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2 ottobre 1859 – Rimini non è ancora dei Savoia ma il Comune innalza i loro stemmi

Scrive Carlo Tonini per l’anno 1859: «Sebbene non ancora formale fosse l’accettazione di  queste provincie per parte del Re Vittorio Emanuele, pure al principio d’ottobre (Domenica 2) si vollero innalzare  gli stemmi di Casa Savoia ai palazzi del Comune e del Governo: il che si fece alla presenza delle Autorità civili e militari con banda, tappeti alle finestre, luminaria, festa di ballo in teatro, e conferimento di dodici doti di scudi 10 l’una a povere zitelle. Volevasi il canto  dell’inno ambrosiano (il Te Deum) nella Cattedrale: ma il vescovo  Mons. Salvatore Leziroli con molta prudenza e con bel garbo se ne scusò, e non fu cantato, perché venne ordine da Forlì che non si dovessero usar violenze in verun modo. Fu bensì cantato alla Cattolica, a Saludecio e in altri luoghi della Diocesi, ove erano milizie del nuovo governo. E quando poi a’ 16 di detto mese si celebrò la solenne cerimonia della benedizione delle bandiere,  fu eretto un altare nel vasto prato dei conti Spina non lungi dal lido».

Vittorio Emanuele II

Vittorio Emanuele II

Nonostante la fretta di esibire i simboli del nuovo sovrano sabaudo, il percorso istituzionale da compiere è però ancora lungo. Un’auto-nominata assemblea aveva proclamato a Bologna la fine del potere temporale dei Papi e chiesto l’annessione al Regno sabaudo già il 5 settembre. Ma Vittorio Emanuele non poteva ancora accettare, non avendo ancora concluso le trattative con Napoleone III. L’imperatore pretendeva, come promessogli, Nizza e Savoia, mentre il Re Galantuomo non ne voleva più sapere, dopo che la Francia aveva concluso un armistizio separato con l’Austria. Come sappiamo, il Savoia dovette piegarsi a cedere la terra dei suoi avi e la patria di Garibaldi alla Francia. In cambio ebbe però il via libera, più o meno esplicito, ad annettersi non solo Lombardia, i Ducati emiliani e le Romagne, ma anche ToscanaMarche e Umbria, mentre i Borboni del Regno delle Due Sicilie venivano lasciati al loro destino, con l’Inghilterra che stava spianando la strada all’impresa dei Mille.

Fino al 1859 la satira piemontese vedeva in Napoleone III un freno al processo di unità nazionale. Qui la situazione è vista attraverso I promessi sposi, dove Don Abbondio è Cavour, Renzo è il Piemonte, Lucia è l'Italia e Don Rodrigo è Napoleone III

Fino al 1859 la satira piemontese vedeva in Napoleone III un freno al processo di unità nazionale. In questa vignetta la situazione è vista attraverso I promessi sposi, dove Don Abbondio è Cavour, Renzo è il Piemonte, Lucia è l’Italia e Don Rodrigo è Napoleone III

I plebisciti per l’annessione delle Romagne si sarebbero svolti solo nel marzo del 1860. Ma in quell’autunno dell’anno prima tutti quei fatti non erano ancora affatto scontati e si procedeva un passo alla volta: «Fra le prime disposizioni circa l’assetto statuale dei  paesi, che si venivano dando al Piemonte, fu quella di  creare un Regno dell’Italia centrale, e a tale effetto fu convocata un’assemblea di deputati in Bologna e in  Firenze. Andaronvi senza indugio partendosi di qua a’ 5 di novembre i deputati nostri Bilancioni e Salvoni»

Francobolli del governo provvisorio delle Romagne, 1859

Francobolli del governo provvisorio delle Romagne, 1859

«Reggente di questo nuovo regno fu proclamato dall’assemblea il principe Eugenio di Carignano (cugino del fu re Carlo Alberto): dopo di che fu mandato con titolo di Dittatore nella provincia dell’Emilia il celebre storico e diplomatico romagnuolo Luigi Carlo Farini. Al tempo stesso fu sostituito alle truppe qui stanziate il Reggimento di Modena».

Eugenio di Savoia Carignano

Eugenio di Savoia Carignano

Già, perché oltre il Ventena era ancora Stato della Chiesa e poteva anche darsi che l’esercito pontificio, forte allora di 20 mila uomini, tornasse a riprendersi le terre perdute. Rimini si trovava dunque in prima linea: «Per meglio assicurare la città contro possibili assalti per parte dei pontifici, fu deliberato di cingerla di salde fortificazioni, le quali cominciatesi oltre S. Gaudenzo all’imboccatura dell’antica via Flaminia, onde si dovette atterrare una gran parte delle bellissime piante del pubblico passeggio, furono condotte in giro fino alla strada di Verucchio, tagliandosi per conseguenza la via della Polverara. Il bel palazzo Sartoni (il “Casino della Sartona” che era stato costruito abbattendo la millenaria abbazia di San Gaudenzo; oggi vi sorge il Palaflaminio) fu ridotto quasi a fortilizio di difesa con feritoie alle mura che gli fanno ala: e il Convento de’ Cappuccini alla Colonnella fu fatto quartier militare».

Zuavo pontificio nel 1860

Zuavo pontificio nel 1860

Col senno di poi, tutte misure superflue. Ma che comunque si rivelarono utili per tutt’altro verso: «Nell’occasione degli scavamenti della terra per gli argini furono rinvenuti marmi antichi romani in gran numero, alcuni de’ quali con iscrizione, che accrebbero molto utilmente la raccolta delle antiche lapidi riminesi, come si può vedere nelle particolari  illustrazioni che se ne fecero e pubblicarono dal dottore Luigi Tonini».

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Il lapidario romano nel Museo della Città di Rimini

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