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30 settembre 1557 – Il pesce di Rimini spiegato al grande Ulisse Aldrovandi

Ulisse Aldrovandi (Bologna, 11 settembre 1522 – Bologna, 4 maggio 1605) è stato uno dei primi e più grandi naturalisti della storia moderna; fra i suoi meriti, anche quello di aver realizzato uno dei primi musei di storia naturale, nonché il primo Orto botanico felsineo. Uno studioso delle diversità del mondo vivente per la prima volta guardate con un metodo scientifico, osservando la natura “juxta propria principia”, senza condizionamenti metafisici o religiosi.

Nella seconda metà del Cinquecento, il bolognese si impose come una delle maggiori figure della scienza europea, nonché guida e riferimento per tutti i naturalisti. Fu anche giurista, filosofo e matematico . Ma anche lui, ben prima di Galileo, dovette subire un processo per eresia, che lo costrinse anche ad una pubblica abiura in San Petronio, il 1º settembre 1549. Fu poi prosciolto dal nuovo papa, Giulio III. Ma mentre a Roma attendeva il processo d’appello, aveva approfittato del forzato soggiorno per divenire uno dei massimi esperti di statuaria romana antica.

Ulisse Aldrovandi

Ulisse Aldrovandi

Per condurre le sue ricerche, che spaziavano dalla biologia alla geologia (termine che fu lui stesso a coniare), dalla botanica all’entomologia, Aldrovandi manteneva una fitta corrispondenza con chi condivideva le medesime passioni e lo stesso rigore.

Anche a Rimini, che peraltro visitò più volte di persona, c’erano suoi corrispondenti, che inviavano minuziosi rapporti sulle loro osservazioni. Fra essi, il medico Costanzo Felici, nativo di Piobbico, che aveva sviluppato un’autentica passione per le creature del mare.

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E non era l’unico: con i precetti della Controriforma, che obbligavano ogni buon cattolico a “mangiare di magro” per circa un terzo dell’anno, a metà Cinquecento l’alimento ittico aveva conosciuto finalmente il suo riscatto, dopo un millennio durante il quale era stato denigrato ed evitato. Se infatti gli antichi romani andavano pazzi per il pesce e per tutti i frutti di mare, durante il medio evo la medicina aveva sviluppato sospetti nei loro confronti, giudicando che contenessero “umori freddi” e dunque nocivi per la salute umana e comunque poco nutrienti. E anche per questo mangiare pesce era considerata una penitenza, poiché si riteneva che il nostro organismo avesse bisogno di ben altro per sostentarsi.

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Il Concilio di Trento (1545-63) fissò rigorosamente i giorni di “magro”. Il che, fra l’altro, comportò il primo boom dell’industria ittica, con il pescosissimo Adriatico che si rivelò una miniera d’oro per le località costiere. Di Rimini erano rinomate soprattutto le sogliole, che grazie ad una catena di corrieri e ghiacciaie raggiungevano le più nobili tavole di Roma e Firenze in meno di 24 ore.

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Ma nel frattempo la nascente scienza moderna era affascinata da un mondo totalmente sconosciuto, fin qui narrato solo attraverso leggende di creature mirabolanti e mostri marini. Da parte loro, i Riminesi sembrano aver partecipato in pieno a  tutto questo rinnovato entusiasmo, sempre che al loro pesce avessero mai rinunciato.

Per esempio il dottor Felici raccomanda ad Aldrovandi l’opera di un suo collega, dottore in utroque, “filosopho e medico”: Malatesta Fiordano, che ai pesci riminesi aveva dedicato addirittura un poemetto:

«Gli è qui un galanthomo buonissimo poeta, messo e collocato nel numero de’ buoni poeti, che ha composto un trattatello de pesci in ottava rima, opera certo molto vaga, se ben piccola, dove racconta tutti li nomi suoi distinti per le sue classe e per il suo genere, retrovando per delinearlo meglio qualche sua notabile proprietà».

