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23 aprile 1466 – Sigismondo fa testamento

Il 23 aprile 1466 – Sigismondo Pandolfo Malatesta fa testamento.

Ritornato malconcio dalla guerra di Morea, malato forse di malaria, Sigismondo ha 50 anni. Tanti, per la sua epoca. Ha perso quasi tutti i domini dei suoi avi, che si stendevano dalla Romagna al Tronto e oltre l’Appennino nella valle del Tevere. Il suo nemico, Papa Pio II, è morto l’anno prima ad Ancona, ma con il nuovo pontefice non è chiaro se il vento potrà davvero cambiare, nonostante Paolo II arrivi dall’amica Venezia. Ma quanto è davvero amica Venezia? E di questo nuovo papa ci sarà da fidarsi?

Di certo, Sigismondo non si fida del suo figlio maggiore, RobertoNel testamento del 23 aprile 1466 di lui non c’è traccia. E certamente non perché Roberto sia nato illegittimo da Vannetta de’ Toschi di Fano: lo stesso Sigismondo e i suoi fratelli erano nati fuori da matrimonio, ma la famiglia aveva sempre provveduto a sanare queste situazioni, frequentissime, qualora ve ne fosse bisogno.

Sigismondo non sente questo bisogno. Roberto è cresciuto in armi al suo fianco. È un combattente valoroso e un politico abile – anche più del padre, come saprà dimostrare – e a 26 anni si sente pronto per grandi cose. Anche troppo grandi. Che vanno in rotta di collisione soprattutto con Isotta.

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A Roberto, Sigismondo non lascia niente: nomina eredi universali Isotta e suo figlio Sallustio; «s’intende dei suoi beni privati – spiega Augusto Campana nella Treccani – ‘ché della signoria, o vicariato della Chiesa, non poteva disporre, sebbene sembri certo che anche questa era la sua intenzione».

Sigismondo esclude Roberto dalla linea di successione anche il 16 agosto dello stesso anno, quando al testamento del 23 aprile fa aggiungere un codicillo «per lasciare certi beni che aveva acquistato a Ragusa a favore degli altri due figli Lucrezia e Pandolfo, sostituendo loro, in caso che l’una o l’altro morissero senza eredi maschi, Isotta e Sallustio o l’uno di essi, e ad essi, in mancanza di eredi, la fabbrica della chiesa di S. Francesco: è l’ultimo pensiero di Sigismondo per il Tempio Malatestiano».

Sia testamento che codicillo erano stati rogati, significativamente, nella casa di Isotta in contrada San Tomaso.

«Sigismondo – prosegue Campana – morì il 14 giugno 1468. Isotta assunse il governo della città con Sallustio, ma consapevole delle difficoltà tentò un accordo con Roberto. Questi, che in quel momento reggeva Pontecorvo per il papa, accorse a Roma, mostrò a Paolo II la lettera di Isotta, lo persuase a mandarlo a Rimini per recuperare la città alla Chiesa, fingendo di accettare per sé la proposta fattagli dal papa di un’altra signoria. In realtà ingannò Isotta e il papa, l’anno seguente sconfisse clamorosamente l’esercito della Chiesa presso Rimini (30 agosto 1469), poco dopo si liberò di Sallustio facendolo uccidere in una imboscata e a poco a poco esautorò completamente la matrigna».

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«Isotta visse gli ultimi anni, prima e dopo la morte di Sigismondo, occupandosi con accortezza di affari patrimoniali, curando nobilmente gli interessi dei nipoti Atti, tra la cura della casa e opere di pietà e di beneficenza. Che i suoi costumi fossero irreprensibili, in un ambiente famigliare corrottissimo, risulta dalle deposizioni di testimoni contemporanei raccolte in un processo del 1513».

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«Il Clementini racconta, probabilmente da fonte contemporanea, che Roberto facesse uccidere anche Valerio per sospetto che egli e Isotta avessero avuto mano in certo intrigo per ridare la città alla Chiesa, e che seguisse di lì a poco anche la morte di Isotta “di febre lenta, aiutata da veleno” (II, p. 511); dell’attendibilità della sua fonte non siamo in grado di giudicare. Da altra parte sappiamo che Isotta morì il 9 luglio 1474 e fu sepolta “summa pompa” nella sua tomba in S. Francesco: l’estremo effimero onore forse copriva una realtà delittuosa e ad ogni modo conclude il tramonto oscuro e doloroso della donna ancor giovane, che vent’anni prima aveva conosciuto lo splendore di una straordinaria avventura».

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