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5 gennaio 1915 – A Rimini brucia il Grand Hotel Hungaria

5 gennaio 1915 – Un violentissimo incendio, forse doloso, si sviluppa nel Grand Hotel Hungaria.

Come ricorda Manlio Masini,  “L’Hungaria, inaugurato nell’estate del 1906 e salutato dal “Gazzettino Azzurro” come «una delle cose più belle sorte sul nostro lido», oltre ad essere l’albergo della facoltosa aristocrazia dell’Impero Austro-Ungarico è anche un centro di vita salottiera, abituale ritrovo di tutta la noblesse europea in vacanza. I suoi concerti e i suoi ricevimenti fanno sempre notizia. La festa nazionale ungherese celebrata con un ballo favoloso il 26 luglio, giorno di Sant’Anna, è l’evento politico-mondano più esclusivo dell’estate riminese. Quella sera nel salone del piano terra si riunisce tutta la colonia magiara in vacanza a Rimini e tra romantici valzer e scapigliati dancing principesse, diplomatici, ufficiali, artisti e letterati della vecchia aristocratica Europa «alternano conversazioni gaie e brillanti nella confusione … delle lingue»”.

A gestire il Grand Hotel dal 1912 sono i coniugi Muller. Nonostante l’incidente, di cui non si scoprirà mai il responsabile, la coppia si prepara alla nuova stagione balneare. Ma il 24 maggio l’Italia dichiara guerra all’Austria-Ungheria e lo stesso giorno Rimini è addirittura immediatamente colpita da un bombardamento navale dell’incrociatore corazzato asburgico Sankt Georg. Niente più balli di gala all’Hungaria.

Nel novembre del 1917 l’hotel è requisito dallo Stato, che vi ospita per diversi mesi un gruppo di profughi veneti.

Dopo la disfatta di Caporetto, ben 600 mila tra donne, vecchi e bambini, fuggirono di fronte all’avanzata degli austro-ungarici e dei tedeschi: un esercito vittorioso, ma anch’esso stremato dai lunghi anni di guerra e con le scorte alimentari ormai esaurite. Oltre 350 mila uomini affamati all’inverosimile ed esacerbati dal rancore e dai sogni di rivincita sugli italiani “traditori”, si diedero a un’impressionante ondata di saccheggi, violenze, stupri. Di fronte a tanto orrore, nel fiume delle truppe italiane in ritirata confluì la marea di civili provenienti dalle province di Udine, Treviso e Venezia, dall’Altopiano di Asiago e dalla Valle del Brenta. Fu la più grande tragedia civile della nostra Grande Guerra, a lungo dimenticata come tante altre.

Il regno d’Italia “spalmò” i profughi su tutto il suo territorio, Sud e isole comprese, per poi abbandonarli pressoché a se stessi, fra sussidi che non arrivavano mai, occupazioni abusive, sfruttamenti anche abietti: si parlò perfino di “tratta delle profughe” avviate alla prostituzione.

I profughi veneti e friulani sistemati a Rimini furono circa 6 mila, alloggiati in alberghi e villini, ma anche ospitati dai privati. I rapporti con la popolazione locale furono buoni, nonostante la città dovesse già provvedere a 4 mila suoi abitanti rimasti senza tetto dopo i due terremoti del 1916. Villa Iolanda Margherita, non lontana dall’Hungaria, per oltre un anno fu sede provvisoria del Comune di Venezia. Alla fine della guerra, la città di Venezia per riconoscenza donò a Rimini la campana per San Francesco, il Tempio Malatestiano. Nella villa, poi ribattezzata Tergeste, si può vedere la lapide che ricorda quei fatti.

tergeste

L’Hungaria riuscì a riaprire solo nell’estate del 1922. Ma con un nuovo, “italianissimo” nome: Hotel Savoia. Quel nome che sopravvive ancora, proprio lì dove risplendette «una delle cose più belle sorte sul nostro lido».

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