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19 agosto 1672 – Pescatori riminesi attaccati dai pirati turchi accusano quelli di Chioggia

In pieno XVIII secolo gli assalti di pirati e corsari in Adriatico sono all’ordine del giorno. Chi si mette in mare anche a poca distanza dalla costa deve mettere in conto brutti incontri, che nel migliore dei casi si risolvono con la perdita di ogni avere e nel peggiore con l’essere venduti come schiavi o addirittura la morte, gettati in mare senza riguardi. Ma nell’agosto 1672 accade un episodio sconcertante. Lo ricostruisce, sui documenti dell’epoca, Maria Lucia De Nicolò (“Paure e pericoli nelle acque costiere tra Marche e Romagna nei secoli XV-XVII”, in “Pirati e corsari in Adriatico”, a cura di Sergio Anselmi, 1998). Si tratta di un assalto di corsari a una flottiglia di Riminesi e Chioggiotti che stanno pescando assieme nell’agosto di quell’anno.

Un Tartanone dell’Adriatico (da www.cherini.eu)

Scrive la studiosa cattolichina: «Dal testimoniale di un tartanante rilasciato al podestà di Chioggia, si ricavano molti particolari sull’accaduto. Alla distanza di 20 miglia al largo “pescano qua e là barche di Rimino e di Chioza”, facilmente riconoscibili dai simboli e dai colori delle vele – “tutte si conoscono dalla diversità delle vele” – precisa il testimone – quando “lasciate star le chiozote si voltarono i turchi verso un tartanone in cui erano tre pescatori di Rimini”».

«Si rivelano vani i tentativi per catturare i pescatori riminesi che, nel frattempo, si erano posti in salvo salendo a bordo di una marciliana armata»

Pandora o Marciliana minore (da www.cherini.eu)

Di lì a poco questo scampato pericolo viene letto a Rimini alla luce dell’ennesimo assalto di corsari alla costa. A circa tre miglia dalla città, tre legni sbarcano un centinaio di uomini che si dànno a saccheggiare un villaggio non meglio specificato, «uccidendo tre uomini e catturandone dieci». Al che, «giunta la notizia in città e dato l’allarme con il suono di trombe e tamburi, gente armata si lancia in soccorso dei popolani aggrediti, mettendo in fuga i predoni che riescono a salpare con le imbarcazioni già cariche di bottino».

I Riminesi fanno “una botta di conti”: prima i corsari ignorano i pescatori di Chioggia per assalire proprio loro, poi arrivano spavaldamente fin sulla porta di casa. Non occorre altro: «In una piazza di Rimini “un prete esagitato” si era lasciato andare in pesanti accuse contro i veneti, accusandoli apertamente di collusione con i musulmani». Accusa tanto più grave, in quanto a Rimini è presente una numerosissima comunità originaria proprio di Chioggia, che costituisce anzi la maggior parte della marineria locale. Dunque i “chiozoti” sarebbero stati due volte traditori: sia contro Rimini che verso i loro stessi concittadini che qui avevano messo radici.

Chioggia

L’accusa non è nuova e negli stati della Chiesa addirittura una costante. I Papi avevano sempre deplorato la politica della Serenissima, volta per lo più a mantenere la pace con gli Ottomani per non danneggiare i suoi lucrosi traffici con l’Oriente, invece di perseguire la guerra senza quartiere contro gli infedeli che ci si sarebbe aspettati in Vaticano. Nonostante i tantissimi e spesso gravi conflitti che scoppiavano a intermittenza, i Dogi mantenevano un “Bailo”, cioè un ambasciatore plenipotenziario, fisso a Costantinopoli perfino durante i periodi di guerra, mentre i Turchi avevano il loro florido fondaco a Venezia; cose semplicemente inconcepibili, ad esempio, in Spagna e nei suoi domini.

Fatto sta che il sospetto di collusione diventa certezza e trova terreno fertile lungo tutta la costa. E prima di tutto a Pesaro«il cui porto era abitualmente frequentato da pescatori veneziani e dove, anche sotto costa, era facile incrociare barche di Chioggia impegnate nella pesca».  Quelle vele le marinerie romagnole e marchigiane non vogliono più vederle. E a Roma pare si dia loro ascolto: con grandissima agitazione dei veneti, si viene a sapere che «lo Stato Ecclesiastico avrebbe bandito “dalle pesche questi di Chiozza a causa del loro asserito commercio con i corsari turchi”».

Bragozzo veneto al Museo della Marineria di Cesenatico

In attesa del bando, i cittadini rivieraschi fanno da sé. Pur non avendo nessuna certezza su quanto era accaduto ai “tartananti” riminesi, né sulla successiva razzia piratesca sulla costa, «quindici giorni dopo l’increscioso episodio “dalle marine di Pesaro” e da Cattolica erano state sparate contro i chioggiotti numerose “archibugiate”, nonostante i pescatori cercassero di segnalare chi fossero gridando “amici, amici, veneziani!”. Da terra d’altro canto si replicava: “turchi nuovi!”, senza lesinare insolenze di ogni tipo, del resto scontate in simili casi».

Ci vorrà tutta la consumata abilità della diplomazia veneta per ripianare l’incidente. Ma ciò nonostante la presenza di pescatori con la bandiera di San Marco sarà sempre meno tollerata, anche se per ben altri motivi. La pesca è ormai un’attività fiorente e ci si chiede perché mai debba essere lasciata in mano alla sola Venezia, peraltro niente affatto di manica larga verso i propri sudditi. Molto meglio accogliere ancora più poveri emigranti “chiozoti” che da sempre arrivano nei porti pontifici, dove saranno accolti a braccia aperte.

(nell’immagine di apertura, ex voto raffigurante l’assalto di una imbarcazione da carico da parte di una galea di barbareschi, da www.stilearte.it).

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