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Il 4 marzo speriamo vinca McDonagh

L’11 gennaio 2018 è uscito nelle sale cinematografiche italiane Tre manifesti a Ebbing, Missouri (115’) del regista Martin McDonagh, che ha già vinto il premio per la migliore sceneggiatura alla Mostra del Cinema Venezia. Il film, inoltre, si è da poco aggiudicato anche il Golden Globe come miglior film drammatico.

Una strada abbandonata nella nebbia della provincia americana, in uno Stato come il Missouri dove dalla conquista del West a oggi sono cambiate davvero poche cose; tre manifesti inutili, ormai, da quando negli anni Ottanta hanno aperto l’autostrada, e nessuno passa più di lì, a meno che non si sia perso: è questo l’inizio di Tre manifesti a Ebbing, Missouri, in cui sin da subito si respira chiaramente l’atmosfera della filmografia dei fratelli Coen.

Non è un caso che la protagonista Mildred, infatti, se dal punto vista cinematografico è l’evoluzione della già cazzutissima commissaria Marge di Fargo (1996), d’altra parte è sempre e comunque, in entrambi i casi, Frances McDormand, compagna del regista Joel Coen.

Al centro dell’opera, come avrete potuto capire (se siete amanti del “genere Coen”), c’è la violenza, in ogni sua possibile declinazione.
La violenza fisica (in parte): l’endemica legge della giungla che ancora oggi regola quella che dovrebbe essere la più grande democrazia al mondo, dove la Polizia maltratta le persone a seconda del colore della pelle, e in cui un’arma sopra al comodino è ancora il più rassicurante dei soprammobili.

La violenza verbale (soprattutto, data la splendida sceneggiatura, che è stata giustamente premiata a Venezia): McDonagh mostra come alcune semplici domande, affisse su 3 manifesti pubblicitari in una strada sperduta, possano cambiare il corso degli eventi; come la parola, dopo millenni di storia, sia ancora oggi – nell’epoca dell’immagine – il mezzo più potente (e pericoloso) di cui l’uomo possa disporre.

E infine la violenza psicologica, più o meno indiretta, più o meno consapevole: il rimorso di una madre che non è riuscita a capire la propria figlia, prima di perderla per sempre; il comportamento di una donna che umilia un suo spasimante solo perché nano e poco attraente – interpretato da Peter Dinklage, il Tyrion Lannister de Il Trono di Spade; la disperazione provocata da un marito malato di cancro, che lascia la propria famiglia prima del tempo, suicidandosi; l’ingerenza di una madre che opprime il proprio figlio, costringendolo a fare il mammone a casa, e lo spaccone fuori – mi riferisco all’agente Jason, interpretato da un ottimo Sam Rockwell, premiato come miglior attore non protagonista ai Golden Globe.

Il finale, per come l’ho visto io, sembra voler fare breccia nell’invalicabile muro di questa rabbia, “che genera solo altra rabbia” – come dirà un personaggio del film, dopo averlo letto su un segnalibro. Una madre che ha subìto l’omicidio e lo stupro della propria figlia, ad esempio, potrebbe fare qualcosa di più utile alla società (e a se stessa), piuttosto che mettersi a uccidere stupratori: l’unico modo in cui potrà ottenere davvero giustizia, forse, è schierarsi al fianco di chi soffre come lei, sensibilizzando chi invece ha avuto la fortuna di non dover vivere un simile dolore. Alla violenza, allora, McDonagh sembra rispondere con uno slancio civico, con l’associazionismo, l’impegno.

In conclusione, la potente efficacia di Tre manifesti a Ebbing, Missouri si basa su un aspetto fondamentale dell’arte occidentale moderna: il superamento della separazione degli stili: ovvero infrangere, in modo originale e convincente, quella teoria estetica (ma anche prassi quotidiana) per cui determinate cose vanno raccontate solo in un determinato registro. Senza spiattellarvi la trama che potrete tranquillamente trovare altrove, posso dirvi che la grandezza di questa pellicola sta proprio qui: nel modo in cui riesce a trattare un contenuto drammatico attraverso un meraviglioso tono comico – ora letterario (merito di McDonagh), ora musicale (merito di Carter Burwell, storico collaboratore dei fratelli Coen).

Per quanto mi riguarda, Tre manifesti a Ebbing, Missouri è secondo solo a The Square , tra i film del 2017. Il 4 marzo, dato che le elezioni politiche italiane molto difficilmente ci indicheranno un vincitore, farò il tifo per queste due pellicole (candidature permettendo), nella ben più entusiasmante Notte degli Oscar.

Edoardo Bassetti

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