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27 settembre 1228 – I nobili del Montefeltro giurano fedeltà a Rimini e ne divengono cittadini

Secondo Cesare Clementini accadde il 27 settembre. Ma per Luigi Tonini, poi seguito dagli storici moderni la data è da correggere al 28 settembre 1228. Sia come sia, quel giorno, davanti al Consiglio del Comune di Rimini si presentarono Buonconte da Montefeltro, in rappresentanza anche del fratello Taddeo, e Rainerio di Carpegna, per giurare la cittadinanza riminese nella mani del podestà Guglielmo Amati. 

patto

Il “cittadinatico” era un patto frequente in questo periodo del medio evo. In sostanza si trattava di un’alleanza militare alla pari, piuttosto che di una sottomissione. Firmando il patto, il Comune riconosceva come i suoi cittadini (e di riguardo: boni homines) personaggi che non erano nati fra le sue mura e si impegnava a difenderli insieme ai loro beni. L’alleanza implicava anche quella con i rispettivi “amici” e quindi l’obbligo di non aggredirli; come per i rispettivi nemici c’era l’impegno a combatterli. In cambio, i nuovi cittadini avrebbero fatto lo stesso con il Comune. I Conti di Carpegna e di Montefeltro venivano esentati da tasse, dazi e collette riminesi e non erano obbligati ad abitare in città, se non in tempo di guerra e se richiesti dal Consiglio.

Spesso queste alleanze erano mirate contro un avversario comune, che in questo caso era Urbino. E potevano avere delle clausole e delle limitazioni: per esempio, i Conti del Montefeltro e quello di Carpegna eccepiscono che il patto non vale per Sansepolcro e “la Massa” (Trabaria) contro i quali, certamente per via di altri precedenti trattati, non avrebbero preso le armi anche se Rimini lo avesse fatto.

"Frammento con un re che dà ordini a un guerriero" (XII sec.) , Museo della Città di Rimini

“Frammento con un imperatore che dà ordini a un guerriero” (XII sec.) , Museo della Città di Rimini

Sia il Comune di Rimini che i Conti di Carpegna e di Montefeltro in quel momento militano nel campo ghibellino e il patto viene giurato sui Vangeli alla presenza del notaio imperiale Ottonello “in nome e ad onore dell’Imperatore”. Che è Federico II di Svevia, proprio quell’anno partito per la Crociata per togliersi di dosso la scomunica. Impresa che lo “Stupor mundi” condurrà a modo suo, ottenendo la restituzione di Gerusalemme ma garantendo ai musulmani l’accesso ai luoghi santi e spazi in cui pregare; quel che è peggio, tutto ciò senza il minimo scontro armato, ma solo mediante la trattativa diplomatica.

Federico II incontra il sultano al-Kamil durante la sua crociata

Federico II incontra il sultano al-Kamil durante la sua crociata

Il documento riminese del 1228 è minuziosissimo sui doveri e i diritti di ciascun contraente, rivelandosi per noi un’autentica miniera di notizie. Come l’elenco, interminabile, dei castelli che i Conti in quel momento possedevano: appaiono così Carpegna, Scavolino, Perticara, Miratoio, “Roma” (Monte Romano, presso Sestino), Fiorentino, Monte Copiolo, la Faggiola di Casteldelci, Monte Cerignone, Torricella, Gattara, Armano (Monte Rotto, presso Villagrande), Soanne, Pietrarubbia, Ranco Vecchio, S. Arduino, S. Agata, Maiano e tanti altri.

Pietrarubbia

Pietrarubbia

Ma la pergamena è preziosa per un altro motivo. E’ l’argomento già proposto dal Clementini agli albori XVII secolo, «che anticamente queste due famiglie fossero una sola, finché nella divisione fatta da tre Fratelli, essendo a uno toccato Monte Copiolo, s’intitolasse da detto luogo, il cui Figliuolo hauendo con altre guirittitioni, aggiunto allo stato paterno, la Città Ferretrana, ò Montefeltrana (detta S. Leo), capo della Prouincia, come anco poi i Discendenti, fu chiamato Conte di Montefeltro». Infatti l’elenco dei castelli non contiene distinzioni fra quelli di Buonconte, di Taddeo o di Rainiero, come se appartenessero ad un unico, grande patrimonio famigliare.

L'immagine di un cavaliere in un capitello del Palazzo del Podestà di Rimini

L’immagine di un cavaliere in un capitello del Palazzo del Podestà di Rimini

E non solo dai Carpegna sarebbero derivati i Montefeltro. Secondo l’ipotesi condivisa anche dall’ultimo discendente della dinastia carpinea, nonché illustre medievalistaTommaso di Carpegna Gabrielli Falconieri, dai signori della Pieve di Carpegna sarebbero discesi anche i Malatesta e i Faggiolani di Uguccione.

E davvero impressionante, in effetti è la somiglianza fra gli stemmi araldici di queste famiglie, in cui si ritrova sempre il motivo della banda trasversale, poi declinato in diverse combinazioni di colori, come accadeva normalmente per i vari rami di un medesimo ceppo.

Da sinistra: gli stemmi di Carpegna, Montefeltro, Malatesta, Della Faggiola

Da sinistra: gli stemmi di Carpegna, Montefeltro, Malatesta, Della Faggiola

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