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A RIMINI NASCE UNA NUOVA VOCE

Ecco una “voce” nuova della politica; anzi, per la politica. Nasce a Rimini, dove lo straordinario consenso ricevuto dal sindaco Andrea Gnassi ha risvegliato non solo un partito, con le sue alleanze, ma una cittadinanza, lasciando un segno negli ammirati commenti del Paese. Mi sembra di dover cogliere questa realtà mentre va annunciandosi una latente infatuazione populista, frutto di congiunture che favoriscono vecchi progetti di rivalsa e di rifondazione.

Chi o che cosa accredita diagnosi e pretese delle demagogie? La nostra illusione di avere costruito un’Europa politica, economica, ideale, era in effetti appesa alla discolpa che quello fosse già un presidio per definire e risolvere questioni via via attardate da un atteggiamento mentale secondo cui la mancata percezione del pericolo stava consegnando la grande patria europea a una palese fragilità. Per giunta alle prese con una crisi, ben più che sospetta, di avere come fonte primaria un opportunismo finanziario che coglieva di sorpresa uno stragrande numero di vittime; senza mettere in conto la strategia del rigore, della durezza e dell’austerità pretesa dalla Germania, da un lato provocando le derive delle economie più deboli, dall’altro introducendo fenomeni di mero egoismo nei Paesi dove xenofobia e revanscismo avrebbero tratto vantaggi dai contrasti sciaguratamente in atto. Clamorosa la scelta dell’Inghilterra – beninteso da non confondere con la demagogia – dovuta al timore di una indebolita sicurezza dei suoi tradizionali, stabili privilegi, e con l’idea di screditare un primato anche culturale e civile raggiunto in metà del pianeta.

Nel frattempo il nostro Paese stava affrontando gli effetti, e i doveri, di chi rispetta la dignità dei fondatori, che non a caso vede Germania, Francia e Italia afferrare il bandolo di un problema da gestire col più responsabile realismo; e persuasi di doversi subito misurare anche con nuove sensibilità generazionali. Nell’inatteso ritorno alla politica dei giovani è ragionevole cogliere una di quelle virate della Storia che Braudel chiamava “salutari”, ma solo in quanto avviso di “malesseri gravi”. Quella tesi è stata accolta da una conservazione rifugiatasi nell’esempio, francamente bizzarro, di un ciclico e fuggevole malumore tellurico. Sennonché l’ondata delle resistenze non di rado brutali alla pressione migratoria avrebbe dovuto essere governata, fin dalle sue avvisaglie – come ha fatto, in solitudine, l’Italia – quando stava già diventando odiosa e tragica la più favorevole delle occasioni per innestarvi una politica di cui avrebbero profittato gli estremismi antistorici, non a caso cultori dall’antipolitica.
L’Italia, non per un mero vanto, tenendo fede ai vincoli della “questione europea”, sta ora affrontando con fermezza una temperie che ci vede nel ruolo non di un “direttorio” – come azzardano le destre radicali – ma di una larga, profonda, condivisa ingegneria sociale, garantita da una politica e un’economia finalmente eque e aggreganti; che oggi, dopo essere stati tenuti ai margini dai Paesi cosiddetti “forti”, ci vede tra chi può suggerire, e persino dettare, le regole su tutto, per tutti. E’ un primo bilancio di cui la Storia dovrà assegnarci un merito non retorico, ma in nome di quel capitale comune che documenta una grande prova civile di questa nostra, non di rado sfregiata, civiltà.
Buon lavoro alla nuova e generosa “voce” riminese.

 

Sergio Zavoli

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