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«Le creature marine – scrive M.L. De Nicolò in “Rimini marinara” – spogliate di quell’aura di negatività di cui le aveva connotate la medicina medievale, diventano oggetto di un interesse nuovo, anche se per alcune specie non ancora perfettamente identificate persistono le convinzioni di carattere leggendario e superstizioso della cultura popolare, come nel caso dei mostri marini».

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Costanzo Felici da tempo tiene infornato Aldrovandi sulle creature presenti nel mare di Rimini. Ecco un suo primo elenco di 12 specie:

  • Il primo si chiama agusella, che tanto significa quanto aco, che penso sia l’acus scritto dagl’autori. Si chiama ancora d’alcuno strenghe, per essere longhi a quella similitudine.
  • Il 2° si chiama pesce corvo o corbello; ve n’è assai grande, è bon pesce da magnare. Se sia il corvo degli antichi il lasso al vostro giudicio.
  • Il 3° si dimanda rosciolo, per essere machiato de rosso in tutto: non me ne vene a mente che cosa sia appresso gli antichi; è un bonissimo pesce da magnare.
  • Il 4° si chiama pesce molle, che veramente ha una carne molle e quasi lucida; e pur si magna.
  • Il 5° si è un squadro, detto squatina dagl’antichi.
  • Il 6° si è una cappa tonda.
  • Il 7° si è una sfoglia, così chiamata volgarmente.
  • L’8° si è una stella marina.
  • Il 9° sonno doi pesci ragni, che hanno quella spina così venenosa che causa così gravi dolori et emphiagioni.
  • Il 10° si è un pesce cavallo così vulgarmente detto; o sia l’hippocampus o qualche altra cosa.
  • L’11° si è una cappa santa con del’alcioni o principio de sponga che sia; pecten detto, credo dagli antichi.
  • Il 12° si è una lumaca marina, de quelle che producono la purpura.

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Facile riconosce in alcuni di questi nomi italianizzazioni del dialetto riminese: “rusul” (triglia), “sfoia” (sogliola), “corbèl” (corvina), eccetera. Felici parla poi di “lumachette marine” e “doi altri conchilii” non meglio definite.

Ma la corrispondenza continua: il 30 settembre 1557 Felici spedisce all’Aldrovandi un’altra lettera dove, come riferisce sempre la De Nicolò «il medico marchigiano accenna allo “sturione piccolo”, da identificarsi nell’ittionimia volgare con la porcelletta, denominazione richiamata anche nelle “tabelle” o tariffari del pesce da esporre per la vendita al pubblico e si sofferma a disquisire anche sull’uranoscopo, palesando comunque la sua incertezza riguardo alla possibile individuazione nella nomenclatura»:

«Circa al’altro pesce lucerna a me pare d’havere inteso da pescatori che luce di notte tal pesce con le sue ale, che è bello certo quando è fresco, che simigliano dette ale a occhi di penne de pavoni: qui il chiamano li pescatori se ben mi ricorda, capo grosso». Nel quale pare evidente la descrizione della Mazola o “Bach in chèv”, cioè “bocca in capo”, detta altrove Gallinella, Gallina di mare, Pesce angelo, Pesce capone, Pesce prete, Testone e in molti altri modi ancora.

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Felici segnala poi – e invia a Bologna – «raggie moccose, cani e anguilatti e simili, de picoli sardoncelli assai … e un pesce gatto che ha la pelle aspera como quella della squatina: questo è pesce rarissimo in queste bande». E ancora, la scarpena, la «torpedine, ditto dai nostri pescatori pesce tremolo.  e un anguillato (in realtà arquilatto), così chiamato da questi nostri pescatori, fratello del pesce cane; è differente che è un poco meglio da magnare et questo ha doi spine bianche e grosse nella schiena». Infine, «Vi mando una coda sottile e piccola de pastinaca marina. Vi mando un altro aco marino, differente assai dall’altro che vi mandai: questo il trovai io longo il lito della marina».

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