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8 novembre 1443 – Sigismondo trionfa nella battaglia di Monteluro

Fin dal 1440 il duca di Milano, Filippo Maria Visconti, aveva inviato in Romagna il condottiero Niccolò Piccinino con 6 mila cavalieri a minacciare direttamente i territori malatestiani, contro i quali si era mosso anche Guidantonio da Montefeltro.

Si trattava di un diversivo per togliersi di dosso la minaccia costante di Francesco Sforza, alleato e dal 1441 suocero di Sigismondo Malatesta, che ne aveva sposato la figlia Polissena.  Lo Sforza, oltre alle terre avite presso Cotignola, ne rivendicava altre nella Marca, ma papa Eugenio IV rifiutava di riconoscergliele. Nella continua giostra di alleanze dell’Italia quattocentesca, questa volta si videro da una parte Roma, Napoli, Visconti  e Montefeltro, mentre dall’altra c’erano Venezia, Firenze, Sforza e Malatesta. 

Pisanello: Filippo Maria Visconti

Questi ultimi si ritrovarono in una morsa, poiché Alfonso d’Aragona, alleato del papa e desideroso di ricevere l’investitura del Regno di Napoli, aveva attaccato i possessi più meridionali dello Sforza. 

Nel 1442 e poi nel ’43  lo Stato malatestiano sostiene l’attacco combinato degli eserciti pontifici e napoletani, che colpiscono le popolazioni locali con incursioni, uccisioni, assedi, saccheggi e distruzione di raccolti e bestiame. Il Piccinino, passato ora al soldo della Chiesa, sembra un nuovo Attila quando con i suoi 6 mila cavalieri investe, come riportano le cronache, «Arzune, Mixano, Scazano, S. Chimento, S. Gio. in Marignano».

Nel frattempo però il Visconti ha cambiato politica e ora persuade l’Aragonese a ritirarsi. Sigismondo e Francesco Sforza ricevono rinforzi da Firenze e Venezia. Nel settembre del 1443 si ufficializza la nuova alleanza tra Venezia, Firenze e Milano, che impegna anche Filippo Maria a inviare aiuti a Malatesta e Sforza. Dall’altra parte, fra i capitani della Chiesa accanto al Piccinino e Federico da Montefeltro e c’è anche Malatesta Novello, fratello di Sigismondo e signore di Cesena.

Pisanello: Niccolò Piccinino

Il perugino Niccolò Piccinino ha 53 anni e negli ultimi 18, al netto degli screzi, ha comandato le truppe del più potente stato italiano, quello dei Visconti. Figlio di un macellaio, si è fatto le ossa in Romagna con Braccio da Montone fino a diventare il più reputato, e pagato, condottiero italiano. Un soldato duro e astuto. Può conoscere la sconfitta, ma non molla mai. Sogna una signoria tutta sua nella natìa Umbria. Ma non volendo porre limiti alla Provvidenza nel 1440 si è fatto avanti a chiedere la mano di Bianca Maria Visconti, unica erede del duca di Milano. Per lui sarebbe la quarta moglie; ha fatto assassinare la prima accusandola di adulterio. La duchessina ha 15 anni, ma è non per la differenza d’età o gli umili natali che al perugino, e al 33enne Lionello d’Este, viene preferito il 40enne Francesco Sforza: gli era stata promessa quando lei ne aveva 5. Il matrimonio avviene però all’improvviso solo nel 1441 ed è frutto dell’ennesimo intrigo di Filippo Maria Visconti, che cerca così di sottrarre a Venezia l’esercito sforzesco che in quel momento lo sta soffocando.

Sigismondo ha 26 anni e da 15 impugna la spada. La sua casata domina fra Romagna e Marche da oltre un secolo e mezzo, arrivando anche a insignorirsi di Bergamo e della Brescia dove lui è nato. Quasi due secoli prima, nel 1269 , ancor prima di insignorirsi di Rimini, il grande Malatesta da Verucchio proprio a Monteluro aveva conseguito una delle sue vittorie contro l’arcinemico Guido da Montefeltro. Glorie di famiglia da onorare; ma il Piccinino al giovane rampollo gliele ha già suonate sei anni prima a Calcinara sull’Oglio, quando il Malatesta era al servizio di Venezia. Ciò non ha macchiato una carriera tutta in crescendo. La sue brillanti gesta sul campo, compiute soprattutto assieme allo Sforza, l’hanno segnalato fra gli astri nascenti delle armi italiane. Ma non ha mai conseguito una vittoria contro un grande capitano.

