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19 marzo 1997 – Il delitto di vicolo Santa Chiara

“Se fosse un romanzo giallo, il caso di Massimiliano Iorio, Max per gli amici, sarebbe un racconto di Patricia Highsmith o un romanzo di Cornell Woolrich. Un noir in cui il destino è nascosto in agguato, pronto a balzare fuori e cambiare il corso di una vita, all’improvviso”. Così Carlo Lucarelli in Mistero in Blu nel racconto Max. Il «caso dei pesciolini rossi».

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A Rimini il 19 marzo 1997 Massimiliano Iorio, impiegato comunale di 38 anni, muore nella sua abitazione di vicolo Santa Chiara. Il suo corpo viene ritrovato la sera del giorno dopo. La scena che si presenta agli investigatori è terribile quanto sconcertante. Max non aveva mai fatto mistero di essere gay, ma mai in vita sua si era travestito da donna. Invece qualcuno lo aveva fatto ritrovare con indumenti femminili indossati evidentemente a forza, compreso un paio di scarpe con tacchi a spillo di tre  numeri più piccole.

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Max Iorio

Le indagini vanno avanti a stento. Max è un ragazzo tranquillo, conosciuto e ben voluto da tutti, senza un nemico al mondo. L’ampia cerchia di amici viene setacciata, ma non emerge nulla.

Passano due anni e un nuovo magistrato inizia a sospettare di ragazzo, fratello di un’amica di Max, uno che invece per i tacchi a spillo aveva una vera passione. Ma è un’altra pista morta: è vero, quella passione è un po’ eccessiva, ma nulla di più, niente che la ricolleghi al delitto.

Bisogna arrivare al 2011, quando il sostituto procuratore Paolo Gengarelli pensa di passare al vaglio i reperti con le nuove tecnologie del dna, che nel frattempo hanno fatto passi da gigante. Fra questi reperti ci sono delle gocce di sangue trovate sul mobiletto dello stereo, che è anche l’unico oggetto mancante dalla casa. E poi cinque sigarette che giacevano nel portacenere. C’erano anche tre bicchieri portati all’epoca alla Polizia Scientifica di Bologna, ma non c’è più modo di rintracciarli.

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Si prelevano dunque campioni di dna a nove persone, quelle che in un primo tempo erano state vagliate più a fondo. Ma il responso chiude ancora una volta tutte le porte: il dna non è di nessuno di loro. Si riesce ad appurare solo delle cinque sigarette, tre sono state fumate da Iorio, una da uno sconosciuto e la quinta da entrambi. L’assassino è proprio quello sconosciuto, perché suo è anche il dna della goccia di sangue.

Sembra che l’omicidio di Max debba finire fra quelli irrisolti. E invece il 23 gennaio del 2012 arriva il colpo di scena: l’assassino è Zoran Ahmetovic, bosniaco di 37 anni. È detenuto  per altri reati ed ha confessato.

Ma come si è arrivati a lui?  La Procura di Rimini aveva le perizie della polizia scientifica al Ris di Parma, dove ci si è resi conto che uno di quei profili genetici poteva essere attribuibile a nomadi della famiglia Ahmetovic, all’epoca dei fatti era presenti a Rimini. Andando per esclusione si è arrivati a Zoran.

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Zoran Ahmetovic

Quella sera lui e Max avevano avuto in incontro occasionale. Max lo aveva anche presentato al suo ex fidanzato come “Michele”. E Michele era uno dei tanti nomi usati dall’Ahmetovic. Questi racconta di una serata folle, con alcol e droga, alla fine della quale sarebbe stato colto da una sorta di raptus. Zoran aveva strangolato Max, infierito su di lui con sei coltellate, colpito con il vaso dei pesci rossi buttato all’aria la casa. Non voleva nemmeno rubare, si era portato via solo quello stereo, lasciando cadere una sua gocciolina di sangue sul mobiletto.

In apertura Foto Bove da “Il Resto del Carlino”

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