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24 dicembre 1534 – Il papa approva il “cda” della Fiera di Rimini

Scrive Cesare Clementini che «l’anno mille cinquecento trentaquattro alli 24 di Decembre» il neo eletto papa Paolo III (Alessandro Farnese) concede alla città di Rimini di costituire il Collegio dei “Signori” (o “Consoli”) della Fiera.  I magistrati non dovevano solo vigilare sul corretto andamento dei traffici e il regolare pagamento delle tasse, ma anche sull’ordine pubblico, giudicando «le cause de’ Mercatanti, e d’ogni altra persona, che negocia, over habita dentro al luogo di detta fiera, civili e criminali, etiam con sangue, & alcune capitali, non però d’huomicidio, o di caso attroce».

Papa Paolo III ritratto da Tiziano nel 1543

Ma di qual fiera stiamo parlando? Non è l’unica, ma è la più importante fra quelle che si tengono a Rimini, che ha sua volta ha un ruolo di rilievo nel “circuito fieristico” di allora: la fiera di San Giuliano. Data e luogo? Sempre il Clementini: «Comincia la fiera e franchigia il giorno del protettor nostro Santo Antonio da Padova a tredici di giugno e dura fin a ventidue di luglio. Il luogo assegnato ad essa fiera era et è il borgo di San Giuliano e dentro la città la strada reale fin’al canto della Santissima Madonna del Giglio», ovvero lungo l’odierno Corso d’Augusto fino alla ancora esistente cappella accanto alla Questura.

In passato, però, la fiera non era ammessa in città, ovvero al di qua del Ponte, mentre sul lato opposto si prolungava per tutto il Borgo e fino al «turrionem Montis Crucis» che sorgeva alle Celle, cioè lungo tutto il “Borgo Nuovo” che verrà poi distrutto dalle guerre. 

Durante la Fiera di San Giuliano, sul Ponte venvano erette botteghe, baracche, banchi e ogni sorta di struttura precaria, i cui segni di ancoraggio si scorgono ancora sul monumento romano.

Come ha approfondito Maria Lucia De Nicolò (“Rimini Marinara. Istituzione società tradizione navale secoli XIII-XVIII”), a Rimini le fiere tradizionali erano due: quella appena citata di San Giuliano e quella di San Gaudenzo del 14 ottobre; ma la prima era molto più importante della seconda, che fra l’altro soffriva della concorrenza delle concomitanti fiere di Santarcangelo. Dopo disperati spostamenti di data, finirà per scomparire nella seconda metà del Cinquecento.

L’andamento delle fiere era minuziosamente regolato: chi poteva parteciparvi, cosa e quando poteva vendervi e, naturalmente, quale dazio avrebbe pagato. La riscossione dei dazi, in tempo di fiera come durante il resto dell’anno, era appaltata a privati; proprio i capitolati di quegli appalti si rivelano per noi altrettante miniere di informazioni.

«La documentazione più antica – scrive la De Nicolò – si riferisce ai Capitula datii conductarum civitatis Arimini, redatti nel 1462, durante la signoria di Sigismondo Pandolfo Malatesti, da cui si ricavano notizie sull’importazione, esportazione e transito delle “mercanzie che se aspectano al dacio de le conducte”. La normativa era rivolta a mercanti, bottegai, artigiani e qualunque persona residente nella città e borghi di Rimini, del contado, dei castelli di Montefiore, Gradara, Santarcangelo, Savignano, Macerata Feltria e del Montefeltro».

L’elenco delle merci sottoposte a dazio ci fa sapere cosa avremmo trovato in sui banchi di un mercato nella Rimini di allora. Si parla di «scardassi (“overo cardi de ogne rasone et gargiadura”); pedra da falze (la cote, pietra per affilare le lame); boccioli della seda non tracta; panni de razza d’ogni rasone grandi e picioli da lecto; bancali; tapidi; oro e argento lavorado e non lavorado; perle; pedre preziose».

Si parla poi del guado, la preziosa pianta utilizzata per tingere i tessuti, la cui esportazione veniva scoraggiata in ogni modo. Mentre erano incentivato con esenzioni fiscali l’arrivo dei materiali di cui la città era carente: Rimini aveva bisogno di pellame (ovvero «pilizoni, pelle crude e cuncie, curioni, baratteria de ogni rasone») di ferro, di legname e di «curame cunzo» che sarebbe il cuoio conciato.

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Ogni cosa e ogni suo movimento dovevano essere scrupolosamente annotati su appositi registri bollati dal Comune. E un mercante forestiero per poter vendere a Rimini doveva costituire una società («compagnia») con un collega della città, versando un’adeguata cauzione. Invece chiunque, riminese o no, volesse tenere un «fundigo» in città per il deposito delle merci, avrebbe dovuto «dare bona sicurtà de mille libre» (mille lire in garanzia) al vicario delle gabelle e giudice delle mercanzie.

Sigismondo agisce da “liberista” con l’evidente scopo di attirare a Rimini i mercanti più importanti e allo stesso tempo sostenere i dettaglianti e i locatori della piazza cittadina: esenta dalle gabelle tutti coloro che avessero voluto «condurre e far condurre per mare e per terra in Arimino tutte e ciascadune mercanzie spectante al dacio de le conducte», purché queste fossero state immagazzinate «in li fundighi rispondenti» e poi vendute «in grosso e non a menuto»

Una politica proseguita da Isotta, che libererà da ogni balzello tutte le merci giunte per mare, «excepto vino» perfino i mercanti delle terre del conte di Urbino e «de la ecclesia, overo del re Ferante de Ragona re de Napoli», cioè stati in guerra coi Malatesta, anzi rassicurandoli che non avrebbero patito sequestro, violenza o angheria di alcun genere.

Dai Capitoli del 1524 emergono poi le disposizioni verso gli Ebrei: durante la Fiera di San Giuliano «veniva loro prescritto di insediarsi in una determinata area: “di qua del rastello della porta di San Piero verso la città con robbe da strazaria e non da datio che vadano al panno a colore o ad altro datio”»; la porta di San Pietro manteneva il nome originario dell’abbazia poi intitolata a San Giuliano ed era stata fortificata da un torrione le cui tracce si intravedono ancora all’imboccatura del Ponte di Tiberio sul lato della città; quindi in pratica gli Ebrei non potevano mettere piede nel Borgo, mentre sui banchi potevano trattare solo tessuti di recupero.

L’ultima immagine di Porta San Pietro prima della sua demolizione avvenuta nell’Ottocento

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