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16 accusati nell’inchiesta Tecnopolo, Biagini: “A Rimini un sistema inquinato”

“Illeciti tecnico contabili – aumento costi dell’ opera – falsi collaudi preordinati alla frode“. Truffa, turbativa di gara, falso materiale in atto pubblico, falso ideologico, il tutto con diverse aggravanti: sono queste le ipotesi di reato su cui il prossimo 24 settembre il tribunale di Rimini si dovrà pronunciare, dopo sulla richiesta di rinvio a giudizio del giudice Benedetta Vitolo per 16 persone, tre delle quali dipendenti del Comune di Rimini: Massimo Totti, Pierpaolo Messina, Donata Bigazzi.

E’ l’inchiesta su Tecnopolo, partita nell’agosto 2015 dopo che l’allora assessore della prima giunta Gnassi Roberto Biagini aveva presentato un esposto al procuratore della Repubblica Giovagnoli. Tutto ruotava attorno alla figura di uno degli indagati, il modenese Mirco Ragazzi: un “facilitatore”, cioè un consulente di aziende private che tiene i rapporti con le pubbliche amministrazioni. Attività che può essere del tutto lecita e trasparente, ma che nel caso di Ragazzi aveva suscitato i sospetti di Marco Bellocchi, presidente C.A.R. Rimini (consorzio di artigiani edili): se lo era ritrovato come consulente, nominato dal suo predecessore Perazzini, ma oltre a revocargli gli incarichi aveva sentito il bisogno di segnalarlo all’assessore Biagini. Il quale, dopo alcune verifiche negli uffici comunali, ha passato tutto alla procura.

L’indagine, condotta dalla Guardia di Finanza, alla fine ha riempito 10 faldoni di documenti. Sono corredati da una messe di intercettazioni telefoniche e ambientali, pedinamenti e fotografie, talvolta estremamente imbarazzanti. Oltre alla vicenda del Tecnopolo, la struttura universitaria costruita con finanziamenti regionale, sono scaturiti altri filoni su cui si sta ancora investigando, come Acquarena e i lavori alla scuola “Valgimigli”; sono tre gli stralci, due dei quali inviato per competenza a Bologna e Pesaro.

Oggi Roberto Biagini ha reso pubblici gli atti – 830 pagine – a cui ha avuto accesso in quanto autore dell’esposto. Durante una conferenza stampa, ha ricordato che  “al centro dell’attenzione di quanto riportatomi dal Bellocchi vi erano i comportamenti attribuiti a Sergio Funelli, Capo Gabinetto del Sindaco, e a Mirco Ragazzi, allora consulente del C.A.R.  e di altre imprese; poi l’indagine della polizia giudiziariasi è spostata anche sui comportamenti di alcuni pubblici dipendenti comunali e provinciali”.

Biagini ha scelto di rendere pubblici gli atti “perché la città deve sapere cosa è successo negli uffici comunali e che mi auguro non succeda più”. Come si legge anche nel rapporto dei finanzieri, “un sistema inquinato”, dove certi soggetti avrebbero indebitamente influenzato il comportamenti di pubblici dipendenti. Alla fine, secondo la procura restavano danneggiati il Comune di Rimini,  la regione Emilia Romagna e la ditta A.R.C.O. Lavori.

“A me non interessa l’aspetto penale – ha sottolineato Biagini – anzi spero che siano tutti assolti. Quello che volevo far sapere è come funzionava una parte del sistema dei lavori e delle commesse pubbliche e del totale spregio con il quale alcuni dipendenti comunali e provinciali trattavano le istituzioni. Invece  dell’imparzialità, del buon andamento, della correttezza e della fedeltà alla pubblica amministrazione, si sono mostrati inclini nell’assecondare le volontà di coloro che poi sono risultati gli attori del sistema ‘fallato’ e, senza nessun ritegno in violazione del dovere di riservatezza, riportavano a persone terze notizie apprese nello svolgimento delle loro funzioni istituzionali”.

Non può mancare la valutazione sul mondo della politica: “Un atteggiamento omertoso – scandisce Biagini – con l’unica eccezione di Massimo Allegrini che nel suo ruolo di consigliere provinciale delegato ai LL.PP., aveva capito che qualcosa non quadrava negli atteggiamenti di alcuni funzionari provinciali, e ha fatto valere doverosamente la sua funzione pubblica. Io invece ero ‘lo sceriffo’ che ‘rompeva il cazzo su Acquarena’, come si legge testualmente nelle intercettazioni e che avrebbe dovuto essere “ inculato“ dal Mirco Ragazzi. Mi hanno dato del visionario o addirittura di quello che si voleva vendicare di non essere stato candidato dal Pd, quando tutto era ovviamente partito molto prima delle lezioni del 2016″.

Biagini ha anche ricordato la burrascosa riunione durante la quale la sua candidatura, avanzata dal Pd di Rimini allora guidato da Juri Magrini, cadde “per il veto di Andrea Gnassi, presente il segretario regionale Paolo Calvano”.

Infine, “Se ci saranno rinvii a giudizio, secondo me il Comune di Rimini ha il dovere di costituirsi parte civile in questa vicenda. Ma soprattutto la Giunta e la Provincia dovrebbe riflettere sull’affidabilità del personale coinvolto a vario titolo in questa vicenda”, conclude Biagini.

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