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A Rimini basta un albero per mandarsi all’ospedale e in tribunale

«Fatto di sangue fra due uomini per causa di…» Una vedova, diceva il titolo del vecchio film della compianta Lina Wertmuller, ambientato nella Sicilia del 1922. Nella Rimini del 2022 il fatto di sangue fra i due uomini, nella fattispecie un pensionato e un ingegnere, per fortuna è stato solo sfiorato e ha portato i contendenti davanti al giudice, ed è motivato non da una procace vedova, ma, signore e signori, da un albero.

Un albero anarchico che sorge nel giardino dell’ingegnere, e insofferente dei limiti imposti a Madre Natura dalla proprietà privata, ha allungato un ramo fino a invadere il giardino del pensionato, per «adagiarsi», dicono le cronache, «su un manufatto» non meglio precisato: una rimessa? Una fontana con gli amorini? Una Ducati Monster (con i pensionati riminesi non si sa mai)?

Non solo anarchico, l’albero, ma pure squatter, peggio degli antagonisti dei centri sociali. Almeno così ha ritenuto il pensionato, che lungi dal vedere nel ramo proteso un’allegoria vegetale dell’amicizia che dovrebbe crearsi fra due buoni vicini di casa, dapprima ha chiesto all’ingegnere di mozzare l’invadente appendice della sua pianta (che non doveva essere un ciliegio o un melo, altrimenti il pensionato avrebbe avuto la sua convenienza a tenerlo nel proprio giardino).

Ma l’ingegnere ha rifiutato. Ora, come categoria, gli ingegneri non sono noti per il carattere pacioccone ed empatico verso gli altri esseri umani; possiamo anche ipotizzare che il nostro professionista fosse molto affezionato a quell’albero in particolare, forse l’aveva piantato un nonno, forse da piccolo amava arrampicarcisi sopra quando sognava di essere Tarzan e l’ingegneria era lontanissima dal suo orizzonte. O forse è un ingegnere pagano-animista, è convinto che dentro l’albero ci sia uno spirito e lui non vuole scatenare la sua ira tagliandogli un ramo.

Non aveva tenuto conto che anche dentro il pensionato c’è uno spirito, la cui ira si scatena quando il ramo di un albero altrui si adagia sui suoi manufatti. E siccome a differenza dell’albero, il pensionato ha gambe e braccia, a un certo punto ha aperto il cancello che divide le due proprietà ed è andato a fare una scenata all’ingegnere.

Una volta, due volte, con toni sempre più accesi, finché i due sono venuti alle mani, alla silente e si presume sconcertata presenza dell’albero. Ci sono faide secolari che sono nate così, ma in questo caso, forse perché non c’erano mogli che si sono messe in mezzo a soffiare sul fuoco, il pensionato e ingegnere, entrambi armati di certificati medici, si sono accontentati di denunciarsi a vicenda e ora l’ingegnere è indagato per lesioni – non perché abbia picchiato più forte, ma semplicemente perché il pensionato era il più anziano e quindi, secondo il giudice, era improbabile che volesse far davvero male al vicino.

In effetti quello cui avrebbe voluto davvero far male era l’albero. Che probabilmente avrebbe voluto acciuffare il pensionato con un ramo e l’ingegnere con l’altro e tenerli lì appesi finché non si fossero resi conto del ridicolo di tutta la faccenda e gli fosse passata la voglia di intasare ulteriormente la giustizia italiana con una stupidissima lite fra vicini.

Amico albero, suvvia, d’ora in poi tieni i rami a posto e non usarli per molestare i manufatti dei pensionati. Sii comprensivo: certe teste sono di un legno molto più duro del tuo.

Lia Celi

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