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9 gennaio – “E’ vliva fe’ la porta ma l’Erc”

Il 9 gennaio la Chiesa cattolica celebra San Giuliano. Ma non è quello onorato a Rimini detto anche San Giuliano di Anazarbo, (o di Tarso, per gli Ortodossi) la cui festa ricorre il 22 giugno. Questo Sen Zugliè è bensì San Giuliano di Beauvais, martirizzato in Gallia nel 290 circa assieme ai fratelli di fede Luciano e Massimiano. 

Ben pochi a Rimini avrebbero saputo distinguere fra questi due Giuliano, e i tanti altri Santi che portano lo stesso nome: 22 in tutto, 16 dei quali tutti anteriori al V secolo, senza contare i Beati. Le cui storie si sovrappongono e confondono, fino a comporre veri rompicapo per gli agiografi.

Ad esempio, San Giuliano Ospitaliere, che sarebbe vissuto nell’attuale Belgio nel VI secolo e che forse è sepolto a Macerata, come Edipo avrebbe ucciso per errore i suoi genitori, per poi vivere in penitenza e carità. San Giuliano “di Rimini” sarebbe invece stato martirizzato in Cilicia (nell’attuale Turchia sud-orientale) nel III secolo. Ma con quale supplizio? Gettato in mare dentro un sacco pieno di serpi: non un’efferatezza qualsiasi, ma l’esatta pena prevista dal diritto romano per chi aveva ucciso genitori e parenti. Se ne ha ancora traccia nel noto adagio che in Romagna suona “Chi ha di parént ha di serpént” (riportato dal ravennate Libero Ercolani).

Eppure nella leggenda del San Giuliano “riminese” non esiste il minimo cenno a questo crimine.

San Giuliano di Tarso in un’icona ortodossa

Ma solo qualche cittadino particolarmente dotto si sarebbe potuto crucciare di queste contraddizioni. San Giuliano per il popolo era quello giunto miracolosamente alla Sacramora e che si era preso gioco del diavolo facendogli costruire il meraviglioso Ponte.

Ponte di San Giuliano, e non, come pur stava scritto sui suoi spalti,  dell’odiato Tiberio in nome del quale Gesù fu condannato e crocefisso. 

E l’Arco, l’altro simbolo della città? Nessuna leggenda sacra o profana lo circondava. Erano già prodigiosi a sufficienza la storia e il nome di Augusto, il modello perfetto del principe ideale anche per i cristiani, sotto il cui regno Dio di era fatto uomo. Sul miracolo in pietra a Rimini fiorivano semmai i proverbi che, gonfi di orgoglio municipale, ne celebravano l’imponenza e l’unicità.

“Fè la porta ma l’Erc”, fare il portone all’Arco, significava un’azione impossibile, al di fuori della portata terrena. Quel che “e vliva fé la porta ma l’Erc”, voleva chiudere l’Arco con una porta, era dunque colui che si era imbarcato in un’impresa  di un’ambizione sovrumana  e del tutto insensata. 

Il popolo non nutriva i dubbi che affliggevano e affliggono gli studiosi, se l’Arco sia sempre rimasto davvero una porta sempre aperta così come il primo imperatore lo aveva concepito.

Ciò nonostante, proprio in un 9 gennaio di tanti anni fa, uno di quegli studiosi cercava invece di sondarne i quesiti:

9 gennaio 1846 – Si scava per svelare i misteri dell’Arco d’Augusto

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