Pisanello: Domenico Novello Malatesta

Sigismondo tiene consiglio di guerra a Rimini con lo Sforza e gli altri condottieri. Francesco invia le sue truppe il 27 settembre a Mondaino, poi il 17 ottobre a San Giovanni in Marignano. Lui e Sigismondo vanno intanto a Fano, dove devono prelevare i distaccamenti da riunire con il resto dell’esercito a San Giovanni.

Quando Niccolò Piccinino esce da Pesaro e si schiera sul Foglia per impedire la manovra, tutti comprendono che lo scontro avverrà dove è sempre avvenuto: a Monteluro.

L’altura di Monteluro con i ruderi del castello

Non distante da Tavullia, castrum Montis Lori, o Montis Lauri, da quando esiste è perenne motivo di contesa fra Riminesi e Pesaresi: per la sua posizione strategica che controlla un lungo tratto della Via Flaminia, è lì che le città confinanti e rivali vanno a darsele di santa ragione.

Oggi rimane solo qualche avanzo di muro e le fondamenta del maschio, ma all’epoca di questi fatti sull’altura sorgeva una fortezza che veniva detta «formidabile». E il Piccinino vi ha posto la sua tenda.

Pisanello: Francesco Sforza

L’8 novembre si accendono delle scaramucce. E’ il Piccinino che cerca di provocare lo Sforza alla battaglia, prima stuzzicandolo con il suo capitano Roberto di Montalboddo, poi mandandogli contro anche Malatesta Novello. Quando l’aggancio sembra prossimo, Piccinino monta a cavallo e si appresta ad avvicinarsi al fiume. Sigismondo lo vede dalla riva meridionale del Foglia.

Pisanello: Sigismondo Pandolfo Malatesta

A quel punto il signore di Rimini fa uno dei suoi soliti colpi di testa, secondo i detrattori; o un colpo di genio, come ribattono gli ammiratori. Guada il fiume per primo alla testa di pochi soldati.

«Nella sua mente – scrive il fedele Brogliotutto fremiva di volere attaccarsi con lui; e mandò al suo campo li suoi trombetti, che ogni homo montasse a cavallo». E senza nemmeno attendere i rinforzi, calato il cimiero, va «ferocemente» direttamente contro il Piccinino.

Questo aggettivo, “ferox”, ricorre nei confronti di Sigismondo in tutte le cronache della battaglia. Mentre lo Sforza osserva da un poggio, Piccinino resiste alla brava per diverse ore, ma alla fine «fo rotto e fracassato prima per la virtù hoperata per lo prefato Sig.r Mis. Sigismondo de Malatesti».

Ma anche perché alcuni reparti di mercenari pontifici, «al grido danari! danari! fecero sciopero d’armi». Sigismondo sapeva anche delle paghe arretrate? O, come era sua massima abilità, aveva colto con tempismo perfetto l’attimo in cui un attacco a sorpresa contro un avversario ancora non ben schierato poteva andare a buon fine?

Sia come sia, l’esercito del papa perde in un solo giorno duemila cavalli e tutti i carriaggi. E’ una battaglia di cui si parlerà a lungo.

Pisanello: Sigismondo Pandolfo Malatesta

Sigismondo rimane ferito da una stoccata, ma ciò nonostante uccide in singolar tenzone Giovanni da Caravaggio, capitano del Piccinino.  

Quando cala il buio i pontifici cercano ormai solo scampo. Il Piccinino «tutta la notte per luoghi solinghi e fuor di via andò errando, infine che si condusse a Monte Sicardo, al di là della Foglia nel contado di Pesaro molto afflitto d’animo e di corpo». Niccolò Piccinino non si riprende più dalla sconfitta. Si ammala di idropisia e muore il 15 ottobre dell’anno dopo a Cusago presso Milano; viene sepolto nel duomo ambrosiano. Novello scampa per conto suo verso sud, mentre Federico da Montefeltro non ha avuto neppure il tempo di scendere in campo che già deve darsi anche lui alla fuga; ma non abbandona Pesaro.

Pesaro

E’ quella la vera posta in gioco fra lui e Sigismondo. Il quale, liberatosi del flagello del Piccinino, è sicuro che finalmente potrà farla sua. E invece non ci riuscirà, né quella volta, né mai.

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