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3 settembre 1557 – La fiumana del Marecchia sommerge Rimini

Il 1557 sarà ricordato per molto tempo a Rimini come “l’anno dei Francesi”. Un anno particolarmente disgraziato, che in marzo aveva visto arrivare alle porte della città, appunto, 20 mila soldati d’oltralpe. Il quale esercito, «per quanto riferiscòno concordi il Rigazzi e il Clementini – scrive Carlo Tonini – si portò con non tollerabile insolenza, e cagionò travagli e danni inestimabili».

Basterà dire che i Francesi tentarono più volte di entrare a forza in città. Respinti, «essi si diedero a depredare il territorio con atterramento di viti, di alberi e di edifici, non perdonando pure alle Chiese, fra le quali le più danneggiate furono quelle di S. Mustiola, di Castellabate e di S. Giustina».

Finalmente, dopo 22 lunghissimi giorni e anche grazie «all’ajuto dei ravennati, sempre benevoli ai riminesi», si poterono condurre le cose a buon termine. «Il campo cominciò a levarsi a’ 23 marzo». Ma non fu semplice, perché una leggera pioggia bastò a far cambiare idea ai Francesi, che pretendevano di fermarsi ancora e minacciavano di aprire le porte della città a cannonate. Ci volle la “diplomazia” di Scipione Tingoli per sventare la minaccia: rispose che a far da scudo alle porte e alle mura sarebbero stati messi «i Guasconi ammalati rimasti nella città»,

Ma l’annataccia era solo agli inizi. Sul raccolto che si prometteva molto abbondante, «cadde nel maggio una si orribile grandine, che il minor pezzo, come il Clementini dice, era maggiore d’ogni grosso uovo; onde il territorio restò per guisa desolato e deserto che i seminati non resero il vitto di quattro mesi».

I quali stavano per passare, quando il 3 settembre «sopravenne una nuova inondazione del fiume Marecchia, la quale per Io spazio di tre miglia d’ogni intorno allagò la campagna con la totale mina delle uve, e sommerse i borghi di Giuliano e di S. Nicolò con atterramento di case, con dispersione di suppellettili, con morte di alcune persone e con naufragio di navili. Sì che l’anno, chiamato qui de’ Francesi, visse lungo tempo con orrore nella memoria dei padri nostri».

I motivi di paura continuavano a moltiplicarsi: «Nè mancarono i timori pel contagio, che infieriva a Venezia, ma che fu tenuto lontano mercè le cure specialmente del Rigazzi medico primario della città, come ne fa fede con giusta compiacenza egli stesso nel breve suo Commentario intorno a tutti questi luttuosi avvenimenti: i quali fu pur creduto essere stati già prima predetti da varii prodigi, non che dall’apparizione di una grande cometa».

I Riminesi convivevano da sempre con le disastrose “fiumane” del Marecchia, durante le quali spesso e volentieri il fiume faceva tutt’uno con l’Ausa trasformando la città in un’isola. Ma quello del 1557 dev’essere stato un alluvione davvero eccezionale, se dopo secoli ancora veniva portato a termine di paragone e sempre sopravanzando gli altri.

Il Marecchia in piena in una vecchia fotografia

Il Marecchia in piena in una vecchia fotografia

Così nel 1727, sempre in settembre, quando la “fiumana” del Marecchia «allagò tutta la parte bassa della città, sorpassando di un palmo il livello di quella già da noi descritta nel 1525».

Quando cioè, in luglio, era piovuto tanto «che le acque, al dire del  Clementini, entravano per tutte le porte della città». Invece nel 1727 «le acque salirono fino alla metà degli altari della Chiesa di S. Cataldo, o S. Domenico, e fra Ausa e la Marecchia verso il mare sorpassarono le cime degli alberi più elevati. Soverchio è dire che furono anche allora inondati i borghi di S. Nicolò e di S. Giuliano. Per quel diluvio caddero i moli del porto recentemente costrutti, e quel solo danno fu calcolato 15 mila scudi».

Ancora negli anni ’70 del secolo scorso, in Via Ducale si potevano ancora vedere vecchie abitazioni con rugginose porte di ferro. Così, finché non fu scavato il Deviatore Marecchia, dovevano ripararsi gli abitanti della Castellaccia, i primissimi ad andarci di mezzo quando il fiume era di cattivo umore.

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