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6 gennaio – “La nòta dla Pasquéta e zcàrr e’ ciù e la zvéta”

6 gennaio, festa dell’Epifania di Nostro Signore: “La nòta dla Pasquéta e zcàrr e’ ciù e la zvéta”: la notte dell’Epifania parlano il gufo e la civetta.

Spiega Umberto Foschi (“Proverbi romagnoli”, Maggioli, 1980): “Secondo un’antichissima tradizione la notte dell’Epifania parlavano gli animali. La leggenda deriva da un Vangelo apocrifo il cui si leggeva che il bue e l’asino del presepio avevano parlato per lodare Gesù bambino. In Romagna poi, forse per via di popolazioni provenienti dall’Oriente, per un certo tempo, il Natale corrispose all’Epifania; ecco perché la leggenda fa parlare le bestie anziché la notte di Natale, in quella della Pasquetta”.

Spiegazione solo in parte corretta. In realtà, Natale viene ancora il 6 gennaio se si segue il calendario di Giulio Cesare. Così fanno ancora le Chiese ortodosse orientali (Copta, Siriaca, Armena, non a caso dette anche quelle dei “Cristiani Ortodossi di Vecchio Calendario”) e così si faceva in origine anche in Occidente e più tenacemente in Romagna che tramite Ravenna più a fu legata a Costantinopoli. Inoltre, la tradizione degli animali parlanti in questa notte è ben più antica dei Vangeli e affonda le sue radici nel passato più ancestrale.

E’ una tradizione ben conosciuta in tutta Europa, con quel che ne consegue: quel giorno bisogna accudire meglio del solito la stalla, altrimenti di notte gli animali male parleranno fra loro del padrone. Peggio ancora, chi avesse la disgrazia di ascoltare quelle conversazioni morirebbe all’istante. Precisamente, sarebbe trascinato agli inferi dagli spiriti dei morti che in quel momento parlano attraverso gli animali, ora che se ne conoscono i segreti. Tutte credenze legate a questo periodo dell’anno, quando il Sole “muore” e gli spiriti vagano liberamente fra il mondo terreno e l’aldilà.

Pertanto “te t’é da zcàrr sna la nòta ad Pasquèta”, devi parlare parlare solo la notte dell’Epifania, si diceva a chi si voleva zittire dandogli della bestia.

“La Pifanì tot al festi la porta vì, la si met int’una casa la li mola sol par Pasqua, int ‘la casa u j è la Luna la li mola a una a una”: l’Epifania tutte le feste porta via, se le mette in una cassa e le molla solo per Pasqua, nella cassa c’è la Luna e le molla una a una. La presenza della Luna ci dice forse qualcosa su chi sia questa Befana, che dall’Epifania ha preso solo, storpiandolo, il nome.

La Befana è palesemente una strega e non sempre è stata tanto buona, tant’è vero che, almeno in passato, portava più carbone (cioè morte) che doni ai bambini. E’ la stessa Segavécia che sarà sacrificata a Quaresima. E’ insomma la Grande Madre Terra, unica e multiforme Dea almeno fin dal neolitico in tutta Europa,nel Mediterraneo e ancora oltre, identificata con la Luna e tutte le sue caratteristiche. Come le sue tre fasi, equivalenti alle età della donna: vergine, madre, megera. In inverno la Natura è vécia e sterile, portatrice di morte e non di vita.

«Sgnour padroun varzì la porta
che i que fura u j è la morta
e li drenta l’è alegria
bona Pasqua Epifania».

I Pasqualotti di Meldola

Un tempo quel giorno arrivavano anche i Pasqualotti. Gianni Quandamatteo: “I Pasquarùl erano i canterini gruppi di sei, otto, o più persone, che nella giornata di Pasquetta si recavano di casa in casa provvisti di strumenti musicali (chitarra, mandolini, clarino, urganèin, ocarine ricavate con le proprie mani dal sambuco) e avendo con se uno o più cantanti declamavano strofette ad hoc per la sposa, il marito, i bambini o la nonna”.

Ricevevano in cambio “salame, salsiccia, grasùl, perché l’uccisione del maiale era di quei giorni”. Ma se non ne ricevevano, “i Pasquarùl cantavano la strofetta chiamata e’ dispet, con la quale mettevano in ridicolo il padrone di casa”.

Ovviamente i Pasquarùl (“i que fura u j è la morta”) erano le anime dei defunti che ritornavano sulla terra in quei giorni esoterici. E trasparente è l’analogia con Halloween, che ha il medesimo significato e che oggi, trapiantandone la data al 31 ottobre, anche da noi ha cancellato i Pasquarul e i loro equivalenti del 6 gennaio.

La strega porta sempre anche presagi e profezie, soprattutto quelle fondamentali come il tempo che farà: “Se la Vecia l’ha n pesca, u n’j è ne gren ne esca”, se la Vecchia non pesca non c’è né grano né esca, perché ora occorrono le piogge. Purtroppo immancabilmente “per la Pasquéta, un fred c’arateza”, un freddo che fa rabbrividire.

Però le giornate iniziano ad allungarsi: ottimisticamente, “per Pasqueta, un’uretta”, o almeno “per la Pasquela, un pas d’videla”, se non un’oretta in più,  un passo di vitella sì.

La Pasqua copta a Lalibea, in Etiopia

Ma perché Pasquetta? Perché per i primi cristiani erano “Pasqua” (Pesach in ebraico) tutte le loro principali ricorrenze: oltre alla Pasqua di Resurrezione, la Pasqua “rosata” di Pentecoste, la Pasqua della Natività e la Pasqua Epifania, che in origine era quella del Battesimo di Cristo. Già, perché in poche giornate come questa si condensano tanti significati; i cristiani vi commemorano anche le Nozze di Cana, quando Gesù compì il suo primo miracolo.

L’adorazione dei Magi nel mosaico di S. Apollinare nuovo di Ravenna: non ancora Re, non portano corone ma i berretti frigi degli orientali

E i Re Magi? Nonostante la splendida rappresentazione che se ne dà nei mosaici ravennati del VI secolo, i detti proverbiali praticamente li ignorano, in Romagna come altrove. Perché le tradizioni popolari sono ostinatamente conservatrici, mentre il loro culto è salito in auge solo relativamente tardi, da Federico Barbarossa in poi, che nel 1164 fece trasferire le reliquie dei “Tre Re” (che prima re non erano) dalla chiesa di S. Eustorgio di Milano alla cattedrale di Colonia. Ciò nonostante, un secolo dopo Marco Polo asseriva di aver visto le tombe dei Magi a Saba, sul versante iraniano del Golfo Persico.

Il viaggio dei Re Magi nel Lezionario di Spira (1200 ca.)

Prima di allora questi Magi (dal persiano Māgh, non sovrani ma sacerdoti-astrologi persiani del culto zoroastriano) avevano creato non pochi imbarazzi ai teologi. S. Agostino ne restava perplesso e il grande Pietro Abelardo (XI-XII sec.) del tutto scandalizzato, poiché vedeva in questi personaggi pagani degli emissari del demonio, inviati a tentare il Cristo con ricchezze terrene già nella sua culla. Del resto i loro nomi non erano affatto rassicuranti: Gaspare (Khazāndār, in persiano “tesoriere, esattore”), Melchiorre (nelle lingue semitiche, Melk Or, “Re della luce”, uno degli appellativi di Lucifero), Baldassarre (Beltesha’tstsar, in accadico “Principe di Baal”, l’aborrito dio di Cananei e Fenici).

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