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6 marzo – La festa ad San Grugnòn

Il 6 marzo la Chiesa commemora Santa Coletta di Corbie (Nicolette Boilet, Corbie, 13 gennaio 1381 – Gand, 6 marzo 1447),  clarissa francese, autrice della riforma che portò alla nascita dell’Ordine delle Clarisse Colettine.  E’ stata proclamata santa da papa Pio VII, nel 1807.

Santa Coletta di Corbie

I nostri vecchi la conoscevano, ma oggi avrebbero ben poco festeggiato Senta Culeta, come la chiamavano. Perché oggi è invece San Grugnòn e c’è ben poco da stare allegri.

“San Grugnòn, u ne po avdè anson”, San Grugnone non lo può vedere nessuno, si dice a Ravenna. Perché oggi è il primo giorno di Quaresima e i grugni sono lunghi dappertutto. E’ al Zendri, il mercoledì delle Ceneri, sono finite le baldorie del Carnevale: “Fnid e’ Carnivel, fnid e’ son, chi s’è balè i quatrein j è ste quajon”, finito il Carnevale, finito il suonare, chi si è ballato i quattrini è stato coglione.

Il “Carnevale di San Grugnone” si tiene a Conselice: quest’anno ne ricorre il centenario e si svolge dal 6 al 17 marzo, con ripetute sfilate e festeggiamenti in barba ai rigori delle Quaresima.

Il Carnevale di San Grugnone a Conselice

Sinistri presagi venivano tratti quando il calendario poneva Carnevale fin dentro marzo: “Merz carnavaleza, bara careza”, marzo ‘carnevaleggia’, bara accarezza. Dopo tanto patir di fame tutto l’anno, infatti, si poteva anche morire di eccessi: “Quand che merz e scarneza, la bara l’acareza”: quando marzo ‘carneggia’ (si consuma tanta carne specie di maiale), accarezza la bara.

All’inizio di marzo, secondo alcuni il primo del mese, si collocava una delle tradizioni più curiose della Romagna, espressa in ciò che appare più una formula magica che un proverbio: “Sol ad merz, cosmi e cul e no elt”, sole di marzo, cuocimi il culo e non altro. 

La spiegazione del riminese Gianni Quandamatteo: “Era antica usanza di esporsi al sole di marzo col sedere nudo per preservarsi – come comune credenza  – dalle malattie”.

Un po’ diversa l’interpretazione del ravennate Umberto Foschi: “Le ragazze esponevano il deretano nudo al sole, stando sul tetto o ad una finestra non esposta a sguardi indiscreti, credendo così di non cuocersi poi la faccia al sole durante i lavori campestri. Allora la tintarella non era di moda!”.

Se non che l’usanza, almeno a Cesena, non doveva riguardare solo le ragazze, stando a quanto riporta Giuseppe Gaspare Bagli: “Marz marzazz, cusum al cul e brisa al mustazz”, marzo marzaccio, bruciami il culo ma non i mustacchi.

Il gesto scaramantico di scoprirsi le posteriora si ritrova fra i marinai romagnoli di fronte al mare in burrasca, fra i pastori abruzzesi al cospetto dei temporali, in faccia al nemico in battaglia presso molti popoli e più convintamente fra i Celti, ma anche come infallibile scongiuro per scacciare il diavolo o una strega. E’ un segno di sfida, di disprezzo dell’avversario per quanto potente possa essere.

La celebre scena di “Bravehart”: i guerrieri scozzesi sfidano il nemico inglese prima della battaglia di Stirling nel 1297

Perché dalle nostre parti andasse compiuto proprio all’inizio di marzo, è argomento da antropologi. Probabile la connessione con il capodanno del calendario romano più antico, quello di Romolo: forse per sgombrare il nuovo anno dalle potenze maligne? La sfida pare però rivolta al sole, di solito entità benevola. Ma gli antichi sapevano bene che ogni potere ha sempre due valenze, una positiva e una negativa. E quindi bisognava accendere fuochi per dare forza al sole che iniziava a riprendersi dopo l’inverno, ma anche cautelarsi dai suoi eccessi che sarebbero potuti arrivare più avanti? Chissà.

(nell’immagine in apertura, illustrazione tratta da E’ Luneri rumagnol di Gianni Quondamatteo, Galeati 1980)

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