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4 febbraio 1797 – I soldati di un certo Bonaparte entrano a Rimini

Il 4 febbraio 1797 a Rimini «..giunse sulle 22 un Corpo di Dragoni a cavallo.. ove uno di essi fermatosi e rivoltosi al popolo… esclamò con voce alta e sonora: ‘Cittadini, siam venuti a liberarvi dai tiranni!’».

Erano i soldati francesi di Napoleone, per il momento da noi perfetto sconosciuto e ancora solo comandante dell’Armeè d’Italie. Avevano appena sconfitto, due giorni prima a Faenza, le truppe pontificie. I francesi erano comandati dal generale Claude-Victor Perrin (per i suoi sodati semplicemente “Victor”), i pontifici dal generale barone Michelangelo Alessandro Colli-Marchini. Lo scontro fu fra quelli conclusivi di quella campagna d’Italia  che consacrò alla fama il giovane Bonaparte (aveva all’epoca 28 anni) dopo aver clamorosamente battuto gli eserciti del Regno di Sardegna e dell’Impero austriaco.

Il generale Victor

Il generale Victor

Lo scontro con le truppe pontificie avvenne sul fiume Senio, nei pressi della città romagnola. La vittoria francese costrinse la Santa Sede alla trattativa per ottenere la cessazione delle ostilità. Il 19 febbraio la Repubblica francese impose allo Stato della Chiesa il durissimo Trattato di Tolentino.

Fra le clausole che comprendeva, un’indennità di guerra di 36 milioni di lire e la rinuncia da parte del Papa della città di Avignone, con il suo territorio, che possedeva fin dal Medio Evo. Inoltre il Pontefice Pio VI dovette cedere oltre cento fra statue e dipinti che finirono a Parigi. Fra esse, il busto in bronzo di Giunio Bruto e la testa marmorea di Marco Bruto e capolavori conservati nei giardini del Belvedere Vaticano, come il Laocoonte, l’Apollo, il Torso e tante altre sculture antiche conservate nei maggiori musei romani, come i Vaticani e Villa Albani. Fu un autentico rastrellamento: i francesi, sempre per trattato, si erano riservati il diritto di entrare in tutti gli edifici (pubblici, privati o religiosi) per sottrarre le opere.

Le opere d'arte razziate dai francesi entrano trionfalmente a Parigi

Le opere d’arte razziate dai francesi entrano trionfalmente a Parigi

La “battaglia di Faenza”, se battaglia si può definire, contribuì non poco ad affossare la già dubbia reputazione dell’esercito pontificio. Perfino un reazionario come il conte Monaldo Leopardi, padre di Giacomo, ebbe a scrivere:

«Tutte le milizie pontificie ascendevano a circa diecimila uomini, e un quarto di questa gente si era adunata a poco a poco in Faenza. Imola, perché troppo vicina a Bologna, erasi abbandonata, e la resistenza doveva farsi sul fiume [Senio] che corre fra le due città suddette. (…)».

«Il giorno 2 di febbraio del 1797, alla mattina, i Francesi attaccarono, forti di circa diecimila uomini. I cannoni del ponte spararono, e qualche Francese morì. Ben presto però l’inimico si accinse a guadare il fiume; e vistosi dai popolani che i Francesi non temevano di bagnarsi i piedi: “Addio”, si gridò nel campo. “Si salvi chi può” e tutti fuggirono per duecento miglia, né si fermarono sino a Fuligno».

«Non esagero, ma racconto nudamente quei fatti che accaddero in tempo mio, e dei quali vidi alcuna parte. Un tal Bianchi, maggiore di artiglieria, venne imputato di avere caricati i cannoni con li fagiuoli. Ho letto la sua difesa stampata, e sembra scolpato bastantemente; ma il fatto dei fagiuoli fu vero, e questa mitraglia figurò nella guerra fra il Papa e la Francia» (Monaldo Leopardi, “Autobiografie”,1833).

La battaglia di Faenza del 2 febbraio 1797. I papalini prima della battaglia. Disegno di Luigi Emiliani da una caricatura di Felice Giani. (Faenza, Museo del Risorgimento e dell'età contemporanea) (Lanzoni 2001).

Faenza, 2 febbraio 1797: i papalini prima e dopo la battaglia. Disegno di Luigi Emiliani da una caricatura di Felice Giani. (Faenza, Museo del Risorgimento e dell’età contemporanea)

“Suldè de Pepa” (soldato del Papa) e “cul zal” (“culo giallo”, dal colore dei pantaloni nell’uniforme pontificia)  in Romagna divennero espressioni proverbiali, a significare buono a nulla, codardo, ridicolo.

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