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7 luglio 1262 – Nasce la parrocchia di S. Maria “in torre muro”, Rimini dimentica l’Anfiteatro

Il 7 luglio 1262, Giacomo, Vescovo di Rimini, istituisce una nuova parrocchia. Il nome e la sede sono quelli di una chiesa che esiste già da secoli, Santa Maria in turris muro. Il presule, per motivi che ignoriamo, l’ha requisita agli Ospitalieri di S. Spirito e fa parte di un monastero.

La prima notizia di quel monastero appare in una pergamena datata 12 marzo 1027, vista nell’Abbazia di Scolca dal Battaglini nel ‘700 e citata il secolo dopo da Luigi Tonini. Nel documento l’Abate del monastero afferma di esserne in possesso, come scrive il Tonini, «per concessione di una donna, della quale in quella scritta era perduto il nome, ma restava il titolo Comitissa, come restava il nome del figlio suo Ugone Conte, et ad jure  Ugo Comes filio suo, cui vedi succeduto a Rodolfo o perché figlio o perché prossimo attinente».

Non sappiamo dunque da quanto tempo S. Maria “in torre muro” esistesse già. Sappiamo però che quella era, e resterà per molto tempo, la parte più isolata e selvaggia entro la cerchia delle mura di Rimini.

In epoca romana questo quartiere doveva essere non solo fittamente edificato, ma animato dalla presenza di residenze importanti (come dimostrano mosaici ritrovati sotto il mercato Coperto, in via Brighenti e altrove), attività economiche (alimentate dalla fossa Patara) e, diremo oggi, di due infrastrutture di primaria importanza: il porto e l’Anfiteatro.

Infatti, in corrispondenza dell’attuale piazza Martiri d’Ungheria (già Clementini), sorgeva quello i più ritengono il molo romano (rimasto allo stato di rudere fin all’800, forse proprio quello rappresentato nel celebre mosaico ritrovato sotto palazzo Diotallevi. Avrebbe protetto la foce del Marecchia, che all’epoca si trovava più a sud di oggi. Se così fosse, anche la fascia di arenile fino alla foce dell’Ausa avrebbe potuto servire da approdo, sul quale le imbarcazioni potevano venir tirate a secco. Questo “porto dell’Ausa”, citato in alcuni documenti, ha dato adito a infinite discussioni fra gli studiosi locali, con alcuni che ne negano recisamente l’esistenza.

Il cosiddetto “mosaico delle navi” (II sec. d.C.) ritrovato sotto Palazzo Diotallevi, in via Tempio Malatestiano

Oggi pare incredibile, ma una querelle perfino più lunga divise i dotti riminesi sul fatto che la città avesse mai posseduto un Anfiteatro.

Durante l’alto Medio evo la regressione della florida Ariminum è inequivocabile. Anche nell’area della Domus del Chirurgo si può osservare che negli strati che avevano ricoperto i mosaici ormai si scavavano tombe senza badare affatto a cosa ci fosse sotto. E addirittura dove sorgevano sontuose domus si costruivano poco più che capanne.

Ma dalla parte opposta della città le cose andavano anche peggio: tutto lascia pensare quasi la metà dell’abitato, dal foro (piazza Tre Martiri) all’Arco d’Augusto fosse divenuta semi-deserta o del tutto abbandonata. E’ la retractio urbis, fenomeno osservato in molte altre città italiane, che “si restringono” fra VII e VIII secolo. A Rimini il polo attrattivo è il Ponte di Tiberio con il suo strategico attraversamento del fiume a cavallo dell’approdo per le navi maggiori. Attorno ad esso  si arroccano i poteri militare e civile con la cittadella “ducale” e quello religioso con la cattedrale.

Nell’immagine pubblicata in “Città d’Italia- Rimini” di Grazia Gobbi e Paolo Sica, il tratteggio continuo indica l’area di abbandono del periodo alto-medievale; con tratteggio a pallini, la Corte dei Duchi popolarmente divenuta “La Castellaccia”. I pallini neri sono i luoghi di culto

Dell’Anfiteatro, in parte inglobato nella cerchia muraria e il resto probabilmente usato come cava di materiali, a un certo punto si perde la memoria. Coperto di detriti e vegetazione, resta solo una lieve altura che domina i gli orti e i terreni incolti attraversati dalla fossa Patara. Un monastero in quel luogo poteva essere quanto di più simile a un cenobio di eremiti, nonostante ci si trovasse ben dentro le mura. Tant’è vero che il popolo battezzerà quell’altura “Le Tane” e gli attribuirà sempre una pessima reputazione.

Non caso, a una certa epoca la chiesa di S. Maria era quella che officiava per il Lazzaretto per gli appestati che vi era sorto intorno, il primo di Rimini poi sostituito nel ‘600 da quello di San Lazzaro al Terzo, oggi Miramare.

Arrivarono poi i frati Cappuccini per edificarvi il loro convento, ma non dovevano trovarsi molto bene perché se ne andarono anche loro. E nonostante la terra continuasse a restituire reperti romani, fu solo nel 1843 che Luigi Tonini, con scavi scientifici descritti poi in un’operetta apposita, dimostrò contro l’opinione di molti che sì, anche Rimini aveva avuto il suo piccolo Colosseo, un anfiteatro costruito probabilmente all’epoca dell’imperatore Adriano che doveva essere assai simile a quello nato contemporaneamente sull’altra sponda dell’Adriatico, a Pola. Dove si può ammirare in tutto il suo splendore.

L’Anfiteatro di Pola

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