diabolico?”.

Il Ballo Angelico appare in tante storie dell’Italia rurale, sui monti della Romagna, in Casentino, Maremma, Garfagnana, Irpinia. La caratteristica principale della danza è che uomini e donne danzavano assieme completamente nudi. Insomma un rito orgiastico, certamente residui di credenze ancestrali ancora ben vive in pieno “secolo dei lumi”. Molti degli episodi ricordati dalle cronache sarebbero accaduti in periodo di Quaresima, quasi in sfregio della religione cristiana, caricandosi così di un significato politico anticlericale che non dev’essere stato estraneo a quanto accaduto in una Rimini in mano ai “giacobini”.

Ma Rimini è un’eccezione. Il Ballo Angelico non si vede mai nelle città, ma viene praticato in luoghi montani e isolati, spesso rinomati per la presenza di streghe e l’accadimento di fatti soprannaturali. Le date degli episodi storici effettivamente segnalati variano, ma rientrano tutte fra la fine dell’inverno e quella della primavera: così si addice a un rito di fertilità. Non si pratica per offendere la Chiesa, semplicemente perché esiste da moltissimo tempo prima.

Maiolo e San Leo prima delle frane che ne cambiarono l’aspetto (disegno di A.N. Bolognese)

Il caso più celebre di Ballo Angelico, con catastrofiche conseguenze, è quello di Maiolo. Nella notte fra il 28 e il 29 maggio 1700, dopo quaranta ore di piogge incessanti, «staccossi dal monte il terreno ove era posta questa nostra terra, e rovinò tutto sottosopra, restando solo quattro piccole case verso tramontana, restando sotto le rovine della medesima morti gran parte degli abitanti», come riporta una cronaca riminese del 1737. Fu allora che il monte di Maiolo assunse la forma attuale. Ma nelle leggende popolari questa sciagura si fuse con una precedente: nel 1644 un fulmine aveva colpito il deposito delle poveri della fortezza distruggendola in gran parte. Tante disgrazie divennero una sola e con la stessa spiegazione, evidentemente perché Maiolo aveva già una reputazione in merito: la distruzione del monte fu il castigo divino per il Ballo Angelico che vi si praticava, addirittura condotto, secondo alcuni, dal parroco in persona. 

I resti della rocca di Maioletto

Così ai giorni mostri riferisce il maiolese Don Eligio Gosti (1924-2011), Rettore della Basilica del Santo di San Marino: “Si narra che i majolesi, in dispregio al mese mariano si abbandonassero per tre sere consecutive ad uno scandaloso ballo angelico mentre sul monte infuriava un tremendo temporale. Sulla finestra del salone per tre volte si posò sinistra a stridere lugubri profezie una civetta. Inutile fu il suo avvertimento e la terza notte il paese rovinò travolgendo persone e cose nell’apocalittica tregenda. Pochissimi scamparono”.

Maia nel mosaico di una villa romana a Sousse, Tunisia

Coincidenza? Il nome di Maiolo (e forse del non distante Monte Maggio) deriva dalla Grande Madre preromana Maia, la dea che dà il nome sia al mese di maggio che al maiale. I romani le sacrificavano una scrofa, come per primo aveva fatto il dio Vulcano: Maia era la Terra con tutta la forza che possedeva, sia creatrice che distruttrice. Dea di vita e di morte, propiziava le nascite come accompagnava i defunti nell’ultimo viaggio. Una dea “vergine” (nel senso di non coniugata, quindi libera nei suoi rapporti) che disponeva pertanto della fertilità di ogni essere vivente. E alla quale, sotto qualsiasi nome fosse venerata, in tutta l’Europa e il vicino Oriente almeno fin dal neolitico si tributavano dedicati canti, balli, fuochi, fiori, cibi. E infiniti rituali d’amore. 

Vulcano e Maia (BartholomaeusSpranger, 1585 ca,)

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