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27 luglio 1849 – Stato d’assedio a Rimini, gli Austriaci dànno la caccia a Garibaldi

Il 4 luglio 1849 cade la Repubblica Romana. Chi non vuole arrendersi ai Francesi arrivati per ripristinare il trono di Papa Pio IX, segue Giuseppe Garibaldi nell’epica marcia attraverso gli Appennini; sono diretti a Venezia, dova ancora la risorta Repubblica di San Marco resiste agli Austriaci.

La fortezza di Marghera sotto il bombardamento austriaco

La fortezza di Marghera sotto il bombardamento austriaco

Anche Rimini è in subbuglio, a Roma ci erano andati in parecchi. E non tutti erano ritornati, come ricorda Carlo Tonini: «Non tardò quindi a venire l’annunzio della caduta di Roma in mano ai francesi, e della capitolazione d’Ancona cogli Austriaci; onorevoli ambendue pei difensori: e quindi ben presto si videro ritornare (da Roma) i deputali Ferrari e Serpieri. Dei riminesi, che si trovarono in quei famosi combattenti, incontrarono la morte Remigio Buffoni, Gio: Battista Bonini, Camillo Macina, Daniele Raffaelli, Ercole Ugolini».

Garibaldi sguscia agli Austriaci fra i monti di Lazio, Umbria, Toscana e Marche. I reduci di Roma erano partiti in 4.700, poi Garibaldi li aveva divisi anche per confondere gli inseguitori.

L’afflusso di altri volontari non colma le diserzioni, ormai le camicie rosse non solo più di 1.500. E c’è anche Anita, incinta. La popolazione li sostiene costantemente. Ma la morsa degli Austriaci si stringe: in un primo tempo erano caduti nei tranelli di Garibaldi, abboccando ai depistaggi che lo dicevano diretto in Abruzzo, ma ormai è chiaro che intende pazzamente arrivare fino a Venezia cercando un imbarco in Romagna.

Garibaldi ritratto da Gaetano Gallino (1848)

Garibaldi ritratto da Gaetano Gallino (1848)

«Verso la sera del 27 di luglio giunse a Rimini una loro colonna (austriaca) di mille uomini con due cannoni, ed occuparono tutte le porte della città. Era corsa la voce che il Garibaldi tentasse di calare a questo porto. Ma poi saputosi che egli era passato nel territorio d’Urbino, gli Austriaci partirono alla volta della Cattolica. Li conduceva il generale de Baine, il quale fece pubblicare un editto in data del 29, onde ordinavasi che entro 48 ore fossero portate dai cittadini tutte le armi non ancora consegnate, con minaccia di perquisizione alle case, e pena di morte a chi fosse trovato possederne. Fu ben tosto ubbidito. E nello stesso tempo venne pubblicato avviso, che la città era messa in istato d’assedio a motivo del generale Garibaldi».

Ma Garibaldi beffa gli Austriaci ancora una volta. Venendo da Arezzo il 30 luglio riesce a raggiungere Montecopiolo. Con lui, ormai, solo poche centinaia di stremati volontari.

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«E il generale Garibaldi, incalzato da tutte le parti, la notte del 31 era entrato già nello stato della vicina Repubblica di S. Marino. Laonde gli Austriaci, sempre sulle sue pèste, si accamparono verso il colle di Vergiano ed in altri luoghi circonvicini; e nello stesso di venne a Rimini il Bonelli segretario della Repubblica di S. Marino per trattare col generale austriaco De Halne di una convenzione sul modo di consegnare la banda Garibaldina colassù riparatasi: non il Generale, perchè egli avea già delusi prodigiosamente gli Austriaci trafugandosi per mezzo ad essi, non ostante che da tutte parti lo circondassero e gli serrassero i passi, mentre l’Arciduca Ernesto con 2500 uomini lo spiava dalla Toscana: altro corpo gli era ai fianchi da Pesaro e da  Montemaggio forte di 4500 ; altro di 2000 lo premeva da Montescudo: altro da Sogliano; e altro di 3000 da Rimini, e quest’ultimo entrò nel territorio della Repubblica, chiamatovi dai Sammarinesi».

La minuscola San Marino, incredibilmente, ha concesso asilo a Garibaldi e i suoi ricercati dall’Imperatore e dal Papa. Si intavola anche una trattativa che coinvolge gli Stati Uniti: se gli americani accoglieranno il Generale, gli Austriaci lo lasceranno passare. Gli Usa ci stanno, ma Garibaldi no; non si fida e comunque ha in testa un altro piano. E scioglie i suoi uomini da ogni obbligo.

