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9 gennaio 1846 – Si scava per svelare i misteri dell’Arco d’Augusto

Il 9 gennaio 1846 si scava intorno all’Arco d’Augusto. A volere e dirigere le ricerche archeologiche è Luigi Tonini, allora 39 enne e bibliotecario reggente della Gambalunghiana.

La curiosità dello storico è indirizzata soprattutto a cosa doveva esistere prima del magnifico monumento voluto da Ottaviano. Si va dunque ad esplorare alla base dei due torrioni che ancora, in parte inglobati dalle case, si ergevano ai lati dell’Arco.

L’arco d’Augusto durante le demolizioni degli anni’30: ancora ben visibili i torrioni che l’affiancavano

Sotto i torrioni «da qualcuno giudicati opera dei tempi Costantiniani» si notano le antiche mura della città«lasciando uno spazio tra I’un capo e l’altro di metri 15, 20, quanto appunto è quello occupalo dall’Arco. Il quale, e per la differenza del piano, da cui spicca, e pel niuno collegamento delle sue fondamenta con esso muro, vi apparisce posteriore a tutta evidenza».

Non ci sono dubbi: prima dell’Arco d’Augusto esisteva una porta che occupava esattamente lo stesso spazio. Difficilmente questa porta più antica era però costituita da un arco singolo; forse i fornici erano due, come a Porta Montanara ma con luci più ampie; oppure tre come nel cosiddetto Arco D’Augusto di Fano (in realtà non un arco trionfale, ma solo una porta della città). Purtroppo gli scavi di allora non consentirono di appurare questo particolare.

La Porta Augustea di Fano raffigurata nel suo aspetto originario nella chiesa di S. Michele; la parte superiore fu distrutta dalle artiglierie di Federico da Montefeltro nel 1463 durante la sua guerra contro Sigismondo Malatesta

Secondo Tonini, «nella riparazione procurata da Augusto alla Flaminia, trovata forse questa Porta e vecchia e bassa per lo innalzamento del suolo (chè dovea spiccare dal piano antico di quella via, come si è visto spiccare da esso il muro urbano) dovette essere appunto allora atterrata per far luogo ad altra più conveniente. E poiché i punti fissi dei muro dovettero obbligare in certo modo l’Architetto ad occupare tutto quello spazio, venne probabilmente da ciò la necessità di dare all’Arco magnifico, che ancora abbiamo, quell’ampiezza di luce, che fra gli antichi lo fa singolare».

L’Arco d’Augusto nel 1880

Così singolare che per tanto tempo ci si è chiesti come potesse essere chiusa quella che in definitiva era la principale porta della città.

Chiarissimo il messaggio propagandistico del primo imperatore: con lui si inaugurava la nuova era della Pax Augustea. Basta con le guerre civili che avevano insanguinato Roma per generazioni. E proprio ad Ariminum, laddove Cesare era entrato con atto sacrilego dopo aver varcato il limen del Rubicone e dove iniziava la via Flaminia che conduceva all’Urbe, andava ricomposta la pace, anche con gli dei. Ora quindi i cittadini romani potevano vivere talmente al sicuro da non aver neppure bisogno di chiudere le porte delle loro città.

Se non che, una porta sempre aperta per una città antica avrebbe comportato non pochi inconvenienti anche in tempo di pace, sia dal punto di vista fiscale che sanitario. Poco plausibile che almeno di notte non vi fosse alcun tipo di chiusura. Si sono ipotizzate allora barriere mobili, che con il passare del tempo, e lo svanire della pace, sarebbero state via via rafforzate.

Fino ad avere un vero, gigantesco portone? Non lo sappiamo. L’immagine più antica dell’Arco è il cosiddetto sigillo del Duca Orso, che dovrebbe risalire al X secolo (ma la cui autenticità non è è certa): Arco e Ponte vi sono raffigurati in forma araldica stilizzata a rappresentare la città di Rimini e i dettagli non sono fedeli. Il Ponte di Tiberio ha infatti solo tre archi, mentre non è chiaro se sotto l’Arco esista un portone a due battenti o se si tratti di una croce cristiana; appare però già la merlatura.

Il cosiddetto “sigillo del Duca Orso”

E’ mistero anche su cosa ci fosse in cima all’Arco. Osservandone l’attico, gli studiosi hanno individuato la piattaforma  che doveva ospitare una grande scultura. Sulla base di alcune medaglie augustee, si è ipotizzato a lungo che fosse una statua  dell’imperatore ritratto nell’atto di condurre una quadriga. 

Medaglie augustee con archi trionfali sormontati da quadrighe

Secondo un’altra ipotesi, avanzata dal riminese Danilo Re, il monumento sarebbe stato coronato invece dai cosiddetti Bronzi di Cartoceto. L’ipotesi si fonda sull’identificazione dei personaggi ritratti in bronzo dorato: se davvero fossero Giulio Cesare, Ottaviano Augusto, la madre di Augusto Azia Maggiore e Giulia Minore, madre di Azia e sorella di Cesare, l’iconografia celebrerebbe la dinastia imperiale Giulia appena instaurata.

Il ritrovamento dei bronzi  lungo la Via Flaminia fra Fano e il passo del Furlo si spiegherebbe forse con i saccheggi dei Goti, che proprio lungo questo percorso si ritirarono sotto l’offensiva dei bizantini di Narsete fino alla sconfitta di Gualdo Tadino (552) dove lo stesso re Totila trovò la morte. Forse furono loro a ridurre a pezzi e seppellire le preziose sculture, sperando di recuperarle in un secondo tempo.

I bronzi di Cartoceto

A quanto sembra, il grande fornice dell’Arco non fu mai murato, neppure durante i turbolenti secoli delle guerre gotiche e longobarde.  Continuò a svolgere la sua funzione di porta urbica fino a quando realizzando una nuova e più ampia cerchia di mura fu costruito un torrione con la nuova Porta Romana, (o di S. Genesio, o S. Bartolo), come poi fu chiamata, mentre l’Arco restava la Porta Aurea.

Nella carta di Rimini della Biblioteca Vaticana è evidenziata la cerchia delle mura di Rimini con Porta S. Bartolo all’esterno dell’Arco

Quello di Augusto è il più antico Arco costruito dai Romani che sia giunto fino a noi.

Il ponte sull’Ausa e il passaggio a livello della ferrovia Rimini-Novafeltria di fronte all’Arco, nei primi anni del ‘900

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