«Ma il Garibaldi con 150 de’ suoi, e con la sua donna (animo più che virile) e col P. Ugo Bassi passando per Roncofreddo, le Feloniche e Musano, pervenne sano e salvo al Cesenatico, ove con meraviglia di tutti s’imbarcò. Raccontavasi allora che non avendo le tartane, su cui montò, fondo bastante per salpare, egli stesso il Garibaldi, lavorando nell’acqua disperatamente con certi ordigni, le trasse tanto da poterle sollevare e cosi far vela. Raccontavasi ancora, che essendo per venir sopraggiunto da quattro compagnie di Austriaci, mandasse loro incontro uno de’ suoi vestito da prete per persuaderli a dar volta, facendo creder loro essere il Garibaldi passato a Cesena; che gli Austriaci credettero; e che quando poscia scoperto l’inganno ritornarono, lo seppero già svignato. Comunque però si fossero queste cose, (e noi non le riferiamo per altro che per far conoscere le voci, che andavano allora intorno fra noi) il fatto si è, che il Garibaldi campò interamente da quel pericolo».

Il tenente-feldmaresciallo barone Kostantin D'Aspre

Il tenente-feldmaresciallo barone Kostantin D’Aspre, comandante degli Austriaci che dànno la caccia a Garibaldi

«E intanto gli Austriaci che da Rimini erano andati a Serravalle, il primo d’agosto, dopo alcune archibugiate, ottennero che i Garibaldini, abbandonati dal loro capo, deponessero le armi: onde verso sera tornarono a Rimini conducendo da sette in ottocento di coloro disarmati e malconci anche dalla fame. Recavano pure un cannone tolto ad essi. I prigionieri furono alloggiati nel palazzo Gambalunga. Il 3 partirono da Rimini tutti gli Austriaci, che aveano data la caccia al Garibaldi, tranne una compagnia di ottanta uomini, avendo seco i detti prigionieri per condurli, come dicevasi, a Mantova. Partirono poi anche gli 80 austriaci rimasti, venendo richiamati per essere spediti verso Ravenna ad unirsi con quelli che di nuovo doveano inseguire il Garibaldi, il quale, come è noto, avea dovuto riprender terra a Magnavacca perché in mare lo aveano sorpreso alcuni legni Austriaci, e aveano fatti prigionieri varii de’ suoi, e segnatamente il Livraghi ed Ugo Bassi».

L’addio ad Anita

Poi si viene a sapere che gli Austriaci «aveano attorniato il bosco di Ravenna e trovato l’equipaggia dello stesso Garibaldi e della moglie, ma che egli si era di nuovo salvato, gittandosi in acqua e camminando lungo il lido. E salvata pur si era la moglie: ma poi si seppe, che la povera Anita per la fatica sofferta e per essere incinta, morì di sfinimento in tugurio villereccio. E strinse in pari tempo il cuore di molti la notizia, che giunse ben presto, della fucilazione di Ugo Bassi seguita in Bologna».

Ugo Bassi e Giovanni Livraghi condotti alla fucilazione

Ugo Bassi e Giovanni Livraghi condotti alla fucilazione

Con Padre Ugo Bassi, cappellano delle legione garibaldina, viene fucilato anche Giovanni Livraghi. Tragico anche il destino del gruppo di Angelo Brunetti, il celebre Ciceruacchio. Costretto a prendere terra presso Porto Tolle, denunciato dei paesani, viene catturato e fucilato a mezzanotte del 10 agosto; insieme a lui vengono uccisi il figlio tredicenne Lorenzo, l’altro figlio Luigi, il prete Stefano Ramorino, Lorenzo Parodi di Genova, Francesco Laudadio di Narni, Paolo Baccigalupi e Gaetano Fraternali di Roma. Prima e altrove erano stati presi e subito passati per le armi il capitano comacchiese Basilio Bellotti con altri cinque. 

Angelo Brunetti detto Ciceruacchio

Angelo Brunetti detto Ciceruacchio

I giornali già scrivono che Garibaldi è a Venezia e che c’è perfino Anita. Invece Venezia resta un miraggio e si arrende il 22 agosto. Il Generale invece compare dove nessuno se lo aspetta, a Forlì. Da qui passa in Toscana e poi a Porto Venere, nel Regno Sabaudo di cui è suddito. Arrestato, rilasciato ma esiliato dopo un dibattito parlamentare, si imbarca per Tunisi, viene rifiutato, vaga fra La Maddalena, Tangeri, Gibilterra, arriva a Liverpool. Il 30 giugno 1850 sale sulla nave Waterloo che lo porta a New York. Ma più si allontana dall’Italia, più la sua leggenda cresce di giorno in giorno.

Monumento a Garibaldi in Washington Square, New York City

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